Non è brutto, è firmato: come abbiamo smesso di fidarci del nostro gusto | Rolling Stone Italia
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Non è brutto, è firmato: come abbiamo smesso di fidarci del nostro gusto

C’è stato un momento preciso in cui abbiamo deciso collettivamente che ciò che non ci piaceva, se la moda lo legittimava, poteva finire nel nostro armadio? Un’analisi personale (con un mea culpa)

Non è brutto, è firmato: come abbiamo smesso di fidarci del nostro gusto

Foto: No Revisions/Unsplash

C’è stato un momento preciso in cui abbiamo deciso collettivamente che il brutto, se firmato, non lo era più? Anzi, diventava persino concettuale, ironico o “volutamente sbagliato”, e che quel “volutamente sbagliato” potesse essere, a quel punto addirittura e soprattutto, legittimamente costoso?

Il meccanismo è semplice, quasi commovente nella sua ingenuità: prendi un oggetto che, se lo trovassi al mercato di paese, definiresti senza esitazione “inguardabile” (eufemismo), appiccicaci sopra un’etichetta di brand riconoscibile e importante e improvvisamente diventa una dichiarazione. Non di gusto, quello è un lusso che ci siamo tolti da soli. Di appartenenza. Non stai dicendo: “Mi piace”. Stai dicendo: “Posso”.

Il brand, in questa faccenda, funziona come una specie di assoluzione preventiva. Ti libera dalla fatica di scegliere, di argomentare, perfino di guardare davvero. Se è di quella marca, è bello. O meglio: è irrilevante che lo sia. È il trionfo del principio per cui non devi più difendere ciò che indossi: è lui a difendere te.

C’è anche un altro passaggio, più sottile e forse più interessante. A un certo punto non è più il brand a rendere bello il brutto, ma sei tu che inizi a vedere bello ciò che il brand ti dice che è meritevole di essere ritenuto tale. Una specie di rieducazione sentimentale del gusto, solo con meno Flaubert e più sneakers sproporzionate.

Succede una cosa curiosa: ci abituiamo. Anzi, peggio: anticipiamo. Quello che ieri ci faceva sorridere (male), oggi ci convince, dopodomani lo cerchiamo. Il brutto diventa desiderabile per esposizione ripetuta, come certe canzoni estive che odi finché non ti scopri a canticchiarle in ascensore. E a quel punto il gioco è fatto.

Perché il vero potere del brand non è venderti qualcosa. È convincerti che il tuo gusto, lasciato a se stesso, non sia affidabile. Che serva una guida, una certificazione esterna, una specie di bollino blu del bello. Così, più o meno consciamente, deleghiamo.

Deleghiamo alle maison, agli stylist, alle celebrity, agli algoritmi che decidono cosa vedremo abbastanza volte da smettere di trovarlo strano. E nel frattempo sviluppiamo un rapporto sempre più tiepido con la nostra percezione diretta: se qualcosa non ci piace subito, probabilmente è colpa nostra. Non abbiamo capito. È qui che il cattivo gusto diventa interessante. Non perché sia bello – non lo è – ma perché è legittimato. È autorizzato. Ha un alibi perfetto.

E allora ecco le scarpe che sembrano ortopediche ma non lo sono (o forse sì, ma di lusso), le borse che sembrano uscite da una spesa fatta male, i capi volutamente sgraziati che rivendicano la loro bruttezza come gesto quasi politico. Solo che non è politica: è marketing. Con un ufficio stampa potente.

E qui ci tengo a fare pubblicamente ammenda su un fatto: sono fra quelle che hanno denigrato le Birkenstock senza ritegno, pubblicamente condannandole alla gogna come oggetto filantropicamente e socialmente inaccettabile, per poi convertirmi al loro culto in un modo così violento e convinto da essere parso, a chi mi aveva sentita nel delirio denigratorio, schizofrenico. Mea culpa fatto. Avanti.

Ora. Il punto non è più “mi piace o no”, ma “capisco perché esiste”. E già questo, nel mondo della moda, equivale a un mezzo sì.

Naturalmente, ogni tanto qualcuno prova a ribellarsi. Dice: no, questo è brutto. Fine. Ma è una posizione difficile da sostenere, perché implica una cosa fuori moda più di qualsiasi scarpa: avere un’opinione propria.

E poi, diciamolo, il brutto firmato ha un grande vantaggio sul bello anonimo: racconta una storia. Anche quando non c’è. Anche quando è solo una felpa discutibile con un prezzo troppo deciso.

Ma vuoi mettere? Non è una felpa. È uno status, un modo per dire: ehi, sono fico. Appartengo. È un discorso. E noi, che siamo persone educate, non possiamo certo interromperlo, no?