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Amanda Palmer e l’arte di chiedere: «Datti ai tuoi fan e loro ti sosterranno»

Ha imparato l'importanza dei legami e l'ha messa a frutto sul web. Come l'ex Dresden Dolls ha raccolto più di un milione di dollari, raccontato in un libro
Amanda Palmer, 38 anni. Nel 2000 ha fondato il duo Dresden Dolls

Amanda Palmer, 38 anni. Nel 2000 ha fondato il duo Dresden Dolls

Un milione e duecento mila dollari. È quanto ha raccolto Amanda Palmer per la realizzazione del suo ultimo disco Theater is Evil. Una cifra record, di molto superiore a quella preventivata, che la cantautrice americana è riuscita a ottenere anche grazie alla sua costante presenza sul web. Perché lo sappiamo, non basta il talento, e all’ex Dresden Dolls certo non manca; soprattutto oggi, per ottenere risultati, è necessario promuoversi sfruttando i canali più diversi.

Cosa che la Palmer fa personalmente, usando non solo, ma anche la Rete: il suo sito, una newsletter, Twitter, la sua seguitissima pagina Facebook. È così che la rocker 38enne si è creata una folta schiera di seguaci e nel 2013 è stata invitata a raccontare questo suo approccio al Ted Talk, prestigioso programma tv dedicato alle «idee degne di essere diffuse».

Ed è così che le è venuta l’idea di The Art of Asking or How I Learned to Stop Worrying and Let People Help, libro da poco acquistabile online in cui Amanda ripercorre le tappe che l’hanno spinta a basare la sua carriera sulla costante condivisione con i fan.

«Se io do a loro, loro danno a me», è il mantra della cantante statunitense, che nel suo saggio – sostanzialmente un’autobiografia intrecciata a un’interessante riflessione su cosa significa essere artista nell’era digitale – mette ordine tra i ricordi per spiegare come il suo mettersi in gioco su Internet e la totale disponibilità nei confronti del pubblico siano il risultato di anni di lavoro su se stessa. Perché ha voluto parlarne addirittura con un libro? «Sentivo la necessità di dire tante cose che non avevo potuto inserire nel discorso preparato per il Ted Talk», è la sua prima risposta. «Il mio matrimonio, il periodo in cui ho lavorato come spogliarellista, la malattia di un caro amico… Volevo narrare la mia vita, gli eventi che mi hanno portata sin qui».

Hai iniziato come statua umana: vestita da sposa, con il viso dipinto di bianco, aspettavi che i passanti buttassero qualche spicciolo nel cappello appoggiato a terra, ai tuoi piedi. Lo hai fatto per cinque anni.
Vero, ed è così che ho imparato l’importanza del legame con gli altri. Stare ferma per ore davanti a uomini, donne, ragazzi, bambini, anziani che non erano lì per me, ma s’imbattevano in me per caso, mi ha insegnato molto sugli esseri umani: se dai alle persone la possibilità di sostenere la tua arte in un modo diretto, è quasi sicuro che ti sosterranno. E lo stesso vale per il web. È un istinto che si può capitalizzare, peccato che l’industria discografica non lo capisca.

Tutto sta nell’arte di chiedere, sostieni. Che cosa significa esattamente?
Vedi, il fatto è che la parola «chiedere», già solo la parola, è di per sé qualcosa che terrorizza. Dopo il Ted Talk non sai quanti mi hanno confessato di aver sempre incontrato molta difficoltà a chiedere. Si ha paura di chiedere perché si teme il rifiuto, perché ci si vergogna, per mille motivi, non importa si tratti di sesso, lavoro, amicizia. Ecco, con questo libro volevo cercare di scoprire che cosa si nasconde dietro a questo timore. Timore che, dal mio punto di vista, è un problema enorme per tutti noi.

Se dai alle persone la possibilità di sostenere la tua arte
in un modo diretto, è quasi
sicuro che ti sosterranno.
Vale anche sul web.

A che conclusione sei giunta?
Ho capito che per motivi culturali tendiamo a separarci troppo gli uni dagli altri e questa separazione rende complicata anche solo l’idea di rivolgerci a chi ci sta accanto quando siamo in difficoltà. È più facile nascondersi, convincersi che sia meglio badare a se stessi e basta. A volte sembra davvero che le persone abbiano rinunciato a contare sugli altri, il che è terrificante.

