Rolling Stone Italia

Decreto sicurezza, il PD prende posizione. Ma chi l’ha capita?

Ieri il Senato ha votato e approvato il “Decreto Sicurezza”. L'unica cosa che doveva fare il PD era spiegare la differenza tra rifugiato, clandestino, richiedente asilo. E invece si è aggiunto alla retorica reazionaria del Governo.

Il senatore del PD Davide Faraone durante la votazione per il Decreto Sicurezza. Foto di Armando Dadi / AGF

Ieri il Senato della Repubblica ha votato e approvato il “Decreto Sicurezza” del Ministro dell’Interno Matteo Salvini.

In una giornata triste per un Paese che ha distrutto quel poco che è stato fatto finora per costruire un paese più inclusivo e funzionale per tutti, ci si è messo anche il gruppo parlamentare al Senato del Partito Democratico a dare il fianco alla retorica reazionaria del Governo, capeggiato dal Senatore Marcucci, fedelissimo conterraneo di Renzi. Insomma, uno di quelli che in gergo giornalistico viene piazzato di diritto nel “Giglio Magico” insieme alla Boschi e compagnia bella.

Al grido di “meno sicurezza, più clandestini” abbiamo assistito in diretta e attoniti alla sfilata di Senatori dem, che invece di spiegare il contenuto del decreto in questione si infilano le vesti – nel vero senso della parola, delle terribili t-shirts – della peggior retorica a cui assistiamo dai tempi della Bossi-Fini. Legittimando la modalità salviniana delle felpe e delle frasi ad effetto, il Partito Democratico ha scelto di rincorrere sul loro terreno la frangia leghista più dura e pura, di fatto scatenando le sacrosante reazioni del proprio elettorato.

In realtà, il “geniale” claim dei democratici risponde a verità: il Decreto Salvini creerà un numero infinito di persone irregolari, clandestini a tutti gli effetti quindi. Il problema sta solo nelle parole, nei modi, nella violenza, tipica della controparte. In un Paese in cui si fatica a spiegare che “clandestino” ha un significato preciso e non è sinonimo di “straniero”, mi sarei prima premurato di spiegare nei fatti in cosa consiste il messaggio del PD. La fetta più grande di popolazione non conosce la differenza tra rifugiato, clandestino, richiedente asilo, cittadino ed è responsabilità di chi vuole un popolo conscio spiegarglielo, in tutti i modi possibili.

C’erano diversi modi per dare un messaggio forte e coerente: ad esempio spiegando che le destre al governo hanno come obiettivo di creare più irregolari perché la loro propaganda si basa su questo; che sta per arrivare una bomba sociale da cui si uscirà difficilmente; che senza un documento regolare non si può lavorare e si è destinati a delinquere per portare a casa la “pagnotta”; che senza documenti non si può nemmeno affittare un appartamento e si è destinati a stare per strada. E, in sintesi, che gli italiani non vogliono questo. Le cose, tutte, se non le spieghi, ti si rivoltano contro.

Nel mondo dei 140 caratteri è difficile conquistarsi l’attenzione del pubblico all’interno di un ragionamento minimamente complesso e lo sappiamo tutti. Ma è il ruolo del politico, baby.

La domanda che sorge spontanea rimane costantemente una: a chi sta parlando il Partito Democratico? Esiste un elettorato del Partito Democratico che vuole avere a che fare con queste goliardate stucchevoli?

Mi viene da dire che prima di cercare un segretario forse bisognerebbe conoscere i propri interlocutori. Non basta scopiazzare le strategie straniere ed esaltarle facendole proprie – i Verdi bavaresi, Corbyn, Ocasio Cortez – ma possibilmente costruendo un progetto che torni a dare voce a tutto quel popolo che a forza di urlare ha perso la voce prima e i propri rappresentanti istituzionali dopo.

Nel mondo in cui chi vive nel sottoscala di un palazzone periferico non comunica con chi prende tre voli business a settimana, il ruolo del PD potrebbe essere quello di avvicinare le due comunità, senza prediligere la seconda sulla prima, senza una scelta. Cinicamente, anche per una mera questione numerica. E queste persone, tutte, non hanno bisogno di violenza e paura.

Dal 4 marzo abbiamo assistito ad una innumerevole serie di strafalcioni, gaffe e uscite fuori luogo, che hanno messo il Partito Democratico dalla parte di chi gioca su un campo non proprio e perde, perde sempre. L’ultima scenetta, fresca di qualche giorno, è l’ergersi sui banchi parlamentari al grido di “onestà, onestà”, con tanto di cartelloni e cartellini da stadio. L’ennesima rincorsa alla retorica, questa volta grillina, del Governo. Non dimentichiamo la strumentalizzazione del “caso Matera in Puglia” di Di Maio, le sterili polemiche sullo stipendio di Casalino, il portavoce di Conte, o l’indignazione sull’assunzione nella segreteria particolare del MISE di un’amica del Ministro.



Sembra che nessuno, al momento, stia provando a creare una strada – sì pericolosa, sì complicata, sì da “dentro o fuori” – alternativa al populismo dei modi, delle parole, dei gesti che scorrono ogni giorno su social, tv e radio. Anzi, è ormai chiaro che nessuno abbia la forza di dettare una linea per fare una opposizione dura ma sobria, elettoralmente remunerativa.

Chi, quindi, si assumerà la responsabilità di questa strategia politica e comunicativa folle e autodistruttiva? Nessuno, questa volta. Nessuno, sempre.

Iscriviti