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Dr. Pira, gli alieni e la vera storia dell’hip-hop

Abbiamo incontrato il fumettista a Lucca Comics & Games, e abbiamo parlato di terra cava, rap e Afrika Bambaataa

Non so se avete mai parlato di alieni con Dr. Pira, fumettista italiano noto per i suoi Fumetti della Gleba e la saga Gatto Mondadory, ma ne sa parecchio. L’artista ha anche un’altra passione, l’hip hop, e una decina d’anni fa, complice un soggiorno newyorchese, il fato unì i due temi davanti ai suoi occhi, rivelandogli La Connessione. Oggi, dieci anni dopo quel giorno, ecco uscire la sua ultima fatica, La vera storia dell’hip hop (Rizzoli Lizard, 204 pgg., 18 €), un vero e proprio saggio speculativo in cui i disegni hanno un ruolo marginale ed è la teoria a parlare. Nella seconda giornata del Lucca Comics and Games, in uno dei pochi tavoli di bar liberi in tutta la città, mi sono seduto con l’autore per parlare di: antichi alieni, Afrika Bambaataa e terra cava.

La vera storia dell’hip hop è nato come un esperimento umoristico basato su una premessa assurda (gli alieni hanno favorito la nascita dell’hip hop?) ma ben presto, ha spiegato Pira, «mi son reso conto che alcune che trovavo e che sono successe sul serio erano più pazze di quelle che inventavo io». Per esempio, la fascinazione per gli alieni di molti dei padri spirituali dell’hip hop, tra tutti Afrika Bambataa, che era warlord di una gang di strada ma, dopo un viaggio in Africa, «cambia nome, ha una missione di pace e di unità». Al suo ritorno negli USA, è lui a categorizzare l’hip hop dividendolo nella quattro anime che lo compongono: breakdance, rap, DJing e writing. Cosa successe in quel viaggio? Secondo alcune ricostruzioni – prese da libri e documentari sull’artista – Afrika Bambataa si recò nel Mali ed entrò in contatto con i Dogon, una tribù locale che sembra avere eccezionale conoscenze astronomiche. A fornirgliele sarebbero stati i Nommos, «uomini-pesce venuti dallo spazio». Coincidenze? Certo che no, suggerisce Pira.

La copertina del libro di Dr. Pira

Il germe del libro è il citato incontro a NYC con due figuri. No, non degli alieni ma un rapper e un producer che attaccarono bottone con l’autore. Inaspettatamente, ricorda, molto presto cominciarono a parlare di alieni e UFO. Da quel giorno Maurizio Piraccini – nome all’anagrafe del nostro – è stato attento a questa connessione; come un detective ha raccolto prove e trovato un pattern: Lil Wayne dice d’essere un marziano, Afrika Bambataa parla di alieni sotterranei, Mix Master Mike racconta di aver comunicato con gli alieni (“tre luci nel cielo”) con lo skratch.

Le coincidenze ci sono e sono talmente tante da aver sorpreso lo stesso autore. Moltissimi rapper si credono alieni – Lil’ B contiene un’entità chiamata Based God – ma anche il mondo dello skratching nasconde connessioni inaspettate, come la convinzione di Qbert, uno dei maestri del genere, che vede lo skratching come una forma di viaggio nel tempo. E il DJ, in tutto questo, è un essere che supera le regole imposte dalle nostre percezioni, può muovere le lancette e guardare il tempo dall’alto, nella sua completezza. Qbert, insomma, come predecessore degli alieni di Arrival, tanto da aver prodotto un mediometraggio in cui racconta la storia di un, ehm, dentista-DJ chiamato DJ Dental che deve salvare l’hip hop. Dal terribile Lord Ook.

Con capitoli intitolati “Il ritorno della nave madre: la profezia dello swag”, La vera storia dell’hip hop si impone come il saggio psichedelico, una lettura perfetta per un’epoca in cui cospirazionismi e fake news hanno inquinato l’acqua della realtà e tutto può essere messo in discussione. Ad esempio, perché i pionieri dell’hip hop sembravano preferire vestiti luminosi, da santone o sacerdote? Per questioni spirituali, di stile, direte voi. Il Dr. Pira non è d’accordo e lo dimostra con un saggio in cui si dimostra un abile divulgatore. Sempre meglio di Mistero.

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