Scrivere oggi del Marais, di Rue de Bretagne e forse anche di tutta Parigi è ormai inevitabilmente lezioso, artefatto e privo di ogni verità. Quasi come provare a raccontare di cosa è fatta Venezia. È come tornare su corpi accarezzati mille e mille volte da altri, da contendenti sempre più ignoranti e goffi e di cui – forse proprio per questo – si è sempre più gelosi. Dovessi ricordare la prima volta sarebbe già un errore, sarebbe già come averla scritta e descritta per forza male, in quel modo artefatto di cui sono pieni i discorsi oggi: da quelli sulla vita a quelli sulla morte e ovviamente sull’amore e sulla stupidità di vite ridotte a chat, nemmeno più a carta da rotocalco.
Parigi per un italiano medio, ma un po’ desueto come sono io è la Gare de Lyon, per gli altri probabilmente l’aeroporto, De Gaulle – un vecchio baraccone – o peggio ancora quel tendone da circo come a lungo è stato Beauvais e poi un lungo tragitto in pullman, trenino, metro o taxi. Quel che si preferisce per poi immergersi nella periferia, nei sobborghi e infine nel centro. Per me invece ci fu solo un indirizzo da raggiungere a piedi, avevo una resistenza altra ai bagagli evidentemente: pochi abiti e molti libri e pure del cibo. Italianissimo dunque.
E poi la casa tra quella che fu di Gustave Flaubert e quella – come seppi anni dopo – fu di Mario Dondero, anche di lui inutile parlarne, inutile avventurarsi nell’ennesima nostalgia. La prima notte passata sul balcone con gli occhi spalancati da neonato sul boulevard che per me era già tutto un Jean-Luc Godard, un François Truffaut, e più semplicemente ancora un Jean-Pierre Léaud, anzi – siamo onesti – un Antoine Doinel. Sempre e solo lui.
E poi Rue Charlot, i vecchi laboratori dei sarti ebrei: gli abiti per le cerimonie, quelli delle feste, calzini e cravatte. E poi le vecchie fabbriche di soprabiti, qualcuna ancora al lavoro, molte altre tramutate in gallerie d’arte indistinguibili dalle boutique del lusso francese e poi le boulangeries, tantissime boulangeries. Utilissime per fermarmi agli angoli di ogni strada fissando come una vecchia spia russa finestre e pertugi.
Ancora non scrivevo e non sapevo che in realtà non avrei mai scritto per davvero. Camminavo molto, più di ora e con più facilità, senza dolori, avevo gli occhi trasparenti e non lo sapevo. Rue De Bretagne fu un trionfo di gioia, un equilibrio precario ormai da lungo tempo perduto tra il kitsch di lusso e la tradizione sporcacciona del quartiere. Rassicurante dunque per un pirla come me, ma anche sufficientemente seducente per un curioso come me. Ovviamente Chez Omar, ma anche un bar tabacchi al limite dell’impossibile in cui ancora si fumava all’interno tra pance infinite di anziani in camicie di popeline a pois, figuranti di un film con protagonista Lino Ventura.
E poi il Marché des Enfants Rouges ancora un poco scalcagnato, frequentatissimo da italiani in anni in cui a Parigi il caffè era sempre e solo brodo di caffè. Il più antico mercato coperto di Parigi, una meraviglia di confusione, tra cibi regionali, orientali, mediterraneo-africani, cavi scoperti, mani sporche, turisti, residenti, anziani molti combattivi e giovani spersi. E sì poi gonne e camicette, felpe e scarpe Louboutin e poi cappotti. Bellissimi cappotti vecchi e usurati chiusi sul collo da sciarpe chilometriche e aperti su pance generose. Pare uno scherzo ma ancora si poteva stare seduti al bistrot in muratura, l’unico all’interno del mercato e leggersi Libération, la cui redazione distava a poche centinaia di metri.
Ci andavo la mattina, bevevo infiniti caffè e poi venivo accolto ai tavoli del locale ancora chiuso. Mi distraevo così, pensavo così, e non sapevo che nulla sarebbe mai più stato così felicemente leggero e facile. O forse già lo intuivo, vista la tendenza a non andarmene mai. Gli orari migliori ovviamente erano quelli che precedevano l’apertura e dunque i tavoli erano presidiati solo dai clienti abituali – ruolo che mi ero conquistato a colpi di caffè – e poi verso la chiusura quando i banchi della frutta chiudevano e piano piano la gente defluiva. Il giorno di chiusura era il lunedì, ma riuscivo sempre a dimenticarmelo, arrivando sorpreso davanti ai cancelli serrati, e allora dovevo proseguire verso la terrazza del Caffè de la Pierre, caffè naturalmente lungo e cameriere un po’ mellifluo, ma perfettamente nel ruolo.
Il Marché des Enfants Rouges, fondato a fine Seicento, deve il suo nome alla divisa dei bambini dell’Hospice des Enfants-Rouges, un orfanotrofio fondato da Marguerite de Navarre che si trovava proprio nei pressi del mercato. Al suo interno anche il bellissimo negozio di photo trouvée dove era pressoché impossibile non fermarsi, tra cartoline d’epoca e vecchi scatti di gente comune. Eccola lì, la Parigi inseguita ogni volta a ogni cambio di strada e a ogni passo fugace. Tutti pensieri sparsi che trovano ordine tra il fiorista e la gastronomia italiana, sfacciatamente turistica con i suoi pacchi di Galbani, Barilla e Galbusera, eppure bellissimo passarci come fossimo emigranti distanti migliaia di chilometri dalla madre patria. Il giapponese forse l’unico banco realmente a prova di AUSL e con bellissime cuoche, eleganti e serie fino alla severità.
Ci è passato il mondo lì in mezzo, e ognuno ha sicuramente un suo ricordo, una piccola buffa stupidaggine nel cuore che ora può appendersi al petto con il classico, io c’ero. Ecco io in verità non c’ero, non c’ero quasi mai, io ci restavo però a lungo e spesso anche scrivendo o meglio iniziando proprio lì a scrivere le mie fandonie, i miei articoletti come questo qua che vi trovate davanti, scritto invece ora in un qualunque bar di Roma. Già perché scrivere all’aperto è quello che mi è rimasto di quei giorni e di quegli anni con addosso la sensazione e l’urgenza di poter fuggire via, farmi rapire all’occasione da uno sguardo o da una carezza magari pure da un pain aux raisins offerto così senza mistero, ma con quel poco di desiderio che rende la giornata un po’ meglio del solito, un po’ diversa da quello che dovrebbe essere il solito.
Parigi non è e non era solo il Marché des Enfants Rouges, ma avrebbe potuto esserlo per varietà e affinità catalogatorie. Ora di quei banchi non restano che ferri arroventati e cenere, tutto è da buttare, tutto è da rifare. Nulla di nuovo per Parigi che ha visto bruciare e rinascere anche Notre-Dame. Le cose vanno così a Parigi, dice Frédéric, il protagonista de L’amour l’après-midi di Éric Rohmer: «Sento che la mia vita passa, che altre vite passano parallele alla mia e sono quasi frustrato di rimanervi estraneo, di non aver saputo trattenere ognuna di queste donne anche per un istante nella loro corsa verso chissà quale lavoro, verso chissà quale piacere. E sogno, sogno di possederle tutte, per davvero». A quel tempo mentre stavo seduto assorto e instupidito nel via vai del mercato, Rohmer era ancora vivo. E anche se non vuol dire niente, allora per me voleva dire molto o quasi tutto. Ci sarà un altro mercato, bellissimo, più bello di prima. Ci sarà altro e va bene certamente così.















