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Perché e quando è nato l’indipendentismo in Catalogna

Il 1 ottobre è alle porte: per molti catalani è il giorno dell'indipendenza dalla Spagna, ma nessuno ancora può dire come andrà a finire il referendum, che Madrid osteggia e che pare appeso a un filo. Le rivendicazioni del popolo catalano hanno radici storiche, identitarie ed economiche. E, non poco, c'entra pure il pallone

La data sacra, e al contempo la più nefasta, per gli abitanti della Catalogna è l’11 settembre, la Diada, il giorno in cui Barcellona cadde nelle mani di Filippo V di Borbone e la regione divenne Spagna a tutti gli effetti. Domenica 1 ottobre è stata invece indicata da molti catalani come la giornata della rinascita, la fine di un giogo di tre secoli. Questo il peso che la maggior parte degli indipendentisti attribuisce al referendum, indetto unilateralmente dalle istituzioni di Barcellona. Un voto attorno a cui da giorni si concentrano nuvoloni: già tre anni fa la Catalogna aveva tentato la mossa della consultazione popolare per dare forza alle proprie mire separatiste, e fu bloccata dal Tribunale costituzionale spagnolo; oggi, davanti a un nuovo tentativo di forzare la mano, Madrid ha risposto con l’arresto di 14 persone legate al governo locale e l’invio della polizia, con il mandato di impedire le votazioni. Al momento non c’è nulla di sicuro, e la tensione tra le due più importanti città del Paese, e le rispettive anime e comunità, è alle stelle. Difficile immaginare il futuro, le speranze catalane che l’operazione referendaria vada a buon fine appaiono al lumicino. Barcellona si appella all’Europa, con la richiesta di appoggiare la propria volontà di autodeterminazione, Madrid considera il voto illegale, perché contrario alla Costituzione e al principio dell’unità della nazione.

L’indipendentismo catalano è un fenomeno antico, che ha ragioni storiche, sociali ed economiche. Fino al 1714 – una data ricordata anche dai tifosi blaugrana, che al minuto 17 e 14 delle partiti sono soliti intonare cori per l’indipendenza – il territorio ha sempre goduto di una larga autonomia, nella frammentata penisola catalana. Prima all’anno Mille, in epoca feudale, i conti di Barcellona estesero il loro controllo sull’area, che fiorì con la fine dell’Impero Carolingio. Era nata, nei fatti, la Catalogna, che, almeno all’inizio, indicava tutte le regioni in cui si parlava la lingua catalana: oltre al capoluogo, la zona di Valencia, le Baleari, una parte di Aragona, Andorra e la regione francese del Rossiglione. Oggi la Catalogna va dal confine con la Francia fino a sotto l’Ebro, nella zona nord-orientale della Spagna.

Oggi il catalano, lingua neolatina con i suoi vari dialetti, è parlato da circa 9 milioni di persone. La sua nascita risale al periodo tra il VIII e il X secolo, dal 1978 affianca l’idioma nazionale nella regione e dal 2005 è riconosciuta come co-ufficiale, accanto al castigliano, dall’Unione Europea. Nel corso del XII secolo l’allora contea entrò a fare parte del regno di Aragona, divenendo un principato e mantenendo il proprio governo locale. Era l’epoca della Reconquista, e i confini continuavano a cambiare.

Foto di Donat Sorokin/TASS

Nel XV secolo la Corona di Aragona e quella castigliana si unirono, grazie al matrimonio dei rispettivi sovrani. La futura Spagna era, però, tutt’altro che un regno unito. Almeno fino agli Asburgo e a Filippo II, il cui obiettivo era quello di creare un Paese moderno e unito, a discapito delle rivendicazioni di ciascun territorio. Nel corso del ‘600 il malumore della popolazione locale, e la duratura presenza delle truppe castigliane lungo i Pirenei per la Guerra dei Trent’anni, portò a sollevazioni, e la Catalogna divenne terreno di scontro tra la Francia e Madrid, ora una straordinaria potenza coloniale. Tra il 1713 e il 1714 Barcellona fu posta sotto assedio, ai margini della Guerra di Successione, e dopo 14 mesi, con la sconfitta della Coronela, l’esercito catalano, la regione finì nelle mani dei nuovi regnati Borboni.

