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Figa, soldi e potere: chi offre di più? Il commento di Massimo Coppola

Nell'odiato romanzo "Sottomissione" di Michel Houellebecq i musulmani non ci conquistano con il loro credo. Un commento in ritardo.

Tra le cose che ho letto in Italia sull’ultimo romanzo di Houellebecq, che, con Huysmansiano ritardo sono riuscito a finire solo poco fa, le due più produttive mi sono parse quelle di Alberto Piccinini (pubblicato sulle nostre pagine nel numero di febbraio) e quella di Alessandro Baricco, su Repubblica del 20 Gennaio.

Piccinini azzecca in pieno la triangolazione tra la materia del romanzo, i fan di Houellebecq e il suo rapporto con la modernità – intesa come semplicemente tutto ciò di cui si deve parlare se si vuole essere Houellebecq. Dall’altra parte Baricco si concentra sulla lingua, sulla capacità invidiabile di Houellebecq di riuscire ad apparire semplice e naturale nascondendo i suoi straordinari colpi di genio – come un passaggio semplice semplice di Gianni Rivera, che sembra semplice semplice e invece puoi farlo solo se hai gli occhi dietro la testa, o una canzone di Drake (amatissimo dal protagonista del romanzo) fatta di tre semplici accordi di chitarra.

Ciò che invece a me pare sia sfuggito a entrambi, ma di certo qualcuno ci avrà già pensato e io arrivo in ritardo, è la possibilità che la conversione all’Islam del protagonista, benché buttata lì a risoluzione di un plot banalotto, possa invece essere il vero motore del romanzo.

Perché, infine, il nostro protagonista “non memorabile” si converte? Nel romanzo i musulmani non ci conquistano, non ci possono conquistare, con il loro credo, ma, molto più semplicemente con i soldi e il potere. Scegliete voi cosa sia più importante; secondo Underwood, l’eroe fantapolitico per eccellenza dei nostri giorni, dipende dai casi.

Le guerre fatte per i soldi si possono risolvere, quelle di religione no, dice il saggio della domenica.

Ai professorini universitari disposti a convertirsi per mantenere la loro posizione nella stucchevole e imbolsita elite della Sorbonne vengono offerti – oltre ad una ampia scelta di mogli postadolescenti, friccicanti ma devote – stipendi altissimi e benefit di ogni tipo.

Cosa piace agli occidentali? Figa, soldi e potere. Eccoli qua. Prendetene in abbondanza; ma se ne volete in abbondanza, dovrete dirvi, più che essere, musulmani.

Un ometto sulla sessantina, in una improbabile coda all’edicola di una recente domenica mattina, sproloquiava, citando probabilmente qualche autore a me sconosciuto o forse un semplice detto popolare, che le guerre si son sempre fatte per i soldi o per la religione. La differenza, secondo il saggio della domenica che discettava sbirciandoci con affettata distrazione per controllare che lo stessimo ascoltando, è semplice. Le guerre fatte per i soldi si possono risolvere, quelle di religione no. Quando si parla di soldi, si finisce sempre per mettersi d’accordo. Quando si tratta di religione, mai.
E forse Houellebecq non vuol dirci che questo col suo romanzo asimmetrico e dai confini mal suturati. Se il conflitto (la guerra di civiltà!) si comporrà, accadrà perché ci compreranno, in blocco, insieme alle squadre di calcio, ai musei e alle magioni che pian piano stanno rosicchiando alla nostra storia – non solo gli Arabi, certo. Anche i cinesi per esempio (altro colpo di Piccinini che definisce Sottomissione un “romanzo cinese”). Ma almeno loro, nel frattempo, non ci ammazzano. O per lo meno lo fanno in un modo più sottile.

Che la civiltà occidentale (?!) non sia semplicemente all’asta, come un Van Gogh o una Gioconda, in attesa del miglior offerente?