Nicola Vicidomini: «Non sono un attore, sono un degenerato» | Rolling Stone Italia
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Nicola Vicidomini: «Non sono un attore, sono un degenerato»

Dialogo con il “più grande comico morente” in occasione dell'uscita di una monografia sul suo lavoro: ci ha detto che è diventato oggetto di studio negli USA, che sta preparando un disco e che ha abbandonato i social per "l'autoesilio"

Mentre parliamo seduti su una panchina ci passa fra i piedi un topo che, per un istante, si sofferma a scrutarci: “Vedi, anche lui è d’accordo”. Siamo a Roma, parco di villa Bonelli nel quartiere Portuense, a pochi passi dalla sua abitazione, uno dei punti panoramici più belli della Capitale. È in questo scenario maestoso e decadente che incontro Nicola Vicidomini, un unicum nel mondo dello spettacolo italiano.

È stato definito Il più grande Comico Morente e questa boutade a margine di una performance teatrale ha dato il titolo al saggio monografico a più voci a cura di Enrico Bernard, nel quale alcuni autorevoli critici, scrittori, intellettuali e docenti hanno analizzato il suo teatro. Nel volume, con prefazioni di Cochi Ponzoni e Nino Frassica e postfazione di Maurizio Milani, viene preso in esame per la prima volta quello che è considerato un innovatore del linguaggio umoristico e della scrittura di scena, che può vantare uno stile senza precedenti: visionario, a tratti mistico, decisamente grottesco, ma che di certo ha un effetto esilarante sul pubblico. 

Inoltre, non è più soltanto un fenomeno nostrano, benché ripeta spesso di “corteggiare l’autoesilio”. Il Middlebury College negli Stati Uniti, infatti, lo ha appena inserito in un corso sulla Commedia dell’arte prendendo in esame il suo teatro “dissacrante e sovversivo, che mette in discussione il reale e la narrazione antropocentrica attentando al senso storico”. Non è da tutti. Ma d’altronde, lui stesso dichiara di non avere colleghi: “Mentirei se lo sostenessi”.

Oltre al libro, che presenterà oggi a Roma dalle 20 al Caffè letterario di via Ostiense 95, a breve ripubblicherà anche il disco Scendi Vittorio Scendi uscito nel 2008 e mai distribuito: “Perché era un’opera, non un prodotto”. E in questo lungo dialogo ci ha spiegato che in fondo non c’è niente da spiegare: “Sbarrate gli occhi e cercate di morire di fronte a una visione!”

Nicola, c’è un momento in cui ti sei detto: lo spettacolo sarà la mia strada. 
No, perché è stata una condanna da sempre. Ero già programmato a uccidere. Nietzsche diceva “diventare ciò che si è”. Per riuscirci ci vogliono anni. Non mi sono mai fatto fregare dalle strutture mistificatrici della coscienza. Sono rimasto onnipotente e bambino. Questo processo implica una continua analisi e un costante azzeramento. Continuare a essere attraversati da una sorta di indicibile essenza, che precede e segue la stessa esistenza. Non credo nella tabula rasa di Aristotele, ma, geneticamente, nella tabula incisa, o abrasa, di Platone. 

Quindi ci si nasce, non si diventa?
Certe tensioni sono innate, lo vedi nelle cucciolate dei gatti. Al di là di ogni esperienza, i diversi cuccioli manifestano al terzo giorno una loro tensione precisa verso le cose. Trovi quello iperattivo, quello più pigro, quello che non si stacca dalla madre…Non ho fatto altro, da condannato all’impossibile, che prendere atto di una innata, misteriosa tensione che si declinava in visioni.

Per cui nessuna fascinazione, come tanti bambini, per il mestiere di pompiere o di astronauta. 
Non si sceglie. Siamo scelti. Mai fatto ciò che volevo, ma ciò che necessariamente dovevo fare, e sempre a mio discapito. Mai fare ciò che ti piace. Se avessi potuto scegliere sarei voluto diventare un Perry Como. Mi piacciono i crooner, stravedo per Bruno Martino e Fred Bongusto. Non è piacevole essere un artista. “Siamo fortunati a fare questo lavoro”, sostiene qualcuno. No no, è una autentica condanna, un esercizio autistico. Spesso ottuso. 

