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Perché Google è contro la nuova legge europea sul copyright?

Il colosso di Mountain View ha lanciato una campagna mediatica per dimostrare come la nuova normativa europea potrebbe danneggiare i suoi utenti, creatori di contenuti ed editori. Una mossa che mira più al pubblico che a chi deciderà le sorti della legge

Perché Google è contro la nuova legge europea sul copyright?

Immagine IPA

Vi avevamo parlato della nuova legge europea sul copyright, una delle più controverse operazioni burocratiche, che nasconde degli ottimi presupposti con alcune decisioni “goffe”, per usare un eufemismo. Su questa legge si sono espressi tutti, come al solito: chi non ne sapeva nulla, chi ne sapeva qualcosa, chi col copyright ci lavora, chi invece pirata a testa bassa e vuole comunque dare fiato alle trombe. Pochi, però, sono gli attori protagonisti del web che hanno preso una chiara posizione. Tra questi c’è Google, che di recente ha puntato i piedi. Lo ha fatto, a nostro vedere, in modo molto furbo, preciso e condivisibile.

Miliardi di persone

La prima informazione sottolineata dal gigante di Mountain View è la portata dell’evento. Il pubblico a cui si rivolge questa Legge, infatti, è composto da miliardi di persone. Tutti gli utenti, cioè, che fruiscono di contenuti digitali sul web. Viene poi messo in risalto che una Legge europea sul copyright è di sicuro necessaria, perché muove un mercato di miliardi di euro e milioni di lavoratori. Tuttavia, stando a Google, così com’è, questa Legge rischia solo di danneggiare quei miliardi di utenti e fare poco gioco a chi lavora nel settore.

Addio a YouTube?

A questo punto, la disamina del colosso digitale passa alle maniere forti. E lo fa in modo semplice: mostra un video YouTube… senza video. Questo proprio perché, con la nuova Legge, molti video potrebbero scomparire. E con questi, sottolinea sempre Google, anche gli 800 milioni di euro che YouTube (che ricordiamo essere di proprietà di Google) versa nelle casse dei proprietari di contenuti europei ogni anno. E pure quel miliardo e mezzo di euro pagati all’industria discografica nell’ultimo anno. E pure quei 35 milioni di euro versati nelle casse dei canali YouTube europei.

L’esempio di Despacito

Quindi, avallare in toto la legge così com’è, a detta di Google, rischierebbe di far tracollare l’industria dei media digitali, poiché le piattaforme web, per evitare di entrare in beghe legali, potrebbero decidere di bloccare buona parte dei loro contenuti. E con un esempio “eccellente” (si fa per dire), a corollario, Google si fa capire bene: con la nuova normativa, YouTube dovrebbe bloccare i contenuti relativi a Despacito, il cui video ufficiale, e solo quello senza contare altri contenuti annessi, sta viaggiando verso i 6 miliardi di visualizzazioni.

Il gigante di Mountain View rincara poi la dose, col medesimo schema, ricordando che YouTube è solo un esempio. E che tutto sommato è quasi poca cosa di fronte ai numeri di Google, inteso come motore di ricerca. Sono infatti oltre 80.000 gli editori che ricevano traffico da Google, il quale indirizza gli utenti alle notizie più di 10 miliardi di volte al mese, con un valore tra 0.04 e 0.08 euro a visita per gli editori. Google chiude il suo accorato appello rimarcando che, trattandosi ancora di una proposta di legge, si è in tempo per modificarla, recependo i suggerimenti suoi e degli altri attori nel panorama web mondiale.

Il gioco di Google

Di sicuro, e questa è la nostra opinione, si tratta di una mossa opportuna e ben sviluppata, che ovviamente mira più al pubblico che a chi sta decidendo le sorti di questa Legge (del resto viviamo in un’epoca dove è importante avere, prima di tutto, il supporto degli utenti). E probabilmente Google ha ragione, perché questa è di sicuro una Legge che va modificata. Però, ecco, forse c’è da prendere in considerazione il fatto che, nel 2017, l’intero mercato discografico valeva più di 17 miliardi di dollari, di cui circa il 60-70% (la percentuale varia molto in base al paese), proveniente solo dalla fruizione di contenuti fisici e digitali. Col digitale che in alcuni casi, come gli Stati Uniti (75%) o la Cina (90%), rappresenta la maggior fonte di guadagno per l’industria. Se consideriamo la situazione quasi monopolistica di YouTube, forse, quel miliardo e mezzo di euro (che non a caso è l’unico dato NON europeo ma mondiale, di cui parla Google nel suo appello, quasi a farlo sembrare più grande di quel che è…) è una cifra da rivedere. E quindi, in fondo, qualche soldino in più è bene che pure Google si prepari a pagarlo. Perché ognuno tira acqua al suo mulino, in fondo, ma l’importante è che musica ed editoria non muoiano di sete.

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