Cos’è stata la sospensione di massa degli ultimi giorni su Facebook e Twitter

Negli ultimi giorni diverse pagine di estrema destra - e altre più "insospettabili" - sono state censurate dai social media. Ecco cosa è successo

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Premetto: molte delle considerazioni in questo articolo non vi piaceranno. Io ve l’ho detto.

Dunque, c’è un account Twitter, caposaldo di quel movimento Occupy nato tra il 2011 e il 2012 per diffondere la vera democrazia e lottare contro l’inegualità razziale e sociale, che si chiama White Personal 4 Black Lives e che non vi sto nemmeno a spiegare di cosa parli. È scontato che faccia del bene, certo, soprattutto perché supporta altri account social col medesimo obiettivo e organizza manifestazioni pubbliche sempre su questi temi. Il suo indirizzo è @WP4BL, ma se ci andate, in questo momento, lo troverete “sospeso”.

Ora, per quanto esistano hacker bravi e scaltri, lo stato di sospensione è decretato inconfutabilmente da Twitter, e la mossa risulta ancora più strana se si pensa che il social network si adopera molto, dal 2016 in poi, per sospendere ed eliminare gli account falsi o legati a campagne di disinformazione. Specie da quando ci si è accorti che, con queste, si arriva a vincere le elezioni. In tempi molto recenti, si parla di un paio di settimane fa, Twitter ha dato il via a una sospensione di massa, parliamo di circa 1500 dei suoi account, di profili legati al mondo della destra e creati, pare, per influenzare le elezioni di medio termine americane.

Caratteristica di questi account è di essere palesemente fake: si sa, per esempio, che sono stati creati dopo alcune consultazioni avvenute su 4Chan e Reddit, e le immagini dei profili sono tutte di personaggi disegnati e virati su toni di grigio. Solo qualche giorno dopo questa serie di sospensioni, Twitter si è prodigata a fare lo stesso con account come, appunto, WP4BL. Parliamo di un’ottantina di profili social molto noti e ben posizionati, con un totale di circa cinque milioni di follower, sulla cui natura e finalità vi sono ben pochi dubbi.

Non che su Facebook stia andando meglio, intendiamoci. Anche qui è in corso una sospensione di massa che tocca pagine insospettabili. Per esempio, quella di Rachel Blevins, attivista ma soprattutto corrispondente del sito www.rt.com. O quella di Anti-Media, collettivo di artisti e attivisti con un seguito di oltre due milioni di follower, che si è visto sospeso sia da Facebook che da Twitter, ricevendo come giustificazione quella che pubblica articoli politici “sensazionalistici” per costruirsi audience e veicolare visite ai loto siti. Visto che le motivazioni di queste sospensioni, laddove sono state date, ricadono nel dominio dei messaggi generici, è chiaro che per capire ciò che è successo occorre scendere nel campo delle supposizioni.

Censura o non censura?
Prima di tutto: qual è il processo di censura degli account, da parte dei social? Non ci sono informazioni pubbliche in merito ai criteri utilizzati, per esempio, da Facebook o Twitter, ma dando un’occhiata agli “Standard della comunità” del social di Mark Zuckeberg è possibile farsi una chiara idea di come, virtualmente, sia possibile censurare buona parte dei contenuti che, invece, possiamo leggere ogni giorno. Spulciando tra queste pagine, per esempio, si apprende che il sistema di valutazione di Facebook, ma non escludo il principio sia valido anche per altri social come Twitter, prevede un mix tra controlli automatici basati su algoritmi di apprendimento, e valutazioni effettuate da persone in carne e ossa sulla base di una prima scrematura effettuata dai software. Il campo dell’intelligenza artificiale, checché se ne dica, a oggi ci offre splendide funzioni per scattare foto migliori, ma è ancora inadeguato per valutare con efficacia il contenuto di articoli e post, quindi è possibile che i problemi di censura dei social, in molti casi, nascano proprio a questo primo livello di controllo. Basandosi sul controllo di parole e frasi-chiave, di segnalazioni da parte della comunità, e magari pure sulla frequenza e i livello di diffusione, è probabile che si creino falsi positivi. O la semplice verità, che certo può infastidire, è che ciò che per noi è “giusto” potrebbe non esserlo per tutti, e agli occhi di un software, dunque, potrebbe apparire tendenziosa e meritevole di una censura.