Perché ti definiscono “il più grande Comico Morente”? 
Muoio continuamente sabotando me stesso. Affresco il collasso d’ogni narrazione. E canto il fallimento della vita in quanto idea della vita. Ho sempre cercato di bruciare il velo di Maya, cioè demistificare il linguaggio, la stessa esistenza, attentare al senso comune e all’antropocentrismo. Dissolvere la morale e tutto “il corollario del reale”… 

[In questo momento sotto la panchina in cui siamo seduti ci passa un topo tra i piedi, si ferma a scrutarci e Nicola ne è entusiasta: “Vedi, lui approva”]

Mi stavi spiegando del “corollario del reale”.
Esatto, frantumarlo, per continuarmi a sintonizzare in quel mistero che ci precede e che ci segue, sguazzando nei vuoti a perdere del linguaggio, nei viaggi senza destinazione. Quando sono in treno, specie nei regionali, vorrei non arrivare mai. Questa sospensione da noi stessi non riusciremo mai a definirla, a schematizzarla, a narrarla, a psicanalizzarla, a contenerla nei ranghi del senso. Mi perdo nello sguardo di una capra. Insomma, “morente” perché mi assumo la fine, la mia inconsistenza, la mia morte. Non in senso biologico, ma in quanto trapasso dell’Io. Tutto quello che faccio è prima e dopo me stesso.

Federica Cacciola nel saggio a te dedicato scrive che “la risata è l’antidoto al disgusto”. 
È una chiave di lettura interessante, Federica è tra le donne più intelligenti che conosca, ma non penso sia propriamente un antidoto perché non ci sono antidoti alla vita. Non credo nell’arte come assistenza sociale, anzi, potrei dire che non credo proprio nell’arte. 

Nei tuoi spettacoli ci si disgusta, eppure si ride. 
Chi si disgusta è quasi sempre depositario di sovrastrutture borghesi o, più generalmente morali. Il pubblico ne esce alleggerito perché avviene una catarsi, proprio come nelle tragedie di Eschilo, o nelle forme più antiche di Commedia dell’arte, triviali, grevi, come nelle farse atellane, o ancora in quelle cavaiole. Cochi Ponzoni nella monografia racconta di quando un suo amico a un mio spettacolo continuava a ridere e a ripetergli “Rido ma non so perché”, e aggiunge che questo è il più grande complimento che mi si possa fare. Ha ragione. D’altronde è un grande maestro. Il dispiegarsi di un autentico fenomeno chimico è fuori dalla comprensione e da ogni storia. Chi a un mio spettacolo si ritrova a ridere incontenibilmente, meravigliandosi dell’irrompere di questa sua reazione, dissolve inconsapevolmente l’io e le sue stucchevoli narrazioni, individuali e universali, lo sospende, e per un attimo torna a respirare. Peccato poi ritorni a casa a “fetare sul divano”. 

Chi sono i tuoi riferimenti culturali? 
Di certo Friedrich Nietzsche, Antonin Artaud, Werner Herzog, che cito spesso. In loro ritrovo la sintesi di sentimenti e percezioni da sempre alla base del mio lavoro.  

