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Niente Hard-Brexit, in Gran Bretagna vince l’Europa

Mentre a Bruxelles qualcuno se la ride, la non-vittoria di Theresa May e il disastro dell'Ukip lasciano un paese ingovernabile

In gergo sportivo si direbbe ‘s’è tirata la iella’: Theresa May, convinta del trionfo del Partito Conservatore, aveva indetto elezioni anticipate in modo da delineare il prima possibile una linea politca chiara, soprattutto in vista delle pratica che impegneranno Londra nei prossimi mesi davanti all’Europa in merito al Brexit.

Tuttavia così non è stato dato che, nonostante gli spogli siano ancora da terminare, è ormai chiaro che ci si trovi davanti a un Parlamento senza una maggioranza netta e che il piano della May sia franato davanti all’incredibile scalata del Partito Laburista guidato da Jeremy Corbyn.

Stando alle ultime proiezioni il Partito Conservatore dovrebbe ottenere 315 seggi, i Laburisti 261. Siamo quindi di fronte a un hung parliament, un Parlamento bloccato e senza una maggioranza in grado di governare. Una bella patata bollente per Theresa May che non solo dovrà negoziare l’uscita dall’Unione Europea, ma anche amministrare un paese che ha vissuto tre attentati in tre mesi.

A proposito di Unione Europea: disastroso il risultato ottenuto dall’Ukip, il partito indipendentista e di destra radicale che tanto aveva cavalcato il risultato della Brexit. La formazione un tempo guidata da Nigel Farage ha ottenuto meno del 2% dei voti, eleggerà zero parlamentari e sembra condannarsi alla totale inconsistenza politica. Una buona notizia per gli europeisti di tutto il continente: il risultato, insieme alla recente sconfitta di Marine Le Pen, sembra delineare un trend positivo dopo le bordate subite in praticamente tutte le elezioni politiche degli ultimi anni. Insomma, alla faccia di chi pensava che il populismo potesse essere l’unica propaganda efficace ai tempi della paura del diverso.

Quella di Jeremy Corbin, invece, è una performance sorprendente: i Labour, fino a qualche settimana fa, erano dati a 20 punti di distanza. Se dal punto di vista strettamente politico il risultato significa moltissimo – prima del voto la leadership di Corbyn era messa costantemente in discussione dall’ala moderata del partito -, la remuntada laburista è comunque una sconfitta, voti che rischiano di restare congelati in un parlamento incastrato nelle ambizioni della prima ministra.

«Se perderò anche solo sei seggi perderò queste elezioni, e sarà Jeremy Corbyn a sedersi e negoziare con i presidenti, primi ministri e cancellieri d’Europa», aveva scritto Theresa May sulla sua pagina Facebook il 20 maggio. Ora le sue dimissioni sono al centro della polemica politica: al suo posto sarebbe già pronta la candidatura dell’ex sindaco di Londra Boris Johnson, ora ministro degli esteri.

L’opzione più accreditata sembra quella di un governo Tories-Dup: i voti del partito unionista nord-irlandese permetterebbero ai conservatori di raggiungere la maggioranza di 326 seggi, ma non sono assolutamente sufficienti per negoziare quella Hard-Brexit tanto richiesta dagli uomini di Theresa May.

Le alternative sono poche e tutte complicate: un governo di minoranza laburista (suggerito nella notte da qualche collaboratore di Corbyn) dovrebbe trovarsi i voti giorno per giorno, mentre una Große Koalition alla tedesca sarebbe possibile solo in presenza di un nuovo premier.

Tutto si deciderà nei prossimi 10 giorni: il 19 giugno è previsto il Queen’s Speech, il discorso della regina dove viene presentato il programma del governo. Ma quale governo? Al momento è difficile dirlo, quello che è sicuro è che qualcuno a Bruxelles si è svegliato con un grosso sorriso stampato in faccia. Come hanno scritto su Twitter: «Gli italiani dicono che la Gran Bretagna è ingovernabile. Siamo messi male. Mamma mia!»

AGGIORNAMENTO: Theresa May non è intenzionata a dimettersi. Secondo le ultime indiscrezioni il Partito Conservatore proverà a formare un governo aiutato dai voti del Dup, il partito nord-irlandese.

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