Quando a turbare l’infanzia o l’adolescenza di molti di noi arrivò la notizia della morte di Chris Benoit, il sapore iniziale fu quello di un dolore conosciuto. Quella scomparsa nel giugno 2007 seguiva infatti di soli 19 mesi, poco più di un anno e mezzo, quella di un altro eroe della WWE di inizio anni 2000, Eddie Guerrero. E proprio perché il copione sembrava già scritto, nuovamente negli uffici della federazione dei McMahon si decise così come era stato fatto per Guerrero di cancellare quanto scritto per la puntata di Raw di quel giorno, trasformando la puntata in un tributo. E lo stesso avrebbe dovuto essere anche per la successiva puntata di Smackdown, scritta e registrata ma mai messa in onda.
Infatti con il passare delle ore le differenze tra le due morti divennero tragicamente evidenti, mentre la tremenda verità veniva a galla: Benoit aveva ucciso sua moglie e il figlio prima di togliersi la vita. Una delle peggiori e più oscure storie di sport, ancora più tragica se inserita in un contesto come quello del Wrestling che si pone come una grande macchina narrativa che produce eroi, cadute, resurrezioni, ed emozioni collettive, come dimostra la commozione globale di fine 2025 per il ritiro di John Cena.
Fa sorridere in modo amaro pensare che il wrestling è l’unico sport in cui lo spettatore deve attivare quella che in letteratura e nel cinema si chiama sospensione dell’incredulità, e che questo meccanismo non ci disturba quando riguarda il risultato, l’esito del match, la costruzione dell’eroe o del traditore. E che, nonostante questo, il meccanismo si inceppi quando dalla finzione emergono le conseguenze reali dei colpi; quando ciò che doveva restare finto diventa invece reale e invade il corpo, la psiche, la vita.
È anche per questo che Eddie Guerrero oggi può continuare a esistere nella memoria collettiva come eroe popolarissimo, leggenda latina citato nella cultura musicale (Bad Bunny lo nomina varie volte, per esempio in I Like It: «Guerrero como Eddie, que viva la raza»), celebrato visivamente, omaggiato quotidianamente da Dominik Mysterio che ne ha di fatto rimesso in circolo la gimmick.
Chris Benoit, al contrario, è stato giustamente espulso dal racconto: una damnatio memoriae quasi totale, la cancellazione dagli archivi ufficiali, la sopravvivenza solo come figura tragica, come paradigma della caduta e dell’abisso, richiamato semmai in chiave cupa, come accade anche in una delle canzoni più dure di Mostro, per restare su territorio italiano.
Due destini opposti che raccontano la stessa cosa: siamo perfettamente a nostro agio con la finzione del wrestling, molto meno con la realtà che quella finzione ha prodotto sui corpi che l’hanno resa possibile. Eppure questa storia americana, così conosciuta anche qui da noi, ha indirettamente il merito di aver acceso i riflettori italiani del dibattito su un fenomeno di cui fino ad allora (e tutt’oggi) si parla poco, e che riguarda il football americano, la boxe, il rugby, l’hockey e anche il calcio. Tutti quegli sport in cui l’impatto non è un incidente ma una condizione strutturale, e i cui danni sono ormai noti. Anche se forse il problema non è stato, e forse non può essere, affrontato.
Il 2025 come anno rivelatore
Era il 2 agosto di quest’anno quando alla storica Korakuen Hall di Tokyo, durante un evento di pugilato professionistico, due atleti giapponesi – Shigetoshi Kotari e Hiromasa Urakawa – hanno subito ferite cerebrali gravissime nei rispettivi incontri e sono poi morti nei giorni successivi a causa di quelle lesioni.
Kotari, 28 anni, combatteva nei superpiuma in un incontro valido per il titolo Oriental and Pacific Boxing Federation contro Yamato Hata. Dopo un match di 12 riprese conclusosi in parità, aveva perso conoscenza poco dopo, colpito da un ematoma subdurale: fu trasportato d’urgenza in ospedale e sottoposto a un intervento chirurgico al cervello, ma non ce la fece e morì l’8 agosto.
Poche ore dopo l’annuncio della sua scomparsa, la World Boxing Organization ha confermato anche la morte di Urakawa, anch’egli 28enne, rimasto vittima di un altro grave trauma cranico nella sconfitta per knockout contro Yoji Saito durante la stessa riunione. Urakawa era stato operato per la stessa complicazione medica (subdural hematoma) ma è deceduto il giorno successivo, il 9 agosto.
