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A Cannes tornano i cowboy con ‘Wind River’

Un film ispirato ai grandi maestri del cinema americano riporta il vecchio west ai giorni nostri in chiave thriller, tra misteriosi omicidi in un deserto di ghiaccio e la colonna sonora fantasma di Nick Cave

Gil Birmingham and Jeremy Renner in Wind River (2017)

Girare film d’azione sulla neve o sulla sabbia è la cosa più difficile, dicevano i vecchi maestri. Perché a ogni ciak bisogna cancellare tutte le tracce del precedente. Taylor Sheridan, ex attore tv, poi sceneggiatore e ora regista, ha fatto sabbia e neve. La sua trilogia neo-western ambientata nei luoghi della frontiera americana si apriva nelle sabbie messicane di Sicario (regia di Denis Villeneuve), proseguiva con l’Arizona di High or Hell Water (regia di David McKenzie), si chiude ora con Wind River girato dallo stesso Sheridan tra le nevi del Wyoming nella riserva indiana degli Shoesoni sotto vette da 4000 metri e un gelo capace da solo di uccidere uomini e donne nel più atroce e spettacolare dei modi: l’aria gelida ti fa esplodere i polmoni e stop.

Cory Lambert (Jeremy Renner) è una rude guardia forestale della riserva (o almeno noi lo chiameremmo così, con tutta la compassione per i nostri Terence Hill e ora Daniele Liotti in Un passo dal cielo). Durante uno dei suoi giri in motoslitta scopre il cadavere di una ragazza nella neve. Un’“indiana”. Ma per il risolvere il caso il vecchio sceriffo del posto (Graham Greene che aveva fatto l'”indiano” in Balla coi Lupi) non basta. Ci vuole l’FBI che arriva nella persona della bionda e inesperta Jane Banner (Elisabeth Olsen) utile soltanto perché tra sceriffi, forestali e guardie private, la legge le consente di sparare per prima. Sheridan è particolarmente appassionato ai problemi della giurisdizione americana, al punto di costruirci uno degli snodi dell’intera sceneggiatura.

In generale, Sheridan è un virtuoso della sceneggiatura “all’americana”, adora giocare col pubblico sulle regole e sulle attese. Ci trascina a forza in un murder mistery ambientato in una piccolissima comunità di indiani e cowboy per farci leggere in trasparenza dentro questa storia contemporanea le tracce dei vecchi western (l’amore tra il cowboy e l’indiana, la vendetta, il branco…), ma soprattutto il ruolo dell’ambiente inabitabile dove sono stati cacciati da secoli i nativi americani. Un posto a un passo dalla follia più che dal cielo, dove si combatte ogni giorno per sopravvivere o morire, dirà a un certo punto l’agente Cory Lambert. Anche a lui, scopriremo, la neve ha rapito una figlia, dispersa e forse violentata come altre ragazze delle riserve (un fenomeno diffuso spiega Sheridan in una nota finale, del quale però non esistono cifre statistiche).

Come nel precedente High or Hell Water, la musica del film è affidata alla coppia Nick Cave/Warren Ellis. La “musica” qui la fanno soprattutto i rumori della natura: il fruscio del vento e del fiume, il silenzio della neve. Sotto i quali pulsano droni elettronici, violini e cori che accompagnano il desolato svolgersi della storia. “Una colonna sonora fantasma”, l’hanno chiamata Cave ed Ellis. Insomma: l’effetto forse è poco evidente, del tutto a servizio del film, ma senz’altro efficacissimo (c’è da saltare sulla sedia almeno tre o quattro volte, preparatevi). Sarà interessante comunque ascoltare il lavoro di Cave/Ellis quando verrà pubblicato su disco in occasione dell’uscita estiva in America.

Presentato prima al Sundance e ora nel Certain Regard a Cannes alla presenza degli attori, del regista e del produttore Harvey Weinstein, Wind River ha ricevuto solo applausi fin qui. Meritatissimi. Un piccolo classico contemporaneo di cinema americano.

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