Da quel momento, quella catalana è una storia di insofferenza nei confronti della corona. Da qui venivano molti degli avversari di Primo de Rivera, generale autore di un colpo di Stato nel 1923, e otto anni dopo Francesc Macià, approfittando delle difficoltà del governo centrale, di nuovo democratico, proclamò la nascita della Repubblica di Catalogna, che, dopo una lunga trattativa con Madrid, lasciò il posto alla Generalitat de Catalunya, che ancora oggi è la forma di governo della regione, che gode di significative autonomie. Con Francisco Franco le cose precipitarono. Il dittatore avversò in ogni modo gli amministratori locali e le loro richieste di autonomia, mise fuori legge i simboli, a cominciare dalla giallorossa bandiera Estelada, e la lingua catalana. Molti episodi della resistenza antifranchista in Spagna sono ambientati proprio in questa regione, come la guerriglia di Francisco Sabaté Llopart, el Quico.

In Catalogna, che nel frattempo è divenuta una delle aree più ricche del Paese, grazie anche alla propria vocazione turistica, non si sviluppò un movimento armato forte e duraturo come l’Eta nei vicini Paesi Baschi, con cui l’area condivide molte rivendicazioni, ma l’anelito indipendentista non si è mai sopito, nemmeno con il ritorno della democrazia e con i due statuti successivi alla morte di Franco, nel 1978 e 2006, che hanno consolidato la diversità, anche istituzionale, della regione. Che, assieme ai Paesi Baschi, è quella che gode di più libertà, tra cui una propria polizia.

Sin dagli anni Venti esistono partiti politici apertamente indipendentisti. Prima Artur Mas e poi l’attuale presidente della Generalitat Carles Puigdemont sono stati alla guida di governi di Convergencia, creatura politica nata attorno al grande federatore e storico leader catalano Jordi Puyol, che riunisce, da destra a sinistra, e secondo varie sfumature di radicalismo, le formazioni indipendentiste.

La tendenza degli ultimi anni, si vedrà se corroborata dalle urne, va verso un incremento del consenso nei confronti di autonomisti e separatisti, come testimonierebbero anche alcuni sondaggi in mano ai dirigenti locali, e la crisi economica degli ultimi anni ha offerto nuovi argomenti a chi vorrebbe mollare Madrid. Detto delle questioni storiche, le motivazioni finanziarie non sono infatti secondarie in questa vicenda. La Catalogna è, dopo l’Andalusia, la seconda comunità autonoma più popolosa della Spagna, con circa 7 milioni di abitanti (e 5,5 milioni di “potenziali” elettori per il referendum), ed è quella con l’economia più in salute.

“Se fossimo indipendenti, saremmo il settimo Paese più ricco d’Europa”, aveva detto qualche anno fa l’ex presidente Mas. Il pil catalano rappresenta circa il 20% di quello nazionale, con un tasso di crescita del 3,5 per cento e esportazioni crescenti. Numeri che, inevitabilmente, regioni come Murcia, Extramadura e la stessa Andalusia si scordano. Numeri che potrebbe calare, qualcuno ipotizza, con l’indipendenza e le difficoltà nei commerci, mentre c’è, al contrario, chi calcola in 16 miliardi di euro il risparmio di tasse che la nuova condizione eventualmente comporterebbe.



Per alcuni è la solita Barcellona “pesetera”, che guarda unicamente ai soldi. Ma le questioni identitarie esistono, e potrebbero contare. Il bilinguismo è una bandiera a cui la Catalogna non ha mai voluto rinunciare, e attorno a cui si sono sviluppate una letteratura e correnti artistiche.

E, soprattutto, c’è il calcio. I trionfi in Spagna e in Europa del Barcellona, che ha riprodotto sul rettangolo verde la feroce rivalità con Madrid, hanno dato nuova linfa al “catalanismo”. Personaggi come Guardiola e Piquè, che proprio in questi giorni è tornato a twittare il proprio appoggio al referendum, sono diventati dei simboli, e contribuiscono a dare appeal a quella che, decisamente, non è più solo una questione locale. C’è chi dice che, in caso di vittoria del fronte indipendentista il 1 ottobre, Messi e compagni potrebbero abbandonare la Liga. Uno dei tanti fanta-contraccolpi di un voto, se ci sarà, che apre scenari insondabili.

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