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Prima del voto, i voti: le pagelle delle elezioni

Domani si torna alle urne ma prima diamo i voti ai candidati, da Renzi a Berlusconi, passando per Movimento 5 Stelle e Lega.

Foto di Giuseppe Ricciardiello/Kontrolab/IPA

Dieci, nove, otto, sette, sei, cinque, quattro, tre: quanto dare ai protagonisti di questa campagna elettorale definita “deprimente”, “triste”, “misera”, “inutile”, “falsa”, “vacua” (come tutte le altre, del resto)?

Matteo Renzi

Dopo aver perso il referendum, essersi dimesso dalla presidenza del consiglio, lasciato la segreteria del partito democratico, aver detto “me ne vado” come il generale De Gaulle ed essere rientrato molto prima che qualcuno andasse a chiederglielo seriamente (il suddetto, prima di tornare, rimase a Colombey-les-Deux-Églises dieci anni), è salito su un treno e si è messo a viaggiare su e giù per l’Italia. Ha cantato Coez, stretto mani, preso fischi, visto gente, fatto cose. Ha combattuto contro la propria antipatia, una nemica che viene prima della politica, non c’entra niente con la politica, eppure ha effetti tremendamente politici.

Tutto quello che prima del 4 dicembre lo faceva splendere (brillantezza, velocità, talento, facilità di battuta, sfrontatezza), improvvisamente ha smesso di luccicare. Non è colpa del destino, ma di un movimento fuori tempo. Nato per correre nel maggioritario, dove si combatte uno contro uno (massimo contro due) e dove poi uno vince, l’altro perde, ha provato a navigare nel proporzionale, dove nessuno vince, né perde. Non ha trovato il passo giusto. Ha detto che, se il Pd va male, rimarrà segretario. Pare non abbia ancora appreso la lezione di De Gaulle. Voto: rimandato.

Paolo Gentiloni

Sincero, avveduto, garbato, competente, rassicurante, all’occorrenza anche invisibile. Gentiloni ha domandato, come fanno gli aspiranti presidenti degli Stati Uniti: “Comprereste un’auto usata da me?”. Chi potrebbe rispondere di no. Sostenevano fosse l’alter ego di Renzi, ha imposto lentamente la sua personalità, diversa per temperamento, metodi e stile da quella del predecessore a Palazzo Chigi.

Dopo l’ebrezza dei tweet, delle foto instagram, dei tweet, dei mi piace, dei selfie, ha rivalutato il silenzio e l’assenza studiata, interpretando un piccolo moto di riflusso dai social. Ha incarnato l’alternativa al renzismo, pur dentro la cornice della continuità. È diventato il leader più gradito della politica italiana. Giorgio Napolitano, Romano Prodi, Walter Veltroni, Carlo Calenda, Enrico Letta, si sono tutti schierati con lui, la good company del Pd. Voto: 8 e mezzo.

Emma Bonino

È partita con un classico radicale, il vittimismo. Lamentando l’iniquità dell’odiatissima legge elettorale, è stata per giorni sulle prime pagine dei giornali. Ha lanciato l’allarme sulla possibilità che non riuscisse a candidarsi, denunciando l’ingiustizia di dover raccogliere troppe firme, in così poco tempo, con così poche forze, mentre invece le altre liste già presenti in parlamento, che privilegiate, se la sarebbero cavate con niente. Il dramma è durato fino a che il principe azzurro Bruno Tabacci non è accorso a salvarla a bordo di un cavallo bianco chiamato Centro democratico. Gran colpo di marketing elettorale (ecco a che servono i professionisti della politica).

Vecchia novità italiana, è l’unica che non si affanna a dimostrare: per lei, parla la reputazione che ha. Credibile quando dice più Europa (è un’antica federalista), quando critica Minniti sull’immigrazione (ha lanciato una campagna che si chiama “Ero straniero”), quando si distanzia da Renzi (ha raccontato che dopo aver preso il posto di Letta, Matteo la chiamò per dirle che non sarebbe stata più ministro: “Mi servono facce nuove”, le disse). Chi vuole votare per il centro sinistra, ma non per il Partito di Renzi, nonostante sia lo stesso di Gentiloni (uomo a cui lei ogni giorno rende onore e gloria), sceglie lei. Voto: 8.

(Poi, certo: ci sono quelli che la accusano di essere un’ultra liberista. È gente che, comunque, voterebbe Potere al popolo. Ed eccoci dunque a Viola Carofalo, la leader del movimento: si è fatta notare una volta sola, quando ha spiegato che considera il modello venezuelano una fonte d’ispirazione. Cosa precisamente l’attragga di un Paese con l’87% di persone sotto la soglia di povertà non l’ha specificato, e forse è meglio non saperlo. Voto: 3, d’incoraggiamento.