Il mondo della boxe ha reagito con shock e profondo cordoglio: il presidente del World Boxing Council, Mauricio Sulaimán, ha definito le morti “tristi e irreparabili”, estendendo le condoglianze alle famiglie e alla comunità pugilistica giapponese.
Questi due decessi nello stesso evento, nella stessa serata e con dinamiche simili non sono stati solo tragici, ma statisticamente rari e, soprattutto, psicologicamente destabilizzanti per il panorama sportivo globale. Per questo motivo la Japan Boxing Commission ha convocato riunioni straordinarie e annunciato alcune modifiche regolamentari immediate: tra queste la riduzione dei match titolati da 12 a 10 riprese nelle competizioni regionali OPBF e WBO Asia Pacific, e un rafforzamento delle misure di sicurezza legate ai protocolli medico-sanitari e alla gestione del peso pre-incontro.
Nonostante le spiegazioni tecniche – che guardano a fattori come l’idratazione, la perdita di peso rapida, la suscettibilità ai sanguinamenti cerebrali in condizioni fisiologiche estreme e i protocolli di monitoraggio medico – siano emerse immediatamente e vengano affrontate dalle autorità sportive, la questione solleva un nodo più ampio: non si tratta di fatalità isolate, ma di un sistema che permette a due pugili giovani di correre rischi letali nello stesso contesto competitivo.
Negli Stati Uniti il discorso sulle conseguenze neurologiche dello sport è esploso anni prima, in particolare attorno alla NFL e alla cosiddetta CTE (encefalopatia traumatica cronica), quando le autopsie sui cervelli degli ex giocatori, le cause legali e la documentazione medica hanno portato il problema fuori dagli impianti sportivi e dentro il dibattito pubblico. La storia di un medico che ha sfidato l’industria del football è diventata persino un film (Concussion, 2015, scritto e diretto da Peter Landesman e liberamente ispirato all’articolo Game Brain di Jeanne Marie Laskas, pubblicato su GQ), un paradosso culturale in cui lo sport ha metabolizzato perfino la propria accusa.
In Italia il tema rimane quasi sotterraneo. Non perché i rischi non ci siano, ma perché mancano eventi che catalizzino l’attenzione mediatica e spingano il pubblico a interrogarsi sul “sistema” e non solo sul singolo episodio. Complice il fatto della minor popolarità degli sport da combattimento e in generale di quelli che prevedono contatto fisico in modo marcato (per esempio, in Francia il dibattito è molto più presente vista la popolarità del rugby), fino a oggi in pochi hanno alzato la voce sul tema. Ma il 2026 potrebbe essere l’anno giusto per avviare un dialogo sulla cosa anche qui da noi, complici alcune voci autorevoli come quelle di Dario Morello, che nonostante la sua ascesa sul ring a livello europeo si è sempre pronunciato su questa tematica in modo molto esplicito, e vista la pubblicazione del primo libro serio sul tema. Abbiamo provato a parlarne con chi negli sport da combattimento ci vive, ma che nonostante questo non ha paura di chiamare le cose con il loro nome.
Tommaso Clerici, classe ’96, è senza dubbio uno dei nomi da tenere d’occhio in Italia se ci si interessa di sport da combattimento, muovendosi su un terreno ibrido che tiene insieme giornalismo e comunicazione, senza disdegnare la pratica diretta. Scrive stabilmente di fighting e sport da contatto per Ultimo Uomo, ed è responsabile dell’ufficio stampa di TAF – The Art of Fighting, una delle principali promotion italiane di sport da combattimento, e pratica boxe da dieci anni. Elemento che contribuisce a rendere il suo sguardo sul tema meno astratto e più incarnato.
Colpi in testa. La strage silenziosa degli sport da contatto nasce proprio dall’intreccio di questi piani: lo studio, l’osservazione professionale e l’esperienza diretta. Il libro, edito da 66thand2nd, in uscita venerdì 30 gennaio, racconta ciò che sappiamo sui danni neurologici negli sport da contatto e ciò che, come sistema e come pubblico, preferiamo non vedere. Non è un atto d’accusa, ma un lavoro di ricostruzione che attraversa discipline diverse mettendo insieme dati scientifici, casi studio, testimonianze e interviste.