Foto di Claudio Castello

Il compianto Cosimo Cinieri, invece, ha detto di te: “Parla con i piedi. È una cosa straordinaria”. E poi ricordi come ha continuato? 
“Non fa l’attore, è il teatro”… E prima ha spiegato che reinvento il corpo e la voce. Cinieri e Irma Palazzo vollero a tutti i costi che fossi presente da coprotagonista nel loro ultimo spettacolo, Il Grande Inquisitore da i Fratelli Karamazov di Dostoevskij. Mi chiamò venti giorni dalla prima: “Ivan lo devi fare tu”. Non lo volevo fare per insicurezza. Ma anche perché metto sempre messo in scena solo cose scritte da me. Onorato dalle insistenze – per me Cinieri è stato uno dei più grandi attori europei – accettai con una clausola: riscrivere la mia parte, trasfigurarla. Capirono. Tirai fuori delle soluzioni che poi rimasero all’interno dello spettacolo, come lo sdoppiarsi della mia voce. Replica dopo replica diventò sempre più un “concerto” fra me e Cosimo. Il soprano Bibiana Carusi faceva Cristo. Ricordo persone commosse all’Abeliano di Bari nell’assistere a questo curioso miraggio. Era un sogno stare con Cosimo in scena. 

Se un giorno piacessi a tutti sarebbe un successo o un fallimento?
Un fallimento totale! Già Scapezzo, il primo successo teatrale fu un fallimento radicale, perché ci permise di riempire grossi spazi in tutta Italia. A Roma il Teatro Vascello diretto da Manuela Kustermann era sempre pienissimo. Fu accolto con un calore inaspettato Scapezzo. Li iniziai il processo di auto deturpazione e venne fuori la maschera. Ma sai, non vale la pena dirlo in giro… perché se gli addetti alla decomposizione dovessero prendere atto che un singolo individuo, una raminga e solitaria partita Iva, senza contributi ministeriali di alcun tipo, senza alcun lancio o appoggio mediatico, senza paraculate nella comunicazione, senza un “utilizzo sapiente dei social”, riesce a riempire grossi spazi, solo grazie alla forza di una visione demoniaca, decadrebbero troppe certezze d’accatto. 

Quali sarebbero queste “certezze d’accatto”? 
Determinate convinzioni o pregiudizi atti a veicolare il dilagare sempre più uniforme di una omologazione linguistica, strutturale e dell’immaginario, in cui l’unico sfondo o estetica possibile sembra essere il quotidiano. Andando ancora oltre, un conto è essere una visione, altro è avere un immaginario. Anche le prime date di Fauno sono state un successo. All’Auditorium Parco della Musica con Nando Citarella ho fatto oltre 800 persone, senza fare televisione, senza essere accorpato a nessuna corrente o gruppo di lavoro, con una proposta rispondente solo alla mia personalissima estetica, e assimilabile a nessun genere. Sono un degenerato!

Cosa intendi per “visione” e “immaginario”? 
L’immagine è borghese, reale, conseguenza diretta dell’esistenza e delle cose che per corollario linguistico “esistono”, la visione precede e segue la stessa esistenza ed è risonanza di Dio nella sua struggente assenza. Assenza ed essenza sono assimilabili. Qualsivoglia visione, prima e dopo ogni intento eversivo – ammesso ve ne sia uno – in diretta collisione con l’immaginario comunitariamente condiviso è destinata a produrre scandalo, così come un poeta è fuor di sé sempre uno scandalo, al contrario non sarebbe un poeta… Ma questo lo ha già detto Pasolini 50′ anni fa.

La visione è negazione dell’immagine, è il suono a produrre visioni. 

Quando Maurizio Costanzo chiese a Carmelo Bene se nel teatro avesse dei colleghi rispose: “Sono tutti caratteristi. Considero il carattere una sedia per attori paralitici”. 
Penso che non si possa essere neppure colleghi di se stessi. “La persona più distante da me stesso sono io” dico in Fauno. Sarei disonesto se sostenessi che ho dei colleghi. Ho invece dei maestri. 

Chi sono? 
Cochi e Renato, perché rispetto alla questione umoristica sono stati gli unici a occuparsi di una visione intima, prima e dopo ogni struttura del linguaggio. Le strutture umoristiche qui sono connaturate nella visione stessa, non applicate. Come nel mio caso. 

Cos’è il teatro per te?
Un rito religioso, il luogo dell’assenza. L’umorismo invece un attentato all’uomo. Il dispiegarsi di un triviale senso di onnipotenza, di fescennina licentia direbbero i latini. Un dispetto alla società. 

