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Un estratto dall’ultimo libro di Tito Faraci, “Nato sette volte”

Il fumettista, giornalista e scrittore ha appena pubblicato un romanzo per Indiana editore: il racconto di una band che decide di riunirsi dopo 30 anni

Tito Faraci, foto di Rossella Rasulo

Tito Faraci, foto di Rossella Rasulo

Una lunga, nebbiosa strada provinciale che collega Gallarate e Pavia, gli 883 e i Litfiba, gli anni ’80 e questo XXI secolo. “Nato sette volte” di Tito Faraci racconta la reunion dei Litania, trent’anni dopo il loro ultimo concerto al Rolling Stone di Milano: al centro del libro (molto autobiografico) c’è infatti lo sceneggiatore di fumetti Luca, che un giorno decide di rintracciare i suoi vecchi compagni di sala prove per rimettere in piedi quel gruppo dark che, forse, sarebbe potuto diventare se non grande, almeno un culto underground.

Come e perché si erano sciolti i Litania, cosa sono diventati nel corso degli anni i singoli componenti della band e cosa ne sarà della loro reunion, scopritelo leggendo queste divertenti pagine di cui vi presentiamo un estratto: 

Luca bevve un lungo sorso, per ottenere una pausa drammatica, appoggiò il bicchiere e disse: «Stavo pensando di riformare i Litania».
L’effetto non fu quello sperato. Matteo fece una risatina al minimo sindacale, come per liquidare una battuta poco riuscita. «Dico sul serio, Matteo. Ti ho chiesto di vederci per questo.»
«I Litania? Ma dai. A parte il fatto che facevano cagare…» «A parte il fatto che, ai tempi, dicevi che eravamo bravi!»
Matteo fece un’altra risatina, stavolta più convinta. «Oh, andiamo! Cosa volevi che ti dicessi, ai tempi? Eravate una brutta copia dei Litfiba.»
«Dei Litfiba di Desaparecido e 17 re, però.»
«Un momento, calma! I Litfiba di Desaparecido e 17 re non sono la stessa cosa.»
Luca roteò gli occhi e allargò platealmente le braccia, come cercando la comprensione di un pubblico immaginario. In effetti, incontrò lo sguardo di un tizio seduto al tavolo a fianco che, fino a un attimo prima, stava cercando d’intortare una hipster di una ventina d’anni più giovane di lui (e anche di Luca e Matteo). Doveva avere captato il discorso sui vecchi Litfiba, e ne era stato attirato come il cane di Pavlov. Luca interruppe il contatto visivo, prima che il tizio cominciasse a sbavare più di quanto già facesse per la hipster o, peggio ancora, si intromettesse in quell’insidiosa deriva della discussione.
«Okay, imitavamo un po’ i Litfiba… e, da un certo punto di vista, facevamo cagare. Ma chi se lo ricorda? Il punto è che il nome è tornato a circolare, soprattutto dopo il tuo libro. La gente ne ha sentito parlare.»
«Meglio che se li avesse sentiti suonare» disse Matteo. «Comunque, hai un concetto ottimistico di “gente”. Tu sai quante copie ha venduto “Anestesia totale”?»
«Io so quanto se n’è parlato» disse Luca.
Si riferivano al libro scritto da Matteo e uscito l’anno prima con lo stesso titolo della fanzine che lui e Luca avevano creato ai tempi dell’università, a Pavia. Due soli numeri, ma sufficienti per mettere un piede nella porta della leggenda e sospingere Luca e Matteo verso carriere parallele che avevano in comune l’essere pagati da qualcuno per qualcosa che si pagherebbe per fare. Luca si sarebbe definito un uomo fortunato, fosse stato solo per il lavoro.
«Anestesia totale» – la fanzine, non il libro – era stata scritta, disegnata, ritagliata, incollata fra la cucina dell’appartamento da studente fuori sede di Luca e la camera di Matteo, che allora viveva ancora con i genitori. Stampata elemosinando fotocopie a destra e a sinistra. E accompagnata, gran colpaccio di genio e di culo, da una compilation su cassetta di «band emergenti della scena new wave italiana». Era stato Matteo a trovare un’azienda disposta a fare un master, amalgamando registrazioni di alterna qualità mandate dai vari gruppi coinvolti, e duplicare qualche centinaio di cassette per meno di mille lire al pezzo. Dove lui e Matteo avessero trovato i soldi, per la prima uscita di «Anestesia totale», Luca ora non riusciva più a ricordarlo. O, più precisamente, non riusciva a ricordare che scusa avesse rifilato ai propri genitori per alleggerirli. Forse, addirittura, la verità. Nel qual caso, chissà come aveva spiegato loro il concetto di fanzine, durante uno dei sempre più rari ritorni nella villetta a schiera di Gallarate.

Nato sette volte
di Tito Faraci.
Indiana editore, 126 pagine.
Prezzo: 9,50 €

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