Nel libro si alternano dati scientifici, casi studio e racconto narrativo. Come hai lavorato per rendere accessibili informazioni tecniche complesse senza semplificarle né trasformarle in divulgazione superficiale?
Sono partito da studi e ricerche scientifiche per estrarne il nucleo essenziale, senza tradirne la complessità. Il punto di partenza è sempre stato il linguaggio: rendere comprensibile non significa banalizzare, ma scegliere le parole giuste per trasmettere concetti significativi. Testimonianze, casi reali e interviste agli esperti mi hanno permesso di conciliare rigore scientifico e racconto, evitando di scivolare in una semplificazione approssimativa. Il risultato è un libro per tutti, accessibile a chiunque sia interessato all’argomento. Il cuore del libro, però, sta altrove. Sta in un’idea semplice e difficile da accettare: il problema non è il colpo che manda al tappeto, ma quelli che non interrompono il match. I microtraumi. Gli impatti sub-concussivi. Quelli che non finiscono negli highlight.
Infatti, in molti dei casi che analizzi dal football al wrestling, il problema non sembra essere il singolo colpo, ma l’accumulo di microtraumi normalizzati…
È uno degli aspetti più importanti trattati nel libro, su cui è fondamentale sensibilizzare il pubblico. È stato difficile sottolinearlo nella scrittura, ma lo è ancora di più far passare il messaggio nella realtà quotidiana. Tutti si accorgono di un trauma cranico grave, perché l’atleta sviene o manifesta sintomi evidenti. Nessuno, invece, nota quelle commozioni cerebrali subdole, o quegli impatti minimi che “ti fanno vedere le stelle” per un secondo e che, se ripetuti per anni, possono innescare conseguenze neurodegenerative devastanti. È il caso della CTE, l’encefalopatia traumatica cronica, capace di trasformare il cervello di un trentenne in quello di un anziano affetto da Alzheimer. Negli Stati Uniti la questione è diventata pubblica anche per ragioni mediatiche e legali. In Italia molto meno. Non per assenza totale di rischio, ma per una combinazione di fattori che contribuiscono a rendere il problema meno visibile.
Molte delle ricerche e dei casi più noti che citi arrivano infatti dal mondo anglosassone. Durante il lavoro sul libro hai avuto la percezione che in Italia il tema dei traumi cranici nello sport sia poco affrontato per mancanza di dati, o per una resistenza culturale?
Direi per più fattori. Uno dei primi è l’incidenza del fenomeno, che da noi è apparentemente bassa. Ciò è dovuto in parte al fatto che alcuni sport che presentano questi rischi, come il football americano o l’hockey sul ghiaccio, in Italia esistono, ma a un livello diverso da quello statunitense come numero di praticanti, intensità del gioco, stazza e atletismo dei giocatori. A volte manca del tutto un vero sistema professionistico. Poi, noi non abbiamo avuto casi mediatici eclatanti sull’argomento. Si tratta insomma di una tematica sommersa, su cui non si deve abbassare la guardia: quando si parla di salute, la prevenzione è spesso l’arma più efficace. La consapevolezza, però, non basta. I protocolli esistono. Le parole anche. Il punto fragile è ciò che accade quando entrano in gioco interessi, pressioni, business.
Dal lavoro di documentazione emergono responsabilità diffuse che coinvolgono federazioni, leghe e protocolli sanitari. C’è un punto critico che, più di altri, ti ha colpito come sistemicamente fragile?
Oggi il problema è riconosciuto dal sistema sportivo: gli atleti sono più informati ed esistono quasi ovunque protocolli medici dedicati. La fragilità, però, sta nella loro applicazione. Tra pressioni competitive, ragioni di business, interpretazioni elastiche o discrezionali delle procedure e, in alcuni sport come il calcio, regole ancora insufficienti o poco sfruttate, il rischio è che la tutela resti in parte sulla carta. Anche perché l’equilibrio tra sicurezza e natura stessa degli sport da contatto è delicato. Insomma, la consapevolezza c’è, ma il passaggio dalla teoria alla pratica è ancora il punto più complesso e critico.