Foto di Claudio Castello

Nel tuo spettacolo Fauno è particolarmente catartico il momento della “gara di tic nervoso” nell’ambito di una surreale Olimpiade dove sfidi un altro “concorrente” con la testa di capra.
Quella con la testa di capra è mia sorella Miriam. Si tratta di una maschera realizzata da DEM e ci vogliono 40 minuti per montargliela. Lei non vede nulla. La invidio. Credo che agire nel buio è in scena la condizione ideale per essere posseduti da un automatismo totale. Mia sorella, pur non avendo compiuto studi teatrali come ho fatto io, probabilmente per una questione genetica si muove come chi ha studiato mimo almeno due anni. Tanti le hanno fatto i complimenti. 

Il tuo stile è stato descritto come “dissacrante e sovversivo”. Ma se dovessi definirti in un genere? 
Genere frizzante.

Come mai dopo aver partecipato a programmi come Stracult (Rai 2) o Colorado (Italia 1), non ti si vede più così spesso in televisione?
Perché sto perseguendo sempre più fortemente l’autoesilio 

Non è una contraddizione per un uomo di spettacolo?
Per un artista no. Bisogna necessariamente esiliarsi per realizzare opere. Non si può essere un mondo se si è nel mondo.  Ti dirò una cosa… 

Dimmi.
Pensa che non uso più i social. Lo fa mia sorella per me.

Per quale motivo? 
Realizzo delle opere per sparire, non per affermare una esistenza. Fuori da questa dinamica non può esserci visione e opera. Che cos’è la pittura di Bacon se non questo? E il cinema di Béla Tarr, che ha deciso di non fare più film dopo Il cavallo di Torino?

Non ti sembra presto per mettere in atto la tua sparizione? 
L’ho sempre fatto. Ogni volta che salgo in scena sparisco. 

In epoca di “politicamente corretto” il tuo teatro ne è influenzato?
No. Le mie produzioni non hanno nulla a che spartire col tempo e con ogni collocazione cronologica. Figuriamoci essere influenzate da un trend del momento. Non faccio comunella col tempo. 

Qual è il tuo primo ricordo da bambino?
Quando ero piccolo e a soli due anni facevo la cacca in giardino, poi ci mettevo dentro i piedi e tornavo in casa spargendola ovunque, salivo sul letto e con i piedi zozzi lasciavo mille zampate con le lacrime agli occhi dal ridere per aver sporcato qualsiasi cosa di merda. Non ho fatto altro per tutta la vita e questa è la prima base del mio teatro. Diventare ciò che si è, ricordi? Già a due anni ero condannato a questo autismo. 

E ora ho saputo che applicherai questa “condanna” anche alla musica, riproponendo il tuo disco del 2008 “Scendi Vittorio Scendi”. Come mai questa scelta? 
Quel disco non ho mai voluto distribuirlo, pur avendo delle proposte. Non si tratta di un prodotto ma di un’opera che ho preferito vendere nelle gallerie d’arte. Sto tornando a quell’acustica, a quella musicalità, al pianoforte, ai versacci, ai sussurri, a tutto quanto neghi fortemente l’immagine per consegnarsi alla visione. Aggiungendo nuovi brani. Cestinandone altri. È un ulteriore modo per togliermi di scena. 

Qual è la più grande soddisfazione che ti sei tolto attraverso il tuo modo di intendere l’arte?
Non sono soddisfatto, quasi mai. Una vaga gratificazione mi viene da questa cosa che ti racconto. Ai miei spettacoli vengono anche bambini. Mi hanno detto che dopo aver assistito a Fauno, alcuni rifacevano la scena in cui mi tocco il “pesce” e la voce esterna esclama “ritmo bongos” a scuola: “Maestra, ritmo bongos” e si toccavano. Resistete, porca puttana! Toccatevi il “pesce” fino a novant’anni davanti ai comuni, ai capi di stato, alle chiese, a chiunque, poi sbarrate gli occhi e cercate di morire di fronte a una visione!