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Dove andrà a finire la Primavera Catalana?

La "fuga" di Puigdemont è finita in Germania, ma lo stesso non si può dire degli indipendentisti: dalla loro parte ci sono la grande capacità organizzativa, il capillare lavoro sul territorio e una maturità politica riattivata in questi mesi.

Foto di Jannis Werner / Alamy / IPA

A dicembre avevamo lasciato il processo indipendentista con nuove – inutili – elezioni arrivate dopo un autunno di fuoco iniziato con il Referendum del Primo di Ottobre e continuate con le scelte del governo centrale di Madrid che ha praticato un percorso che ha fondamentalmente messo in “commissariamento” la regione autonoma catalana, mandando in prigione alcuni leaders indipendentisti, prendendo per mano alcune architravi amministrative e costringendo ad una lunga fuga il “presidente” eletto Carlos Puigdemont.

Un inverno passato da una parte – quella degli indipendentisti – a riorganizzare il percorso nei luoghi sociali e nelle sedi politiche cercando – attraverso il leader in esilio – di istituzionalizzare il problema a livello europeo. Dall’altra invece è continuato il lavoro giudiziario dei tribunali spagnoli che solo nelle ultime due settimane ha costretto all’esilio una delle massime rappresentanti dell’ala più radicale del movimento e – venendo alla cronaca – attivato un mandato di cattura europeo, attivato dal giudice del Tribunale Supremo Spagnolo Pablo Llarena, che ha portato l’arresto in Germania di Puigdemont.

Una scelta che da un lato conferma la volontà univoca di fare quadrato di tutto l’apparato centrale dello Stato spagnolo e dall’altro ha visto una risposta fortissima e organizzata dei catalani che sono scesi in strada per protestare contro la cattura del “nostro presidente”. Una mobilitazione che potrebbe diventare permanente, riaccendendo così gli animi delle strade dopo le manifestazioni oceaniche dello scorso ottobre, e al di là dei duri scontri tra manifestanti e forze dell’ordine (catalane, ma sotto controllo diretto di Madrid) le ultime ore hanno sancito il rifiorire della protesta e del movimento per la Repubblica Catalana ribattezzato in poche ore “Primavera catalana”.

Una chiamata all’adunata di piazza invocando uno sciopero generale come primo passo del nuovo percorso indipendentista oltre che di denuncia per le scelte giudiziarie di Madrid mentre oggi è attesa la convalida dell’arresto in Germania di Puigdemont che porterà quasi certamente all’estradizione del “presidente eletto” che rischia oltre 30 anni di carcere per disobbedienza, ribellione e tentativo di sovvertire lo stato.

La “primavera catalana” è forse sbocciata o forse sarà un fuoco di paglia ma di sicuro dalla parte degli indipendentisti ci sono la loro grandissima capacità organizzativa, il loro capillare lavoro sui territori (soprattutto nella provincia diffusa catalana) e in generale una maturità politica che in questi mesi è stata riattivata grazie soprattutto al lavoro di base sul territorio dei Comitati di Difesa della Repubblica che in queste ore stanno giocando un ruolo chiave nelle proteste che hanno evidenziato un primo importante dato di fatto: il rinnovato interesse del popolo democratico catalano non esattamente vicino al fronte indipendentista e soprattutto una rinnovata sintonia tra le ali moderate e i comitati di quartiere indipendentisti.

Per capire come e dove andrà a finire la Primavera Catalana, per capire come continuerà il braccio di Ferro con Madrid, bisognerà attendere gli eventi, quelli nelle aule dei tribunali e quelli che attraverseranno le strade di Catalogna; senza però perdere d’occhio le scelte del Governo Rajoy appoggiato attivamente da Ciudadanos vero perno della nuova destra spagnola e dal PSOE in crisi di identità ma sotto pressione da diversi e ampi spaccati di organizzazioni sindacali, frange sociali (i pensionati in primis) e sociali in tutta la spagna che – come in molti in catalogna – invocano le dimissioni di un governo alle prese con diversi scandali legati alla corruzione rilanciando un nuovo progetto costituzionale – repubblicano – per lo Stato Spagnolo.

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