‘Omaggio all’America Latina’, una storia di censura ad arte | Rolling Stone Italia
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‘Omaggio all’America Latina’, una storia di censura ad arte

L’opera del 1971 di Emilio Scanavino e Alik Cavaliere, un omaggio alle vittime delle dittature sudamericane, era stata censurata, ma l’abbiamo riscoperta grazie a MiArt. Ecco la sua storia

'Omaggio all’America latina' di Alik Cavaliere ed Emilio Scanavino

Foto press

Un grande muro, una costellazione di nomi, segni informali e macchie di color rosso sangue. Rami fusi in bronzo percorrono l’opera e intervengono nello spazio adiacente. Una foresta pietrificata a terra, foglie di una natura immobilizzata nel tempo affiorano dalla nera superficie che cala, come una tenda sudario, sulle tavole sottostanti.

Così si presenta l’opera a quattro mani intitolata Omaggio all’America Latina, realizzata nel 1971 da Emilio Scanavino e Alik Cavaliere e riscoperta durante l’ultima edizione di MiArt, nello stand d ella Galleria Copetti di Udine. Un’opera immensa riemersa da magazzini che da troppi anni non la mostravano al pubblico. Un’opera di denuncia, forte ed intensa, e molto attuale.

Realizzata per essere esposta alla XI Biennale di San Paolo del 1971, una volta arrivata in Brasile l’opera è stata rifiutata, con tanto di divieto di esposizione. Per volontà degli artisti, Omaggio all’America Latina denunciava la dittatura militare che reggeva il paese ospitante dal 1964, e in particolare la stretta repressiva della giunta militare del 1969. Per Cavaliere e Scanavino partecipare a quella Biennale significava manifestare il proprio pensiero sul potere e le forme autoritarie e celebrare in maniera monumentale il significato di memoria e denuncia.

Si temeva un incidente diplomatico, e la censura avvenne proprio dal nostro proprio paese, l’Italia. Le autorità diplomatiche dell’ambasciata arrivarono persino a eliminare l’opera dal catalogo dell’esposizione internazionale. La decisione creò gran scalpore, e se oltreoceano la cosa si silenziò in fretta, in Italia fu l’inizio di un vero e proprio “caso”. La stampa si scatenò. Dalle pagine del Manifesto del 4 settembre (in concomitanza con l’inaugurazione a San Paolo) si legge: «Il consolato italiano, con uno zelo assolutamente fuor di posto ha sequestrato l’opera che ha definito “inopportuna” e, rispettando una vecchia regola diplomatica, ha fatto sapere sottobanco che in cambio si sarebbe impegnato a garantire la premiazione di altri artisti italiani». A seguire la risposta dell’Ente Biennale, che il 25 settembre si limitò a precisare che da Venezia non era partita nessuna iniziativa censoria, ritenendo, per parte loro, pilatescamente chiusa la questione.

Foto press

Nel ’72 una mostra monografica alla galleria bolognese De Foscherari – intitolata Censura a San Paolo – fu la base per costituire un vero e proprio dossier. L’importante critico Crispolti fu il testimone di tutta la storia, che si concluse con il concerto che nel marzo 1974 Giorgio Gaber tenne alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano, dov’era in corso un presidio antifascista. Alle sue spalle c’era questa grande opera composta da 162 quadri bianchi, di cui 126 marcati con nomi di desaparecidos. Una superficie di quasi 5 metri per 3 di altezza racconta il disagio di un paese dove sparire è troppo facile nella misura in cui il pensiero dissente dalla forma ufficiale data. Dove la memoria di un nome è la cosa più forte alla quale aggrapparsi.

Per ritrovare e riscoprire, per chi non ne fosse già avvezzo, il lavoro di Emilio Scanavino, può visitare la nuova sede dell’archivio Scanavino in Piazza Aspromonte 17 a Milano. Una bella mostra a cura di Marco Scotini, dal titolo This is Tomorrow (che prende i natali dell’esposizione alla Whitechapel Art Gallery di Londra del 1956, a cui l’artista genovese partecipò come unico rappresentate italiano) indaga il suo segno informale tramite terrecotte e oggetti realizzati alla manifattura Mazzotti di Albisola. Mentre per il lavoro di Alik Cavaliere, si può far riferimento al Centro Artistico Alik Cavaliere, costituito nel 1998 a pochi mesi dalla scomparsa dell’artista, nei bellissimi locali di un convento del Seicento, che sono stati per oltre dieci anni l’ultimo studio dell’artista.