È anche vero, però, che al giorno d’oggi si è spesso costretti a chiedere: io chiedo alle redazioni di farmi scrivere un articolo, tu lanci una campagna di crowdfunding per chiedere ai tuoi fan di finanziarti il disco. Il problema è che a volte ci si sente a disagio e parlando di artisti, molti lo trovano persino umiliante.
Tutto sta nella fiducia che si dà ai propri fan potenziali ed effettivi. E quella fiducia, la stessa che ti porta a invitare il pubblico a partecipare al tuo progetto e ad accogliere gentilmente il suo aiuto, è responsabilità dell’artista. Chi fatica ad accettare questa cosa forse è stato abituato a pensare che tutto avvenga per magia o grazie al lavoro di altri. Ma non è così, specie ora che abbiamo Internet.

Il video di “The Killing Type” di Amanda Palmer:

Tu, quindi, che cos’hai fatto? Il tuo crowdfunding ha avuto un successo incredibile, qual è stato il segreto?
Nessun segreto, se lo avessi lo svelerei a tutti. La verità è che ho trascorso più di dieci anni della mia vita a costruire un rapporto con i fan. Parlando con loro, suonando per loro, chiedendo loro complicità, fidandomi di loro, incontrandoli dopo i concerti, sempre, a ogni singola data. Ho conosciuto migliaia di persone e mi sono messa in gioco, non le ho tratte in inganno, amo davvero conversare con gli altri e lo faccio volentieri anche online; mi connetto tutti i giorni appena posso, per me è parte del mio lavoro. Il risultato è che con tutte quelle persone ho instaurato una relazione autentica fondata su uno scambio reciproco. E questa è una cosa che solo l’artista può fare: non puoi aspettare che qualcuno lo faccia per te, non puoi pagare qualcuno che lo faccia al posto tuo, non è nulla di delegabile.

Su Facebook non ti limiti a postare foto, video, pensieri, ma leggi i commenti e rispondi. Il che è raro, quasi tutti i musicisti con cui mi è capitato di affrontare l’argomento mi hanno detto che hanno altro di cui occuparsi: scrivere canzoni, suonare, incidere, fare concerti.
Eppure, se ci pensi, nessuno nella storia è mai riuscito a fare tutto in modo semplice, della serie esco di casa, mi metto a un angolo della strada, suono la chitarra e ricevo soldi per questo. C’è sempre un lavoro supplementare da svolgere, che si tratti di firmare il contratto con un’etichetta, accordarti con un locale per una serata, lanciare un crowdfunding. Insomma, dipende, ma il punto è: sarai pure un artista, ma dovrai scrivere una mail prima o poi, perché è così che funziona il mondo! Detto questo, io non giudico chi non fa come me e nemmeno il pubblico dovrebbe, c’è spazio per tutti.

Anche per gli U2?
Anche, sì. Ogni artista là fuori sta cercando un modo per riuscire a vivere della propria arte, discutere delle scelte degli U2 o di quelle dei Radiohead, di Lady Gaga, PJ Harvey non serve a niente. Non ti va giù che gli U2 abbiano firmato un accordo con la Apple? Ok, non comprare il loro disco, non ascoltarlo! Tutto questo criticare non porta da nessuna parte, anzi, ci fa dimenticare quanto siano importanti gli artisti e quanto sia fondamentale per loro trovare un modo per campare di ciò che fanno.

Non ti va giù che gli U2 abbiano firmato un accordo con la Apple? Ok, non ascoltare il loro disco! Le critiche non portano da nessuna parte.

Quindi il mondo digitale non è così freddo come si dice?
Nemmeno un po’. Internet è fatto di esseri umani che comunicano tra loro e gli esseri umani non sono freddi.

In compenso possono essere cattivi, stupidi, arroganti.
Hai ragione, infatti ho avuto anche delle brutte esperienze online, ma è il lato oscuro da accettare. Tenere la porta aperta per tutti è rischioso, perché se ti esponi, allora ti esponi a tutto, anche alle critiche. Ma io adoro i miei detrattori, voglio credere che nessuno sia il diavolo, che nessuno meriti di essere odiato o ferito. Ed è una posizione impopolare la mia, a causa della quale, per dirne una, sono diventata una pecora nera tra le femministe, pur considerandomi tale. Perché rifiuto la misoginia, rifiuto la rabbia.

Ora sei in tour con il libro, a quando un nuovo disco?
Sto anche lavorando a un musical, dopodiché dormirò. Per due settimane. Poi tornerò alla musica.

 

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