Silvio Berlusconi

Dopo essere stato costruttore, imprenditore, presidente del Milan, marito e padre di famiglia felice, condannato, unto dal signore, caimano, re del bunga bunga, affetto da uveite, si è fatto nonno e animalista per noi. È il David Bowie della politica italiana. In ogni fase, sfoggia un nuovo io. La sua ultima trasformazione lo fa apparire innocuo. Nessuno, trovandoselo davanti, ha la forza di incalzarlo: è tenero, persino fragile. Dietro il suo eterno buonumore, ha saputo nascondere la sua incandidabilità, il fatto che ha governato tre volte questo Paese, che ha promesso molte altre volte, molte altre cose.

Ha rubato a Salvini la parola flat tax e l’ha imposta al centro del discorso pubblico. Voleva dire: “Mille euro”. Ha detto: “Mille lire”. Abbiamo pensato a una gaffe. Poi, ho sentito una mia anziana zia osservare: “Pensa ancora come me, in lire”. C’è ancora un piccolo Berlusconi in ognuno di noi . Nessuno, però, se ne preoccupa più. Voto: 7 e mezzo (perché gli è mancato il travolgente recupero degli anni d’oro e un tocco magico paragonabile a quello della sedia spolverata a Marco Travaglio durante Servizio Pubblico).

Matteo Salvini

Si è tolto la felpa e ha indossato camicia e giacca. È pronto a governare il Paese, dice, vestendosi. Sara così? Per il momento si è dato molto da fare. Ogni giorno, sette, otto appuntamenti in diversi luoghi d’Italia. Ha fatto comizi, telefonate, dirette Facebook, tweet, interviste, collegamenti tv, dichiarazioni alle agenzie. La faccia sempre scoglionata, come quella di qualsiasi italiano medio il lunedì mattina mentre va al lavoro. È riuscito, il giorno dopo che a Macerata un militante del suo partito ha preso una pistola e ha sparato contro tutti i neri che incontrava per strada, a far considerare legittima la formula: “Sì, ha sbagliato, ma”. Unico errore: il confronto con Laura Boldrini, perso ai punti. Voto: 9 meno.

Giorgia Meloni

È rimasta schiacciata tra Salvini e Berlusconi. Poco credibile nel ruolo della cattiva, priva della fantasia per parlare all’Italia eterna della maschera e della commedia. Nella foga anti immigrati, si è lasciata andare a una pessima figura con il direttore del museo egizio di Torino. Ha provato a rimediare facendosi fotografare accanto a Viktor Orban: tra i capi europei, probabilmente, quello che più odia gli stranieri. La posa è comunque un po’ innaturale. Aspira a essere la Marine Le Pen italiana, le mancano tutti quegli spigoli. Voto: 5.

Movimento 5 stelle

Ha fatto due campagne elettorali (meno una): di lotta con Alessandro Di Battista, di governo con Luigi Di Maio (il fondatore desaparecido appare a Roma solo nel finale). Entrambi dovevano evitare il paragone dei loro appuntamenti con le date del travolgente tsunami tour di Beppe Grillo (2013). Ce l’hanno fatta dividendosi i compiti. Di Battista andando nelle piccole città di provincia, dove la politica non si fa mai troppo viva, con il camper, la pizza al taglio, il figlio piccolo, la compagna, rinverdendo così il mito del movimento delle origini; Di Maio frequentando i palazzetti dello sport, gli investitori stranieri, qualche salotto della buona borghesia.

Sono stati capaci di parare i colpi di Rimborsopoli. Non farsi danneggiare dai candidati non candidabili sfuggiti alla propria selezione, massoni inclusi. Hanno inviato la lista dei ministri a sergio.mattarella@libero.it. Una sgrammaticatura istituzionale, di cui hanno parlato ogni giorno tutti i giornali e i telegiornali. Un colpo mediatico. Certo, i due hanno giocato partite diverse: Di Maio guardando a domani, Di Battista a dopo domani. Il primo è risultato più ordinario. Voto: 7. Il secondo impeccabile nel ruolo di Che Guevara della dorsale appenninica, così guerrigliero da non candidarsi nemmeno alle elezioni. Voto: 10.

Pietro Grasso

La giacca perbene, l’aspetto da signore benestante, borghese del ramo legge, categoria ex magistrato (in ogni elezione italiana che si rispetti, ce n’è almeno uno). Per accreditarsi nel campo della rivolta, si è fatto fotografare insieme a Jeremy Corbyn, il nuovo mito della sinistra radicale, sottovalutando i testacoda che possono generare le immagini. Messi uno di fianco all’altro, la distanza tra chi ha passato la vita dentro le istituzioni (Grasso) e chi a contestarle, facendosi anche arrestare (Corbyn), è risultata evidente. Ricorderemo l’ira delle donne associate alle foglioline e la proposta dell’università gratis per tutti, poveri e ricchi. Per il resto: non pervenuto.

P. S. I voti non corrispondono al voto.

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