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Giovanni Rana, profeta dei memers

L'irresistibile ascesa di Giovanni Rana dagli spot “in prima persona” a icona del web, passando per i tormentoni di Maurizio Milani. A cavallo fra realtà e (auto)finzione, i mille volti del re del tortellino

È esistito un tempo “prima” del meme? Certamente sì. Così come è esistita una “via italiana” al meme. Un esempio? Il Cavalier Giovanni Rana da San Giovanni Lupatoto. Certo, messa così, sembra una boutade dettata dal caldo agostano (e forse lo è). Rana antesignano di Pepe the Frog? Nonostante la suggestione… onomastica, non intendo certo dimostrarlo. Mi limiterò a mettere in fila alcuni indizi.

Agli albori degli anni Novanta, mentre si prepara il “boom” della pasta fresca, Rana (che, vale la pena ricordarlo, ha fondato la ditta nel lontano 1962) decide di metterci la faccia. Così raccontava in un’intervista del 2012 a La Stampa: «Andai da una piccola società veronese di comunicazione dicendogli: io voglio andare in tv per sbaragliare la concorrenza. Voglio dire: “Salve, sono Giovanni Rana e sono quello che fa tortellini”. Fui definito pazzo, ma sono ancora qui».

Difficilmente, credo, si troverebbe una figura di imprenditore alimentare più radicata nell’immaginario dello spettatore TV degli anni Novanta (e oltre). D’accordo, ci ha provato Francesco Amadori, ma con minore fortuna, e in ogni caso seguendo la ricetta già scritta da Rana: tre quarti di bonomia casalinga per convincere mamme e nonne, un quarto di (auto)ironia per strizzare l’occhio ai più smaliziati figli e nipoti.

Vedo ancora qualche faccia perplessa. Procediamo, dunque. Avete presente Maurizio Milani? Secondo molti (fra cui il sottoscritto), si tratta di uno dei migliori comici italiani viventi. È anche uno scrittore notevole. Ebbene, Milani ha trasformato Giovanni Rana in un vero e proprio tormentone. In uno dei suoi libri, L’uomo che pesava i cani, pubblicato una decina d’anni fa, si potevano trovare racconti di questo tenore: «Ieri suonano alla porta di casa mia. Vado ad aprire: è Giovanni Rana con i tortellini in mano. Voleva entrare per farmi vedere che tengono la cottura. Gli ho detto: “Cavaliere, non faccio mai entrare estranei in casa. Non è che siccome lei va in televisione deve carpire la mia fiducia”».

Fin qui, siamo soltanto alla garbata presa in giro del presenzialismo televisivo di Rana. Ma cosa dobbiamo pensare quando Milani, nel bel mezzo di uno dei suoi surreali fatti “di vita vissuta”, butta dentro un Giovanni Rana casellante (uscita autostradale Piacenza Nord, per la precisione) che lo redarguisce con un «Giovane, non siamo in gita. Ci sono altri modi per far fruttare il disturbo?» Evidentemente siamo già di fronte a un esempio di “memerizzazione” ante litteram: dall’auto-iconizzazione alla ricollocazione dell’icona nel gran calderone delle immagini, con tutto quel che ne consegue, dai mashup su YouTube alle GIF animate.

Senza nulla togliere a Milani (il quale, lo ribadisco, rimane un faro della comicità italiana, sia pure per “felici pochi”), il merito di questa trasformazione lo si deve in primo luogo a Rana medesimo. Lasciamogli nuovamente la parola: «Fino al ’97 mi limitavo alle scenette […] Poi feci un’indagine: tutti pensavano fossi un attore che interpretava Giovanni Rana. Così cambiai linea. Gavino Sanna mi disse: “Per non essere creduto un attore, devi fare l’attore”».

Qualcuno ricorda quegli spot? Io sì, eccome. Uno scialo di immaginario pop che era una bellezza, grazie soprattutto a una perizia tecnica che aveva (e ha tutt’ora) dell’incredibile. Dategli un’occhiata: c’è Rana che promette di insegnare a cucinare a Marilyn («E lei mi insegna a recitare?»); Rana che si sostituisce a Sidney Greenstreet ne Il mistero del falco, faccia a faccia con Bogey; Rana che assiste alle sfilate dell’Armata Rossa insieme a tutta la Nomenklatura sovietica, Stalin incluso.

Se poi qualcuno nutrisse ancora dubbi sulla definitiva “auto-memerizzazione” del Nostro, potremmo aggiungere un ultimo indizio: l’apparizione come personaggio, in una puntata di 1992 – La serie. Il non-attore Rana interpreta se stesso («Ma quali attori, lo spot lo faccio io!»), in mezzo ad attori che interpretano figure vagamente imparentate con la realtà, oppure (ancora più vertiginoso) personaggi autentici del passato recente. «Per non essere creduto un attore, devi fare l’attore»: e il cerchio si chiude.

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