Dal sistema al corpo: la voce di Dario Morello
C’è chi con queste tematiche deve venirci a patti tutti i giorni, ovvero chi lo sport lo fa di lavoro. Se per il normatore questo tipo di ragionamento è astratto, per chi, come Dario Morello, sul ring ci sale sul serio, la questione è tremendamente tangibile. Noto con il soprannome di “Spartan”, il pugile calabrese viene da un 2025 da incorniciare. L’anno appena conclusasi rappresenta uno snodo centrale della sua carriera. A maggio ha conquistato il titolo Italiano dei pesi medi, imponendosi su Yassin Hermi, mentre l’8 novembre, all’Allianz Cloud di Milano, ha vinto il titolo EBU Silver dei pesi medi contro lo svizzero Faton Vukshinaj. Due risultati che certificano la sua maturità sportiva e il suo posizionamento a livello europeo.
Sul ring, Morello è riconosciuto per uno stile basato sulla difesa, sulla gestione della distanza e sulle schivate, un approccio che privilegia il controllo del ritmo e la lettura dell’avversario rispetto allo scambio frontale. Questa impostazione tecnica convive però con una visione estremamente lucida del pugilato: Morello non ha mai nascosto la natura intrinsecamente violenta e rischiosa della disciplina che pratica.
Molto attivo e molto seguito sui social, Morello ha assunto una posizione pubblica netta sul senso della boxe e sulle sue conseguenze fisiche e neurologiche. Online e nelle interviste ha più volte messo in discussione la retorica della “nobile arte”, sostenendo che il pugilato non sia assimilabile agli altri sport e che salire sul ring significhi accettare consapevolmente un rischio elevato e non azzerabile. Una postura rara nel panorama pugilistico, che nasce dall’esperienza diretta e non da un ruolo esterno o teorico.
Da dove nasce questa esigenza di parlare apertamente di ciò che molti preferiscono lasciare implicito?
L’esigenza nasce dal fatto che detesto le retoriche buoniste a cui spesso associano il pugilato. Credo che la violenza sia parte dell’uomo, da sempre e sempre ne farà parte e anche, di seguito, una sorta di sadismo nel vedere gente combattere e mettersi a rischio, creare dolore agli altri. Alla fine siamo sempre gli stessi del Colosseo, che si esaltano quando due combattono al massimo delle loro potenzialità. Il fatto di dover per forza creare una retorica buonista dietro e far finta che sia uno sport come tutti, oltre a sminuire il pugilato stesso, credo sia fuorviante per chi lo guarda. Non c’è niente di sportivo nel prendersi a cazzotti in faccia per dodici round, arrivare allo stremo della fatica e della sopportazione del dolore e continuare.
Hai fatto della difesa e delle schivate un tratto distintivo del tuo stile. Eppure sostieni che salire sul ring significhi accettare fino in fondo ciò che può accadere, senza illusioni di sicurezza. Come vivi personalmente questa tensione tra ricerca tecnica e consapevolezza del rischio inevitabile?
Io credo che il tema venga affrontato, solo che riscuote poco interesse. All’utente che guarda il pugilato e non lo pratica delle conseguenze non importa. Il pugile stesso fa finta che queste conseguenze non arrivino. È un discorso che nasce e muore lì. Se ne parla, ma di base non interessa a nessuno. Sarò fatalista, ma fai questo sport e accetti ogni rischio. È come guidare una moto senza mettere in conto di cadere. Ogni attività ha il proprio coefficiente di rischio, il pugilato più di altri. Va fatto in maniera consapevole: devi essere cosciente del rischio che stai correndo, volerti bene, tutelarti dall’allenamento al match e soprattutto esigere cifre adeguate al risarcimento dei pezzi che hai lasciato nel ring.
Quindi resta qualcosa interno al sistema con cui bisogna convivere?
Con estrema serenità. Io personalmente accetto tutto con estrema serenità e rassegnazione, cosciente del fatto che ogni volta che sali sul ring lasci un pezzo di te lì dentro. Ma per quelle emozioni, per quelle sensazioni, per quello che il pugilato mi dà da sempre, è un prezzo che pago in maniera abbastanza serena.
E alla fine il punto oggi è solo questo, essere coscienti, informati, e non mentirsi. Il buon proposito per il 2026 resta quello di dirci la verità sui colpi in testa, non per abolire. Non per moralizzare. Ma per smettere di fingere che siano un incidente. Sapendo che ogni applauso, ogni highlight, ogni celebrazione porta con sé un costo. E decidere, finalmente, se siamo disposti a guardarlo senza raccontarci storie.








