Reuters ha pubblicato un’inchiesta che potrebbe aver risolto uno dei misteri più longevi del mondo dell’arte contemporanea: l’identità di Banksy. Secondo l’indagine, durata mesi e basata su documenti giudiziari, registri di frontiera e testimonianze dirette, dietro lo street artist più celebre del pianeta ci sarebbe Robin Gunningham, nato a Bristol nel 1973 e diplomato alla Bristol Cathedral School. Gunningham avrebbe cambiato legalmente il proprio nome in David Jones intorno al 2008, sparendo di fatto dai registri pubblici e rendendo quasi impossibile rintracciarlo. Il nome scelto non sarebbe casuale, David Jones è infatti uno dei più comuni in Gran Bretagna, ideale per passare inosservato, oltre a essere il nome di battesimo di David Bowie.
La prova più forte arriva da un archivio giudiziario di New York, rimasto sepolto per oltre vent’anni. Il 18 settembre 2000, la polizia arrestò un uomo sorpreso a dipingere su un cartellone pubblicitario di Marc Jacobs, sul tetto di un palazzo al 675 di Hudson Street, a Manhattan. Era l’epoca in cui Banksy stava passando dalla pittura a mano libera alla tecnica a stencil che lo avrebbe reso celebre. L’uomo firmò una confessione scritta a mano e nei documenti processuali compare ripetutamente un nome: Robin Gunningham. All’epoca la polizia di New York non aveva idea di aver fermato Banksy, perché l’artista non aveva ancora raggiunto la notorietà che sarebbe poi arrivata negli anni successivi.
L’indagine di Reuters è partita però dall’Ucraina. A fine 2022, Banksy aveva realizzato sette murales nel paese in guerra, tra cui la celebre scena della vasca da bagno nel villaggio di Horenka, a pochi chilometri da Bucha. I giornalisti sono andati sul posto e hanno mostrato agli abitanti una serie di foto di artisti spesso associati a Banksy. Una testimone, Tetiana Reznychenko, avrebbe reagito davanti alla foto di Robert Del Naja, il frontman dei Massive Attack, da anni tra i principali indiziati delle indagini sulla vera identità di Banksy. Da quella reazione sono partite le ricerche.
I dati sull’immigrazione ucraina hanno poi aggiunto un tassello importante. Il 28 ottobre 2022, Del Naja è entrato nel paese dalla frontiera polacca insieme al fotografo Giles Duley, che aveva fornito l’ambulanza usata dal gruppo per spostarsi nella zona. Lo stesso giorno ha attraversato il confine un certo David Jones, il cui passaporto riportava la stessa esatta data di nascita di Robin Gunningham. Secondo Reuters si tratterebbe della stessa persona con un nuovo nome: di Gunningham, in quel periodo, non risulta alcun ingresso nel paese. Del Naja e Jones hanno lasciato l’Ucraina il 2 novembre.
Banksy non sarebbe dunque Del Naja, come molti avevano sospettato per anni, ma il leader dei Massive Attack sarebbe piuttosto un suo collaboratore, almeno in quell’occasione. Del resto lo stesso Banksy ha sempre riconosciuto il legame con il musicista di Bristol. Nella sezione FAQ del suo sito, oggi offline, alla domanda se avesse copiato lo stile di Blek le Rat, Banksy rispondeva di essersi ispirato piuttosto a “3D dei Massive Attack”, nome d’arte di Del Naja, come riportato anche nell’inchiesta di Reuters.
A offrire un’altra conferma indiretta è stato Steve Lazarides, ex manager storico dell’artista, che non ha confermato esplicitamente l’identità di Banksy ma ha ammesso di aver organizzato personalmente il cambio di nome del suo cliente, aggiungendo che cercarlo come Robin Gunningham sarebbe stato inutile. «Quel nome l’ho fatto sparire anni fa», ha detto. Stando a quanto si legge nell’inchiesta, l’avvocato di Banksy, Mark Stephens, avrebbe scritto a Reuters per chiedere di non pubblicare il report, sostenendo che avrebbe violato la privacy dell’artista e lo avrebbe esposto a rischi concreti.
Del resto, l’ipotesi che Gunningham fosse Banksy non è nuova. Nel corso degli anni le supposizioni sulla vera identità dell’artista si sono sprecate, da chi pensava si trattasse di un collettivo a chi puntava su Del Naja dei Massive Attack. Ma quella che Banksy fosse Robin Gunningham, writer cresciuto a Bristol e trasferitosi a Londra intorno al 2000, è sempre rimasta la supposizione più accreditata.
Che la si consideri risolta o meno, l’inchiesta di Reuters apre tuttavia una questione che va oltre il nome e il cognome. Certamente, Reuters ha applicato un principio giornalistico consolidato e difficile da contestare: chiunque influenzi il discorso pubblico è soggetto a scrutinio, e l’inchiesta pubblicata è un lavoro rigoroso, costruito su documenti giudiziari, registri di frontiera e testimonianze dirette. Non è gossip, non è speculazione da tabloid. È giornalismo investigativo nel senso più tradizionale del termine. Eppure il risultato rimane difficile da digerire, ed è lecito chiedersi: c’era bisogno di tutto questo?
Per oltre trent’anni Banksy ha usato l’anonimato come condizione necessaria per il proprio lavoro. Ha dipinto illegalmente sui muri di mezzo mondo, sempre dalla parte del più debole. Ha finanziato una nave per il soccorso dei migranti nel Mediterraneo, ha dipinto sul muro che separa la Cisgiordania da Israele, ha realizzato opere nell’Ucraina in guerra. Lo scorso settembre ha dipinto un giudice che colpisce un manifestante disarmato sul muro dei Royal Courts of Justice di Londra, il giorno dopo i 900 arresti durante le proteste pro-Palestina. L’opera era stata rimossa, il messaggio no.
Il significato più profondo di tutta la sua carriera è nato proprio dal fatto che nessuno sapeva chi fosse. L’anonimato era uno scudo che gli consentiva di dipingere in zone altrimenti irraggiungibili e, al contempo, un megafono capace di amplificare il messaggio profondamente politico e sociale delle sue opere.
Il lavoro svolto da Reuters, seppur apprezzabile da un punto di vista giornalistico, non colpisce un politico o il leader di un partito, ma un artista con nessun potere al di fuori della sua arte. Smascherarlo non lo rende più trasparente, ma più vulnerabile, e quest’inchiesta potrebbe infrangere l’unica difesa che finora lo aveva protetto.
Quello che resta da capire è se Banksy, ora con un nome e un cognome, sarà ancora in grado di fare quello che ha sempre fatto, o se il mondo avrà guadagnato un’informazione ma perso qualcosa di più grande.













