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Per Francesco Lancia gli italiani sono un popolo di “Santi, poeti e altri lavoratori autonomi”

Il primo libro del comico è una raccolta di "biografie travisate" di italiani illustri. L'abbiamo intervistato per parlare di come si riesce a far ridere partendo dalla vita di Leopardi, Mussolini o Santa Caterina da Siena

Francesco Lancia è un comico e un autore (sia radiofonico che televisivo) e ha, da poco, pubblicato con Rizzoli il suo primo libro. Si intitola Santi, poeti e altri lavoratori autonomi, ed è una raccolta di incredibili, ed esilaranti, biografie di grandi uomini e donne italiane. Prima della pausa estiva dal suo nuovo programma radio, che andrà in onda dal 6 settembre su Radio Deejay dalle 16 alle 17, ci siamo incontrati per parlarne insieme.

Un mese fa è uscito il tuo libro. Come sta andando? Io l’ho trovato molto divertente. 
Ti ringrazio. Va bene, sono contento. Era un libro pensato per far sorridere, per fare ridere, mi fa piacere vedere di esserci riuscito almeno un po’. 

Quando l’hai scritto?
Ci ho messo un bel po’. Ho iniziato con la biografia di Leopardi, che è più corta e un po’ diversa dalle altre. La lessi in radio nel 2019, durante il programma del Trio Medusa, con cui ho lavorato per undici anni, e Rizzoli mi propose di farci un libro. Io non sono un amante dei libri di comici con raccolte di pezzi già fatti e di battute, perciò ho accettato ma volendo fare una raccolta di materiale nuovo. Sono partito alla grande, volevo scrivere cento biografie, poi la pandemia mi ha frenato, stare in casa mi ha completamente bloccato. Ho ripreso a scrivere, e poi ho consegnato, solo quando i vari lockdown sono finiti, dopo più di un anno.

Come hai scelto gli altri personaggi? Sei partito da Leopardi e poi?
Ho scelto personaggi pensando a storie che mi affascinassero, all’inizio volevo scrivere un centinaio di biografie e solo in seguito mi sono resto conto della mole di materiale che va nella scrittura di ogni pezzo. Non sarebbe bastato un libro. Ho selezionato le storie più incredibili: Santa Caterina, per esempio, che non conoscevo. Sono quasi tutte vite che già da sé erano incredibili, per cui volgerle in chiave comica è stato molto divertente; vale anche per per le vite ben poco comiche, come quella di Benito Mussolini. Lui aveva però un’esagerazione egocentrica che me l’ha reso comico, quindi ho ingigantito quello. 

Mi incuriosisce molto capire come si lavora, in questo senso, con l’assurdo. 
Ho scelto personaggi con storie già ricche, ne ho letto le biografie, dopodiché ho cercato di fare uno studio per capire quale fosse la chiave comica di quel personaggio, ciascuno con la propria. Per esempio — questa cosa che mi costerà la scomunica! — Santa Caterina era una matta, che si faceva anche del male da sola per persuadere gli altri che lei era davvero in grado di parlare con Dio. Questo aspetto di misticismo gigantesco, quasi caricaturale, per me era comico, in maniera un po’ cinica. Quello che fai è uno studio dei caratteri dei personaggi per capire quali sono i punti centrali delle loro personalità, e quindi su che cosa puoi lavorare. Si tratta poi ovviamente di scherzare su delle semplificazioni, sono tutte caricature. 

È stato curioso trovare Fibonacci in chiave comica. 
Sono un grande nerd! Nella mia famiglia sono ingegneri e matematici, io ho studiato informatica, sono cresciuto a pane e scienza. La maggior parte dei matematici hanno avuto vite assurde, moltissimi erano dei pazzi scriteriati. Fibonacci è uno dei miei preferiti, e mi ha fatto piacere rendergli omaggio. 

