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Perché nessuno crede a Tiger Woods proprio ora che ha ragione

Un altro golfista l'ha accusato di doping senza alcuna prova e in molti gli hanno creduto. Perché Woods, per tutti, non può che essere una barzelletta

C’è stato un tempo in cui nessuno si sarebbe mai sognato di credere a qualsiasi affermazione infamante su Tiger Woods, un’icona americana che sembrava destinata alla gloria eterna. Ma quello era il Tiger Woods dalla reputazione impenetrabile, un sacco di tempo fa.

Ad un certo punto, circa due anni fa, il suo matrimonio è andato a rotoli e con esso l’integrità strutturale di un atleta che da quel momento in poi è diventato strano, bizzarro. Quando l’abbiamo visto sciare in Italia con una maschera da scheletro addosso (per nascondere un incisivo caduto) è stato difficile non accostarlo alle eccentricità a cui ci aveva abituato Michael Jackson. E così, quando venerdì un golfista mediocre come Dan Olsen si è messo ad accusare Woods di doping, le infamie sono state prese sul serio – anche grazie alla sete di scoop dei media.

Tiger Woods sulle piste di Cortina

Olsen, un giocatore di mezza categoria, ha già ritirato le accuse e, nonostante siano state smentite dall’agente di Woods e dall’organizzazione del PGA, l’opinione pubblica su Woods è cambiata irrimediabilmente, anno dopo anno.

Come ha scritto Will Leitch su Sports On Earth, l’atleta è intrappolato nella “fase barzelletta”, tanto rendere impossibile immaginarlo nella posizione osannata di un tempo. Nel 2002 nessuno l’avrebbe mai messo sullo stesso piano di Mike Tyson, ora ha senso. Non c’è da stupirsi se abbia risposto ad un attacco satirico con un articolo privo di senso dello humor e degno di qualcuno da sempre conosciuto per il nervosismo.

Nel 2002 nessuno l’avrebbe paragonato a Mike Tyson.
Ora lo fanno tutti.

C’è stato del sadismo nei confronti di Woods, perché si è dato più peso ad accuse infondate che alle difese di un atleta serio. Molta gente ha speculato su come la celebrità e la pressione della competizione possano influire su corpo e mente di qualcuno sotto i riflettori. Per qualcuno è stato bello vedere come si sgretola una statua che fino ad allora era stata ferma e granitica. E pian piano tutto è imploso.

Ma c’è anche chi ha provato tristezza e sconforto nel vedere l’eroe della propria infanzia/adolescenza messo alla gogna. Colui che aveva trasformato uno sport poco entusiasmante in qualcosa di magnetico, imprevedibile.

Ero lì, a Pebble Beach nel 2000, quando Woods ha regalato al mondo una delle sue corse al podio più pittoresche, uno degli unici tornei di golf che potrei definire scioccanti: ha vinto con soli 15 colpi nonostante fosse il suo terzo campionato major, a soli 24 anni. L’unico articolo negativo all’epoca è apparso su GQ, in cui si prendeva in giro Woods per la sua propensione alle barzellette sporche. La cosa lo irrigidì fino a farlo diventare un campione anche nella freddezza con cui si approcciava al mondo esterno—ironico, no?

Fra un mese, magari Tiger sarà sufficientemente in forma e sicuro di sé da giocare ai Masters. Se così non fosse, forse il suo ritorno coinciderà con l’US Open, o il British Open o il PGA. Più il suo gioco si addentrerà in un territorio sconosciuto (l’11 febbraio ha annunciato una pausa spirituale, mentre intanto è slittato oltre il 70esimo posto nel ranking mondiale) e più ci stupiremo di un nuovo, inesplorato Tiger Woods. C’è stato un tempo in cui era l’antitesi del bizzarro: ora, è così distante da quell’immagine che l’infamia difficilmente lascerà spazio ad altro.

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