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Inge Feltrinelli: «Oggi i delusi si sono rinchiusi nelle loro torri d’avorio»

È scomparsa a 87 anni l'ultima grande dell'editoria internazionale, che portò in Italia i pensieri di Allende e Márquez. Nel 2005, l’ultima intervista di Rolling Stone.

Inge Feltrinelli, foto IPA

Mi trovo nei locali della casa editrice Feltrinelli a Milano. Al ricevimento una potenziale fidanzata di Bianciardi mi chiede se ho un appuntamento. Le spiego, poggiando la borsa per terra. Dopo pochi istanti la signora Inge Schoenthal Feltrinelli appare in fondo ad un corridoio. Lo squiccherio nervoso delle mie scarpe di gomma sul bianco lucente del pavimento si interrompe. La signora Inge Schönthal Feltrinelli tende la mano ben prima di raggiungermi. Mi invita a seguirla nel suo studio. «Questo era l’ufficio di Giangiacomo; stava seduto dietro quella scrivania da patron, io ho una posizione più soft, qui al centro».

Vedo. Lei ha trascorso molti anni in Italia. In cosa la società italiana è essenzialmente diversa da quella che ha conosciuto?
Oggi l’Italia mi sembra paradossalmente un paese apolitico. Quando sono arrivata qui nel ’60 la politica era al centro della vita. Io arrivavo dalla Germania governata da un grasso cancelliere, Ehrhardt, convinto che ogni tedesco dovesse avere due frigidaire e due automobili. Milano era diversa: si discuteva, c’erano i liberali, i comunisti delusi del post ’56, la politica era tutto…

Cosa ha determinato questo cambiamento?
In Italia il ’68 non è mai arrivato veramente nelle istituzioni come in Germania. Joschka Fischer, ministro degli esteri tedesco, è un ex-attivista politico radicale. Anche il Cancelliere Schröder era un uomo di ultrasinistra. In Germania, in Francia, il sistema dei vecchi gerarchi è stato azzerato. In Italia non è mai accaduto. A parte quelle tre o quattro persone che in modi diversi sono delle star, come Sofri e Lerner, la generazione del ’68 non ha conquistato le istituzioni, non ha ripulito la giustizia, la politica e le università dalle vecchie generazioni. Per non dire dell’assenza delle donne nelle top position.

A proposito. Nel 2006 alle elezioni si sfideranno due settantenni. Mentre la media europea è molto più bassa; il primo ministro inglese, francese, tedesco e spagnolo e anche nell’Europa dell’Est…
È per quello che le dicevo prima. Il ’68 non è riuscito ad abbattere l’enorme potere della chiesa e della vecchia DC. Hanno fatto tutto loro e nessuno è mai stato in grado di metterli sul banco degli accusati. Stazione di Bologna, Brescia, Piazza Fontana, mai una strage è stata chiarita. Non ci sono risposte. Neanche per la morte di Giangiacomo Feltrinelli.

Ma c’è ancora un ruolo per la cultura, per cambiare lo stato delle cose? Perché fino agli anni Settanta, l’appartenenza politica era un segno distintivo, per cui girare con un tascabile Feltrinelli in una tasca e Il Manifesto nell’altra, era una cosa socialmente vantaggiosa. Eri uno da ammirare…
Oggi c’è un edonismo micidiale, i delusi si sono rinchiusi nelle loro torri d’avorio. Non c’è più un Pasolini, un Moravia. A Roma non c’è più nessuno. Solo il palazzo. Tante volte Moravia mi chiedeva: “Cosa succede a Milano?” Lui aveva un complesso d’inferiorità nei confronti di Milano. A Milano c’era il business, il mondo europeo mentre Roma, per lui, era una provincia. Era curioso. Eravamo in bicicletta a Pechino, quando nessuno andava in Cina, e mi raccontava le sue avventure sessuali “con una bellissima cinese”… Era gente così. E non ci sono più. C’erano tanti giganti. Ora, dove sono i giganti? Io sono una donna molto esigente.