Pensi di scrivere altri libri con i personaggi che hai scartato?
Ci ho pensato, soprattutto all’inizio, immaginavo che questo fosse il primo volume di una serie, adesso chissà. Quello che più mi dispiace, rispetto alla selezione che ho fatto, è che ci siano soltanto due donne. Sto cercando di farmi tanti domande e di mettermi in discussione, sono questioni su cui mi faccio parecchie domande. Purtroppo, nella storia d’Italia trionfano duemila anni di patriarcato, sappiamo moltissimo degli uomini e pochissimo delle donne, perciò rischiavo di raccontare in chiave comica storie, distorte, che i lettori non conoscevano. Non sarei riuscito a far ridere. Non sono stato abbastanza bravo, forse. Mi sono reso conto di quanto le nostre storie condivise sono tutte storie di maschi. 

Nel libro c’è qualcosa del lavoro in radio?
Il lavoro per la radio soprattutto è stato una grande palestra. Mi ha costretto, per anni, a scrivere tutti i giorni, a costruirmi un metodo. Non hai alternative, se il pezzo comico deve essere pronto tutte le mattine alle 7. È il lavoro di un artigiano, di tecnica. 

Hai fatto scuole di comicità?
Sì, anche se dirlo purtroppo toglie un po’ di poesia. Mi piacerebbe essere tutto genio e sregolatezza, ma non è così se non per pochi, purtroppo. Ho letto tantissimi libri sulla comicità e ho studiato per un periodo alla Second City a Chicago, da cui sono usciti alcuni dei comici migliori. Hanno un metodo di scrittura e di lavoro sulla comicità veramente universitario, quasi pedante: formule, strutture… Precisissimi. Io poi vengo dal mondo dell’improvvisazione teatrale, che invece dall’altro lato mi ha aiutato a non avere paura di sbagliare, a non temere il pubblico e i palchi.

Negli ultimi giorni, un tuo video che ironizza su chi parla di “dittatura sanitaria” rispetto alle misure per arginare la Covid-19 è diventato virale, e ha iniziato a circolare ed essere preso sul serio proprio dalle persone su cui tu scherzavi. 
È stato incredibile, è esploso e ha preso questa piega assurda, senza senso. Tra l’altro, è un video che riprende un mio intervento radiofonico di ottobre, quando già si parlava parecchio di questi temi, che oggi sono ovunque. Lo scrissi per la radio, e in questi giorni ho pensato di montarci un video e di rimetterlo in circolo. Ma appunto, moltissimi l’hanno preso sul serio. È una cosa che mi ha costretto a mettermi molto in discussione, un po’ ci sono rimasto male. Uno mi ha scritto: è la perfetta applicazione della “legge di Poe”. Vuol dire che è impossibile fare la parodia di un’idea estrema, perché l’idea è estrema già ridicola, parodistica da sé. 

Tu ti senti, però, responsabile, da comico?
Molti comici ti direbbero: no. Io non riesco a essere così netto, se le persone a cui ti rivolgi non ti capiscono la responsabilità è anche tua. Io cerco sempre di stare attento, anche quando faccio satira, di essere chiaro: non faccio ironia fascista, perché non sono un fascista e non voglio essere preso per uno di loro. Se sei ambiguo ti prendi un rischio. Io adesso in fondo a quel video ho messo un grande disclaimer, perché non voglio essere un idolo dei no-vax.

La posizione dei comici è difficile oggi? Anche da sinistra spesso si viene criticati se offensivi o indelicati. 
Lo è sempre stata, credo, forse adesso c’è solo più rumore. Soprattutto, penso che quello su cui ridi e su cui scherzi ti qualifica, dice qualcosa di te: se fai lo stand up comedian, che è un ruolo in cui per definizione ti togli la maschera e parli onestamente, c’è una premessa di onestà che può diventare un’arma a doppio taglio. Certe cose io non le dico, perché magari non mi fanno ridere: cerco di non dire cose razziste, perché non sono una persona razzista. Detto questo, qualcuno si può offendere comunque e in quel caso ti metti, come prima, in discussione. In ogni caso sì, è una posizione delicata, ma è così da sempre. Una volta ai giullari tagliavano la lingua.