Un hamburger con Tolstoj e i libri del mese

Un mondo in cui nessuno legge e comandano gli chef, un horror italiano e tutte le uscite da non perdere a giugno

Una scena dal film 'Fahrenheit 451', nella versione del 1966

“Manaraga. La montagna dei libri” di Vladimir Sorokin  

Dopo la Pace della Transilvania e la Seconda rivoluzione islamica, quel che resta della società occidentale ha smesso di leggere e l’unica carta stampata in circolazione è quella delle banconote: i libri sono vecchi cimeli, conservati nei musei a memoria di un tempo che non c’è più. Anche il significato del verbo “leggere” ormai è cambiato: adesso significa cucinare. Per essere precisi, bruciare volumi (o meglio, “legna”) per alimentare il fuoco su cui vengono preparate prelibatezze clandestine. Bistecca di tonno con Moby Dick, manzo di Kobe à L’adolescente, roba da ricchi, roba di classe: “Per esempio, le favole tedesche profumano sempre di vaniglia, mentre i romanzi di Jules Verne odorano di muschio. Kafka, di legno di quercia e piombo. Dickens, di ruggine ed escrementi di gatto. Una prima edizione di Nietzsche emana sempre un odore di pelo d’asino”. Siamo nel 2037, e a svelarci i segreti del book ’n grill è Géza Yasnodvorsky, cuoco 33enne specializzato in letteratura russa e protagonista di Manaraga, il nuovo romanzo di Vladimir Sorokin. Attraverso i viaggi di Géza – spesso clandestini, magari per rimediare una rarità di Cechov, o per aggiornare le “pulci” impiantate nel suo cervello, minicomputer che gli forniscono informazioni, lo guidano e proteggono –, e sfruttando i tópoi più abusati del momento, la distopia cyberpunk e le teorie cospirazioniste, Sorokin racconta un mondo che è lo specchio allucinato del nostro. A partire dall’inversione del luogo comune per eccellenza – i libri sono cibo per la mente –, lo scrittore russo dileggia chef star, ricchi che abusano dell’arte per fare serata, regimi e misteriose società segrete, architettando un racconto postmoderno esilarante sul valore della letteratura. L’intreccio in sé è piuttosto banale – c’è un cattivo da Bond movie, il cuoco-reietto Henri che, nascosto sulla cima del monte Manaraga, falsifica prime edizioni –, ma è la voce di Géza la vera forza del racconto. I ritratti dei suoi clienti e delle sue “letture” strampalate rendono tutto plausibile e affascinante, e le sue ricette stranamente appetitose. Ah, quasi dimenticavo: non poteva mancare un riferimento a Fahrenheit 451. Una brutta storia di bistecche. A.C.

“Tu che sei di me la miglior parte” di Enrico Brizzi  

Quando Zoff alzava la Coppa e Beppe Grillo faceva ridere, quando in tv c’era “l’invertita Lady Oscar” e sui muri davanti a scuola apparivano le scritte “6 un gran sanazzo”, Tommy, Athos e Selva muovevano i loro primi passi in una Bologna di rude boy, “spaccini” e aspiranti ultras avidi di Supertifo. Il legame ideale con Jack Frusciante è uscito dal gruppo, fin dalla copertina, è talmente palese da non dare fastidio, anche se è lecito non avvertire l’esigenza di un nuovo romanzo di educazione sentimentale in salsa felsinea, ambientato tra ’80 e ’90. Ma Enrico Brizzi, passato dal trionfo dell’esordio allo sperimentalismo e dal colonialismo pallonaro di Lorenzo Pellegrini ai veri pellegrini, scrive come sempre bene, e quando rievoca e cita sa dove andare a colpire. Così la matita nel TDK, che ci riporta ai Dead Kennedys e alle volate di Cipollini, la infiliamo sempre volentieri. D.F.

“L’educazione dei figli” di Bertrand Russell  

Qual è l’ultima “arma politica” rimasta per cambiare il futuro, in questi tempi inquieti? Forse l’educazione dei figli. Anche se Bertrand Russell (1872-1970), filosofo, matematico e saggista inglese, non avrebbe apprezzato questa definizione, in quanto pacifista. Il volume racchiude saggi, aforismi e articoli inediti; tutto ruota intorno all’esperienza di homeschooling cui Russell diede vita tra le due guerre insieme alla moglie Dora. Insegnare ai propri figli è una pratica che, con difficoltà e sospetti, resiste ancora oggi (in Italia solo poche migliaia, negli USA quasi 2 milioni di bambini). Sì, sembra una cosa un po’ grillina. Ma leggendo questo libro è facile aprire la mente verso uno stile di vita alternativo da non sottovalutare, che mira a formare futuri cittadini disposti alla cooperazione, alla pace e alla gentilezza. Bellissimo il sottotitolo del volume: “Un bambino è come un albero”. M.B.

“Aspettando i naufraghi” di Orso Tosco  

“Sedici sono le persone sedute attorno al grande tavolo di legno nero e sedici sono le persone che si puntano una pistola alla tempia. Ma quindici soltanto sono i corpi che si accasciano al suolo dopo il boato delle esplosioni”. Si apre con un potente affresco di morte Aspettando i naufraghi. Un’estatica apocalissi da camera – deliberatamente scelta –, costruita sugli affetti e i fallimenti di una vita, che risparmierà un solo superstite. Scegliere la sopravvivenza significa scegliere la sconfitta? In un romanzo vitale e disperato come le nostre migliori bevute e immaginifico come i nostri sogni, che sviliremmo a voler interpretare, Orso Tosco ci racconta la post-apocalisse di quel superstite, un figlio che sceglie di vivere per essere accanto al padre malato terminale, alla vulnerabilità goffa di chi va spegnendosi con una tosse petulante e non con il fragore di uno sparo. V.R.

“Orrore” di Pietro Grossi  

L’idea dietro Orrore, il nuovo, agile e inaspettato romanzo di Pietro Grossi, è il danno che il male, o anche solo il sospetto del male, può provocare alla vita delle persone. Una coppia si gode la tranquillità della propria casa di montagna, quando decide di andare a esplorare un luogo abbandonato lì vicino. Dentro, una maschera demoniaca, attrezzature ospedaliere e oggetti immacolati, che risaltano senza ragione nella polvere. Ci può essere una spiegazione razionale, ma il cuore – o le viscere – non ha dubbi sulla natura di ciò che è stato visto. Un amico scrittore della coppia, appena ne viene a conoscenza, non può fare a meno di indagare a sua volta, come se l’ignoto fosse un virus che infetta le menti. Grossi è bravo a giocare con gli stereotipi dell’horror – la cortina di diffidenza che circonda le domande del ficcanaso di turno, la spirale ossessiva a cui cedere parti della propria sana, salda vita pre-mistero –, senza (quasi) mai cadere nei cliché. Si segue così l’indagine del protagonista, sperando che l’orrore esista davvero; pur consapevoli che la delusione, cioè la constatazione che la realtà è soltanto una, sia sempre una possibilità: “Diciamocelo: gli unici a vedere davvero qualcosa di sinistro erano stati Diego e Lidia. Io mi ero introdotto in un luogo molto inusuale, forse in effetti tetro, ma quanto tetro in sé e quanto grazie alla nuvola che gli avevamo costruito intorno con le nostre eccitabili fantasie, figlie solo dei film dell’orrore?”. Basta andare fino in fondo per scoprirlo. Già solo per questo motivo, Orrore merita la nostra attenzione. M.B.