Sì. Senta, so che è molto fiera della libreria Feltrinelli Village all’aeroporto di Olbia, perché ci vanno le famiglie come al centro commerciale. Io ci sono stato. La sezione diete e astrologia è più ampia di quella dedicata alla filosofia…
Ma a Olbia passerà sì e no un professore all’anno! Non avrebbe avuto senso un tempio della cultura per l’élite…

Ma proprio perché questo sarebbe interessante tendere una trappola culturale per quelli che vanno in vacanza nella patria del “briatorismo” no?
Lei ha ragione, ma c’è un mare di libri al Village di Olbia e tra questi moltissimi sono di alta qualità. Comunque anche a me non interessa l’astrologia. Ad altri sì.

Ecco. Cosa fa quest’estate?
Cerco di non avere programmi. Mi piace andare a trovare gli amici, andare al mare, in Puglia, in Sardegna, giro..

Beh, se hai pochi soldi sei costretto a fare programmi. Per di più oggi la società italiana è più rigida e classista rispetto a quella di 30 anni fa. Lo stato non educa più. Se nasci povero e brutto, muori povero e brutto… Perché hanno lasciato il campo a Berlusconi?
Perché non c’è più il PCI di Berlinguer. Un grande partito, ammirato in tutto il mondo, dall’Unione Sovietica agli Stati Uniti. Un partito dialettico, basti pensare al compromesso storico o agli strappi coi russi. Erano persone intelligenti. Ho conosciuto tutti i grandi: Pajetta, Amendola, persino Togliatti che amava la Juventus, ma parlava perfettamente greco e latino. Dove sono queste persone?

Chi lo sa? Lei ha conosciuto bene l’attivismo politico. Cosa pensa dei giovani detti no global?
Io sono no global. Sono sempre stata un’anarchica, una femminista, no global, senza appartenenze. Penso che sia importante protestare.

Ma ha un impatto sulla politica internazionale? Il movimento anti Bush è stato pressante, ma Bush è andato dritto e ha vinto.
Gli USA sono un paese sconosciuto. Noi conosciamo New York. Il resto è reazionario, puritano, sono ancora cowboys. Non sanno neanche dove si trova l’Iraq.

Sì. E perché in Italia nessuno protesta contro questo governo tragicomico?
Perché la gente ama Berlusconi. Perché è l’uomo più ricco d’Italia, perché è un grande venditore della sua immagine. É Diabolik.

L’ha mai incontrato?
Sì, e ci ho litigato, 25 anni fa alla Biennale di Venezia. Mi presentarono questo piccoletto come il boss di Rete 4. Gli dissi, “Ah lei è l’uomo di questo orrendo Dallas! Lei sta drogando gli italiani! Perché non fa anche un programma sui libri?” “Con chi?” mi chiese. Risposi “Con Eco”. “Quello è troppo caro.” Ha risposto.

Questa risposta è veramente rivelatrice. A lui in realtà non importa che quello. I danè. Per i danè van bene tutti, rossi e bianchi o neri… Lei vota in Italia?
Sì, certo.

Prodi?
Certo. Non c’è alternativa.

Sarebbe meglio uno come Veltroni.
Veltroni è bravo, ma… forse un po’ romano, ma anche Prodi forse è un po’ bolognese.. Credo che la qualità di Veltroni sia di essere un grande sindaco di Roma, anche nei rapporti internazionali. Certo non condivido la sua fascinazione per i Kennedy. Ecco, è un po’ romantico.

Un’ultima cosa. Come trascorre le sue giornate?
Sono sempre qui. Mio figlio Carlo è l’editore, io la vecchia presidente. Faccio le cose che lui odia: gli incontri internazionali, le fiere… la settimana prossima sono in Francia al matrimonio di un bravissimo editore americano, poi a Matera per un premio delle donne; il 16 ero a Roma per un’inaugurazione di una nuova libreria Feltrinelli, oggi mi ha chiamato Nadine Gordimer invitandomi alla cote d’azur.

Che ritmo. Le fa paura il vuoto.
No, è il mio ritmo, ed è sempre più veloce.

L’intervista di Massimo Coppola a Inge Feltrinelli è stata pubblicata su Rolling Stone nel 2005.

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