Non si muore di lunedì' è la graphic novel su Gabriele Micalizzi, fotoreporter sopravvissuto all'ISIS | Rolling Stone Italia
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‘Non si muore di lunedì’ è la graphic novel su Gabriele Micalizzi, fotoreporter sopravvissuto all’ISIS

Gabriele Micalizzi è uno dei più talentuosi fotoreporter di guerra europei, sopravvissuto a un razzo RPG dell'ISIS nonché a vari servizi di copertina per Rolling Stone Italia. Pubblichiamo in anteprima la prefazione alla graphic novel che racconta la sua storia

‘Non si muore di lunedì’ è la graphic novel su Gabriele Micalizzi, fotoreporter sopravvissuto all’ISIS

La graphic novel Non si muore di lunedì (Signs Publishing) racconta, con i disegni di Elena Cesana, la storia di Gabriele Micalizzi, uno dei più talentuosi fotoreporter di guerra europei, sopravvissuto a un razzo RPG di Isis nonché a vari servizi di copertina per Rolling Stone Italia. Completano il volume 30 foto belliche di Micalizzi e la prefazione di Enrico Dal Buono. Eccola.     

Il protagonista delle foto di Gabriele Micalizzi è assente dalle foto di Gabriele Micalizzi. Il suo è un lavoro di sottrazione, un paradosso faticoso, l’ascesi dell’allusione. I fucili e i lanciarazzi puntati, le braccia insanguinate e tese, le occhiate impaurite e feroci… questi elementi indicano il protagonista, ma il protagonista non c’è. Ecco le sue orme, gli indizi della sua ingombrante presenza, la sua ombra che sguscia tra combattenti in mimetica e case diroccate. Immaginate un film dove i personaggi si rivolgano a un centro della narrazione invisibile: parlano al vento, prestano un accendino al vuoto e allora l’accendino cade per terra. 

Perché il protagonista è la morte. I cadaveri rappresentano i suoi effetti, le macerie che si lascia dietro il suo passaggio. Ma la morte non è immortalabile, si mostra soltanto nel buio. In pochi riescono ad alludere alla sua inafferrabile evidenza con la fastidiosa precisione di Micalizzi. In fondo è un ritrattista, che ritrae sempre e soltanto un identico soggetto impossibile. Gli si può lanciare addosso un secchio di vernice, a quel soggetto, lo si può buttare sulla neve perché vi imprima la propria sagoma. Queste foto sono bicchieri pieni d’acqua: vedi il bicchiere, ma il liquido è trasparente. Giusto la cura che il fotoreporter impiega nel plasmare i bordi del recipiente ci permette di immaginarne il contenuto. 

C’è chi la attende e osserva con occhi sgranati l’immediato futuro, una porta da cui la morte farà il proprio ingresso trionfalmente banale. C’è chi se la sente già addosso e guarda in camera per cercare un appiglio nelle cose del mondo che se ne va. C’è chi la evoca con le armi da fuoco e scaglia la sua furia nera ed eterna contro il nemico. La disposizione dei corpi, il gesticolare cristallizzato delle mani, l’iconografia della distruzione: ecco le coordinate che ci permettono di immaginare la curva della sua falce. 

Micalizzi racconta il caos con il cosmo, la violenza con la bellezza, la distruzione con la composizione. In Mattatoio n. 5 Kurt Vonnegut descrive un bombardamento al contrario e firma il più convincente manifesto pacifista della letteratura senza impiegare una sola parola della retorica pacifista. “Lo stormo, volando all’indietro, sorvolò una città tedesca in fiamme. I bombardieri aprirono i portelli del vano bombe, esercitarono un miracoloso magnetismo che ridusse gli incendi e li raccolse in recipienti cilindrici d’acciaio, e sollevarono questi recipienti fino a farli sparire nel ventre degli aerei. (…). Anche i tedeschi, là sotto, avevano degli strumenti portentosi, costituiti da lunghi tubi di acciaio. Li usavano per succhiare altri frammenti dagli aviatori e dagli aerei”. La Leica del fotoreporter è uno strumento ancora più paradossale. Perché la materia della narrativa è il tempo e quella della fotografia è l’eternità. Non potendo contare sul tempo, né su quello che procede in avanti né su quello che torna indietro, in una stessa immagine Micalizzi deve racchiudere due movimenti, due tendenze contrapposte: dalla vita alla morte, e viceversa. Un tao polveroso e mutilato, l’eterno ritorno del mortaio. 

E forse è questo l’unico modo per fronteggiare la morte. Mostrarle una sottile linguaccia di carne mentre quella si avvicina con il suo infinito esercito di millenni e di nulla: la luce che resiste, nonostante tutto, nel regno del buio.