Il caso brasiliano
Vi faccio un esempio emblematico. Si è da poco saputo dell’elezione di Jair Bolsonaro alle Presidenziali del Brasile. Per una fetta della popolazione mondiale si tratta di una pessima notizia, per un’altra fetta si tratta di un’ottima notizia. E per la miseria non discutiamo di cosa sia “giusto” o “sbagliato”, seguitemi che il discorso è un altro e richiede tre neuroni anziché gli abituali due.

Ora, è chiaro che se ha vinto le Presidenziali, per lo meno nel suo paese, c’è una maggioranza che crede in un’elezione giusta, specie a fronte di un 55% di voti favorevoli. Ora, anche un algoritmo pessimo e progettato male darebbe maggior peso al parere di post di origine brasiliana, visto che dopotutto si tratta del loro Presidente. Non dico sia giusto ignorare le notizie del resto del mondo, dico solo che, statisticamente, sarebbe corretto (e sono certo succeda proprio questo) assegnare un peso maggiore a quelle brasiliane, su questo tema. Se, facendo un esempio, un collettivo come Anti-Media iniziasse a diffondere articoli d’opinione sugli esiti di questa elezione (lo sta facendo), sfruttando ripetutamente e con grande frequenza i suoi canali online, prendendo una posizione ben definita e contraria a quella di Bolsonaro, è chiaro che un software automatico vedrebbe l’operazione come un modo per influenzare l’opinione pubblica. Aggiungiamo, magari, un’ondata di “segnalazioni” da parte di chi invece sostiene il nuovo presidente del Brasile, e il gioco è fatto: siamo sulla buona strada per la censura. Per il semplice motivo che un software non ha idee né di destra, né di sinistra, né di centro, né di sopra e né di sotto. Semplicemente, applica delle regole matematiche a contenuti che difficilmente, noi stessi, siamo in grado di valutare in modo matematico.

Il calcio insegna
Vi faccio un esempio più leggero, per capire di cosa stiamo parlando. Parliamo di calcio. Nella recente sfida Empoli-Juventus è stata assegnata alla squadra piemontese un discusso rigore, dato dal contatto tra il giocatore dell’Empoli, Bennacer, e il centravanti juventino Dybala. Ora, se siete tifosi di calcio, solo a leggere questa frase, avrete di certo uno di due comportamenti. O starete sorridendo al pensiero che la Juventus è stata aiutata dall’arbitro, o starete affermando che, di sicuro, il rigore era giusto. La differenza è che in quest’ultimo caso siete tifosi juventini, nel primo tifosi di qualsiasi altra squadra. Anche io, un tempo, mi lasciavo abbindolare da valutazioni calcistiche totalmente personali, poi ho scoperto che gli arbitraggi si possono valutare in modo molto scientifico, e l’ho fatto grazie all’ex arbitro Luca Marelli. Luca fa una cosa molto semplice: guarda le immagini di ogni partita, e a fianco tiene d’occhio il regolamento. Nessun tifoso medio conosce il regolamento ufficiale, eppure leggendolo si scopre che è di un’oggettività matematica. E che, applicato correttamente, non dà adito ad alcun dubbio.

Seguendo Luca ho scoperto che spesso e volentieri mi arroccavo in considerazioni da tifoso becero, e ho imparato poco a poco ad accettare che le regole non guardano in faccia a nessuno. E quando ci sono contrarie, tendiamo a vedere il complotto, i Poteri Forti, il Grande Fratello. Lo stesso occorre fare, ahimè, davanti a un social. Se ci sono delle regole, e queste sono addirittura sotto forma di formule matematiche, dobbiamo accettare che siano applicate tout court, con annessi e connessi. Spesso supporteranno i nostri ideali, qualche volta no, ma non per questo dietro c’è qualche congiura o qualche mazzetta calata dall’alto. Per Facebook, schierarsi in modo pressante per degli ideali che a noi sembrano giusti (e di certo lo sono), equivale comunque a prendere una posizione che, se ripetuta allo spasimo, potrebbe apparire come un grave fattore d’influenza dell’opinione pubblica. La “libertà” è, storicamente, un concetto molto difficile da definire e il solo fatto di definirla rischia di limitarla.

P.S. Per Luca il rigore su Dybala c’era. Se state ridendo istericamente e pieni d’indignazione non avete capito nulla di questo articolo e di calcio.