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eSports, lo sport da divano è una cosa seria

Giocare ai videogames è ormai uno sport a tutti gli effetti, anche a livello agonistico

Il primo requisito per praticare uno sport, purtroppo, è sempre stato quello di alzare il culo dal divano: ognuno di noi, almeno una volta nella vita, se l’è sentito dire, anche solo dalla propria coscienza. Ma siamo nel 2015: oggi giocare ai videogames è considerato uno sport a tutti gli effetti. Anche se il livello di competitività dei gamers è tale che tra un torneo ufficiale e una sfida con gli amici passa la stessa distanza che c’è tra il Clàsico spagnolo e una partita di calcetto con le Moretti da 66 a bordo campo.

Lo scorso 30 marzo, James “Clayster” Eubanks ha guidato la sua squadra, Denial, alla vittoria nel campionato mondiale 2015 di Call of Duty: Advanced Warfare. Clayster, considerato un veterano (ma ha 23 anni) nelle competizioni professionali del franchise targato Activision, nella finale contro il Team Revenge ha totalizzato 40 uccisioni, di cui 11 di fila. OpTic Gaming, la squadra di cui fa parte Matt “NaDeSHoT” Haag, superstar di youtube e probabilmente il gamer professionale più famoso al mondo, si è classificata soltanto settima, anche se partiva come favorita; con suo grave scorno, immaginiamo.

Clayster e compagni si sono portati a casa i 400mila dollari, su un montepremi di 1 milione. Tutto questo è successo sotto gli occhi degli oltre 7mila spettatori, giustamente esaltati, che riempivano l’arena L.A. Live a Los Angeles; oltre ai 9 milioni di utenti registrati del sito Major League Gaming, che trasmetteva online in esclusiva il torneo.

Questi numeri, che iniziano ad assomigliare alla portata di un evento televisivo mainstream, non sono nemmeno così impressionanti se paragonati ad altre competizioni di eSports: le finali dei campionati mondiali di League of Legend 2014 hanno attirato su Twitch.tv (la piattaforma di live streaming video di recente acquistata da Amazon per 970 milioni di dollari) 27 milioni di spettatori, e la finale si è svolta al Sangram Stadium di Seoul – sold out per l’occasione, sede del campionato mondiale FIFA 2002. Secondo Newzoo, società che svolge ricerche di mercato per l’industria dei videogame, il pubblico globale degli eSports crescerà da 89 milioni dello scorso anno a 145 milioni nel 2017.

Secondo Rob Pardo, uno dei creatori di World of Warcraft e StarCraft, gli eSports avrebbero tutto il diritto di qualificarsi come disciplina olimpica

Attirato da questi numeri, e soprattutto dalla possibilità di conquistare fasce di spettatori più giovani (i cosiddetti, sfuggevoli millenials), il canale televisivo ESPN ha dallo scorso anno deciso di includere gli eSports nella sua serie di eventi chiamati X-Games, insieme a discipline come skateboard, snowboard, surf e motocross. Paradossalmente, lo scorso settembre il presidente di ESPN, John Skipper, aveva liquidato gli eSports come semplici “competizioni”, come gli scacchi o la dama – questo da parte del capo di un network che oltre agli sport tradizionali trasmette partite di freccette, poker, pesca alla spigola, ecc.

Per fugare ogni dubbio, del resto, basta assistere allo streaming di un torneo professionale di Counterstrike per constatare che gareggiare a quel livello nei videogames richiede incredibili abilità fisiche e mentali, oltre a capacità comunicative, strategiche e decisionali: i requisiti che da sempre definiscono ogni attività sportiva; non a caso nei tornei più importanti è stato persino introdotto il controllo antidoping. Secondo Rob Pardo, uno dei creatori di World of Warcraft e StarCraft, gli eSports avrebbero tutto il diritto di qualificarsi come disciplina olimpica. Non è difficile prevedere che, in ogni caso, ci vorrà un bel po’ di tempo.

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