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Il nuovo romanzo di De Cataldo è tutto spie, droga e rock ‘n roll

“L’agente del caos” (Einaudi) è un’avvincente spy story che ha come ingredienti i Servizi Segreti (più o meno) deviati, la controcultura giovanile, la migliore musica del secolo scorso e il più incredibile aneddoto su Uma Thurman che possiate mai immaginare.

giancarlo de cataldo

Ai romanzi Giancarlo De Cataldo dobbiamo l’epica di Romanzo Criminale e quella molto contemporanea dei personaggi di Suburra.

Nel suo ultimo libro L’agente del caos lo scenario è quello degli anni ’60 dove un agente segreto americano, Jay Dark, riceve un compito molto particolare: riempire le strade europee di droga per tutelare le democrazie occidentali.

Chi è Jay Dark?
È un tipico prodotto della cultura e dell’immaginazione “lisergica” di quegli anni. È la proiezione immaginaria di un personaggio reale.

Jay Dark è infatti si ispira a una figura tanto discussa quanto misteriosa del lato oscuro di quegli anni: Ronald Stark.
Chi era veramente Roland Stark: un trafficante di droga? Un spia? O entrambi?

Il personaggio Stark non ha né un’origine né una fine accertata, nessuno di quelli che l’hanno conosciuto sapeva veramente chi fosse.
A qualcuno si presentava come l’erede di una grande famiglia, con invece altri sosteneva di aver svolto esperimenti segreti con il governo Kennedy negli anni 60… per uno scrittore l’immersione in questa biografia è esaltante perché ti permette di raccontare il caos.

Jay Dark appunto è l’agente del caos che dà il titolo al romanzo. Secondo te che cos’è il caos?
Henry Miller disse che il caos è “la nota su cui si gioca lo spartito dell’esistenza”.
Caos è dinamismo, movimento, cambiamento… Subentra quando le esistenze degli uomini sono troppo rigide, prossime alla morte.
Il caos ci costringe a cambiare: sta a noi dare un segno e un valore a questo movimento.

In cosa consisteva l’operazione Blue Moon alla quale avrebbe (il condizionale è d’obbligo) preso parte?
Era il tentativo di pervertire una cultura giovanile rivoluzionaria trasformandola in una generazione di drogati.
In paesi scossi da profondi scontri politici come gli Stati Uniti o l’Italia questa operazione è in parte riuscita, prima con l’LSD e poi (soprattutto in Italia) con l’eroina che è stata un fattore di disgregazione dei movimenti giovanili.
Altrove, come in Inghilterra e in Francia, dove c’è stata una saldezza maggiore, le droghe sono state molto sfruttate principalmente dagli artisti, ma non hanno avuto effetti così devastanti come in America o Italia.

Nel tuo romanzo il confine tra “buoni” e “cattivi” che si muovono all’interno di questa operazione Blue Moon è molto labile…
Il caos agisce in tutte le direzioni, perciò chi parte con un disegno perverso poi finisce con qualcosa che non aveva previsto.
È chiaro che chi ha voluto favorire la diffusione delle droghe per spegnere le forze rivoluzionarie del movimento giovanile in parte ci è riuscito, però è anche vero che altre energie che si sprigionano in quegli anni, ovvero la liberazione sessuale e quella femminile, finiscono a condizionare il mondo molto più dei complotti.

Ma tu credi ai complotti?
Nel romanzo cito una frase che mi disse un ex ufficiale dei Servizi: “Noi facciamo molte operazioni, quelle che riescono diventano Storia, e sono poche, quelle che non riescono si chiamano complotti”. Abbiamo sotto gli occhi tanti tentativi di cambiare la storia: a volte riescono, altre no.

C’è qualche evento catalogato come “complotto” a cui credi?
Le operazioni che racconto in questo libro qualche risultato l’hanno prodotto.
La diffusione delle droghe pesanti ha “dato una mano” a spegnere una stagione molto vitale di sviluppo sociale e culturale.
I complotti non determinano la storia nel suo complesso, però quando delle persone determinate e intelligenti sanno sfruttare il momento storico attraverso qualche operazione sporca e riesce e si può chiamare complotto.

Quanto ci hai messo a scrivere questo romanzo?
Tanto, almeno due anni. Sono abbastanza ossessivo con la documentazione e la ricerca.

Ritieni che la musica, l’arte e la cultura della anni sessanta e settanta siano irripetibili?
Un grande genio del novecento che si chiama James Ballard ha scritto che gli anni sessanti sono stati la pietra tombale su tutto.
Quindi, sì, direi che è stato un periodo irripetibile.

Com’era il 68 visto non da Londra o Parigi, ma da Taranto?
Io avevo dodici anni e mi preparavo a combattere la battaglia contro gli ormoni.
Non me ne sono accorto di quello che succedeva, se non per le gonne delle ragazze che si facevano più corte il che è una cosa molto positiva.
Ho un solo rimpianto se ripenso a quegli anni: era un periodo dove il caos spingeva verso il cambiamento, il dinamismo, mentre oggi tutto sembra spingere verso i recinti, le frontiere, le chiusure…

Nel tuo romanzo sono tante gli artisti dell’epoca che Jay Dark incontra nel suo cammino: Andy Wharol e la sua factory, Allen Ginsberg, Ken Kesey che poi scrisse “Qualcuno volò sul nido del cuculo”… si scopre anche che la madre di Uma Thurman, Nena von Schlebrügge, è stata per anni la moglie di Timothy Leary, il professore di Harvard che scoprì e diffuse l’LSD…
Quando l’ho saputo anch’io ho fatto un salto sulla sedia e ho pensato “è troppo, devo mettercela dentro questa storia”.
Ma d’altronde Jay Dark è un testimone di un’epoca, un angelo viaggiatore che li ha visti tutti e li ha incontrati tutti…

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