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Chi è Atlas, il gigante dell’urban art che ha colpito anche a Roma

Abbiamo incontrato l'artista francese, 36 anni, prima dell'apertura della mostra che la galleria Wunderkammern gli ha dedicato nella capitale

L'Atlas all'opera (Foto: Giorgio Coen Cagli - Courtesy Wunderkammern)

L'Atlas all'opera (Foto: Giorgio Coen Cagli - Courtesy Wunderkammern)

Sono anni che la Wunderkammern rappresenta una delle realtà espositive più interessanti di Roma e non ne hanno mai sbagliata una. A due passi dalla galleria di Tor Pignattara uno dei più grandi urban artist a livello internazionale ha preso possesso di una parete sulla quale sta lavorando.

L’Atlas, classe 1978, vive a Parigi e ha lavorato in tutto il mondo. Atlas, ovvero Atlante, perché è “un gigante che parte in guerra contro le regole prestabilite”. La mostra che accompagna l’intervento urbano è bellissima e il nome scelto, Transversal (dal 22 novembre 2014 al 17 gennaio 2015), è davvero adatto. Le opere esposte attraversano infatti tutta la produzione dell’artista, che oltre ai più immediati richiami alla mitologia e all’astrazione geometrica, tocca la cinetica e l’optical art.

È così che Atlas ha creato una calligrafia contemporanea e personalissima, che sembra un labirinto in forma di poesia visiva. Le physique du rôle da pensatore parigino non gli manca, e sono contento di fare quest’intervista con la mia amica Ghislaine, che è parigina come lui e lo fa sentire subito a proprio agio. Tanto che cela (abbastanza bene) persino la seccatura di dover scendere dal braccio meccanico per parlare con me. Si sfila l’Ipod dalle orecchie e possiamo cominciare:

Che ascolti?
Kraftwerk.

Allora è vero…
Cosa?

Che i tempi in cui il writing e un certo tipo di musica andavano a braccetto sono finiti.
In un certo senso sì. All’inizio era una cosa sola: hip hop, break dance e rap sono state le principali fonti dell’urban art. C’era un’anima comune, un grande movimento con un’indentità netta. Ora non più, l’individualismo è più marcato e per fare il mio mestiere puoi ascoltare quello che ti pare. Altri tempi.

Già, altri tempi. Ora però siete molto di moda.
C’è tanta gente che si aggrega a questo movimento per questo, solo perché adesso funziona. Ovviamente il lato positivo c’è, la moda di oggi entra nella storia di domani. È così per ogni movimento: quando il surrealismo si è affermato tanta gente ha detto “hey, anch’io sono surrealista”. Però quando abbiamo cominciato noi era semplicemente una pulsione, libera e incontrollabile.

L'Atlas, 36 anni, francese (Foto: Giorgio Coen Cagli - Courtesy Wunderkammern)

L’Atlas, 36 anni, francese (Foto: Giorgio Coen Cagli – Courtesy Wunderkammern)


Sembra che parli di secoli fa. Quando hai cominciato?

1991. Ho iniziato ispirandomi alla mitologia greca. Da lì il mio nome.

Hai iniziato coi graffiti?
Sì. E nel frattempo studiavo calligrafia ebraica, araba e cinese. Fino a quando, nel 1999 o 2000 queste cose si sono incrociate.

E hai trovato uno stile tuo.
Il writing era newyorchese e basta. La cultura americana era l’unica presa in considerazione e io sentivo la necessità di nutrirmi d’altro. La cultura araba soprattutto: usavano la calligrafia per adornare l’esterno delle moschee. Io faccio la stessa cosa.

A proposito di questo, per ciò che fate non potete usare palazzi antichi o prestigiosi. Si può dire che l’inconsistenza dell’architettura contemporanea sia il vostro terreno fertile?
Io quando lavoro non vedo l’architettura, vedo lo spazio, con le sue relazioni e il suo contesto. Soprattutto all’inizio l’unica cosa che mi interessava era dire “io esisto”. Certo poi raggiungi una consapevolezza diversa, ma non faccio differenza tra bella architettura e brutta architettura.

Mi vuoi dire che se ti dessero il Colosseo tu lo useresti per farci un graffito?
Beh… Al suolo forse sì. Perché no?

Un'opera di L'Atlas a Tolosa, nella piazza del Campidoglio

Un’opera di L’Atlas a Tolosa, nella piazza del Campidoglio


Quali sono le città che ti interessano?

Londra, Parigi, Roma.

Roma? Uno non se lo aspetta da un urban artist.
A Roma si respira la stessa atmosfera che c’era da noi 25 anni fa. So che sembra negativo, ma non lo è. A Parigi ormai qualunque cosa viene cancellata, è diventata una Città asettica. A Roma si può lavorare più liberamente.

E che parete ci lascerai qui?
Una cosa semplice, il mio “marchio”. Nessuna complicazione.

La riconoscibilità quindi?
Ho studiato molto la forza che c’è dietro ai prodotti del capitalismo, e mi piace che la gente possa dire di avere visto il mio marchio ovunque. Uso l’arma del nemico.

Transversal
di Atlas. Dal 22 novembre al 17 gennaio 2015.
Galleria d’arte Wunderkammern, Via Gabrio Serbelloni, 124, Roma
Info: www.wunderkammern.net
Fotografie: credits Giorgio Coen Cagli – Courtesy Wunderkammern

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