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Shepard Fairey e l’arte di sollevare polveroni

Ha iniziato appiccicando adesivi senza senso solo per vedere come reagiva la gente. A 25 anni dalla sua prima provocazione, la Don Gallery di Milano gli rende omaggio. Si inizia oggi con 20 ritratti rock&roll firmati mr OBEY
Shepard Fairey, 44 anni. La Don Gallery di Milano gli rende omaggio dal 3 al 5 ottobre.

Shepard Fairey, 44 anni. La Don Gallery di Milano gli rende omaggio dal 3 al 5 ottobre.

Cominciamo con due parole: l’imperativo OBEY (obbedisci), autoritario e inquietante, e il sostantivo HOPE (speranza), colorato e leggero. Due concetti opposti che si annullano l’uno con l’altro. Non è un caso che siano le parole su cui Shepard Fairey ha basato la sua carriera. Fairey è uno dei più grandi esponenti della street art, autore di opere note a tutti, declinate con il tempo in una nube di merchandising che le ha rese quasi ubique. E forse la magia di Fairey – l’uomo che ha assocciato la parola HOPE a Barack Obama – sta tutta qui, nella profonda ambiguità tra la società consumistica e la sua continua critica, tra lo sfruttamento certosino dei media e il loro sberleffo.

Ma OBEY non è solo un marchio d’abbigliamento: è il primo successo artistico di Shepard, classe 1970, nato nella Carolina del Sud e avviatosi alla carriera nel non particolarmente cool Rhode Island. Il suo stile grafico richiama sin dall’inizio quello della propaganda sovietica, con i suoi bordi grossi pieni di contrasti; da sempre abituato a giocare con la politica, i media e il potere, è finito nel 2008 per dire la sua sulla sfida tra McCain e Obama scegliendo il secondo, dipingendolo a tre colori: un endorsement pesante da una firma solitamente critica che è diventato in pochi anni uno dei pezzi di arte politica più importanti del nostro tempo.

Prima di tutto questo, però, prima di Barack, delle collezioni presenti nei principali musei del mondo (lo Smithsonian di Washington, il MoMa di New York, il Victoria and Albert Museum di Londra), viene il wrestling. André The Giant era un omone bulgaro-polacco affetto da acromegalia, un “gigante” che negli anni ’80 sfruttò le sue dimensioni per diventare un’icona del wrestling professionistico.

È da lui che Fairey parte per il suo primo progetto, André the Giant Has a Posse (inaugurato nel 1989), un vero e proprio spam di adesivi che cominiciò a fare circolare prima nel Rhode Island, poi in tutte le principali città degli States, seguendo la via della seta degli skater e della sottocultura. Tra le opere della serie, compare il famoso OBEY, ovvero il faccione del nostro gigante accompagnato dallo slogan “This Is Your God”. Sono tutti messaggi fortissimi che sembrano riferirsi a uno strano culto politico o a un colpo di stato imminente.

A renderli ancora più eversivi, il fatto che non significhino niente. A Shepard Fairey piace del resto dire che Shepard Fairey è uno scienziato sociale che sperimenta e rimane a osservare le reazioni altrui. Nel 1990 questa analisi del comportamento sfocia in un manifesto online in cui l’artista-manipolatore mostra le sue carte, tirando in ballo il filosofo tedesco Martin Heidegger e la fenomenologia, “il processo che lascia che siano gli oggetti a manifestare se stessi”.

L’obiettivo è quello di suscitare stupore, ispirare domande, alzare polveroni e spingere tutti verso il dubbio: “Molte persone che conoscono l’adesivo lo trovano divertente, lo riconoscono come nonsense e sono così in grado di provare un piacere visuale senza il fardello di una spiegazione. La mente paranoica e conservativa, invece, è confusa dalla persistenza dell’adesivo e lo addita come un culto underground dalle fondamenta sovversive”. Il gioco di Fairey è quindi chiaro: far fare tutto agli altri, stare a guardarli e divertirsi “nel nome del divertimento e dell’osservazione”, scrive.

Dal 3 al 5 ottobre, 20 opere di Fairey saranno in mostra alla Don Gallery di Milano (thedongallery.com) per la rassegna-evento OBEY for Hennessy: un’ottima occasione per conoscere da vicino colui che meglio ha saputo sfruttare i meccanismi del meme (la viralità, il passaparola, la riappropiazione) a fini artistici, finendo a dire la sua sul Presidente Usa: «Ho creato l’immagine di Obama con un’intenzione diversa rispetto a molte delle altre cose che ho fatto», ha spiegato a Iggy Pop in un’intervista per Interview Magazine. «Non che prima non avessi mai messo personaggi che ammiro su un piedistallo, ma di solito erano gente tipo Black Sabbath o Pantere Nere».

Nel 2008, Fairey era semplicemente un padre che voleva garantire alle sue due figlie un mondo migliore. Ma quando un personaggio viene stilizzato, diventa riproducibile, vicino, più umano. Eterogenesi dei fini? Forse. E infatti eccoci qui, a sei anni di distanza, a ricordare quell’opera, a parodiarla e riprodurla, a trattarla da simbolo. A quanto pare, Fairey non si aspettava un successo simile. Del resto, quando lasci al pubblico l’onere di interpretare un oggetto, può capitare di tutto. La parte più divertente è stare fermi a guardare che succede.

 

Shepard Fairey alias Obey
Selected work inspired to music

3-5 ottobre

The Don Gallery
Via Cola Montano, 15 – Milano

Questo articolo è stato pubblicato sul numero di settembre di Rolling Stone

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