Nel suo nuovo libro, Murakami Haruki ci porta a scoprire la sua collezione di magliette | Rolling Stone Italia
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Nel suo nuovo libro, Murakami Haruki ci porta a scoprire la sua collezione di magliette

Non dice quante ne ha esattamente, ma deve averne a centinaia, dato che parla di interi scatoloni pieni. «È una specie di dipendenza o malattia» conclude, ma «in confronto a dipendenze o a malattie di altro genere, non è molto dannosa…».

«A proposito, sapete che colleziono anche t-shirt?». È nato così, da una frase lasciata cadere mentre veniva intervistato dal magazine giapponese Casa Brutus a proposito della sua nutrita collezione di dischi, il nuovo libro di Murakami Haruki. Le mie amate t-shirt (Einaudi) raccoglie i pezzi che l’autore di Norwegian Wood ha pubblicato su Popeye, magazine maschile di moda il cui caporedattore gli ha proposto di tenere una rubrica in cui raccontare piccole storie legate alle sue magliette.

Non è la prima volta che Murakami ci fa entrare nella sua vita, basti pensare a Il mestiere dello scrittore (2015), in cui spesso e volentieri intreccia la propria visione della letteratura con il proprio quotidiano, ma anche a L’arte di correre (2007), in cui racconta una passione che lo ha portato a schierarsi al via di maratone come quelle di New York e Boston. In quei saggi, però, si percepiva una lontananza rispetto al lettore. Vite diverse, luoghi e prospettive diversi. Stavolta invece si parla di cose minute e pop. Murakami racconta il suo e il nostro impulso a circondarci di roba. Dischi, libri, t-shirt.

La sua non è una visione da sicurezza degli oggetti. Nei racconti di A.M. Homes (e nel film di Rosa Troche che ne è stato tratto) agli oggetti del nostro quotidiano viene attribuita una funzione salvifica. Murakami invece racconta le sue magliette per raccontare un vissuto tutto sommato ordinario. Parlando delle sue t-shirt di marchi di birra dice che stare seduti su una sedia a dondolo davanti al caminetto ad accarezzare un gatto acciambellato sulle ginocchia mentre si beve una birra fredda è uno dei più grandi piaceri che ci possano capitare nella vita. Chi non conosce i suoi libri potrebbe persino avere l’impressione di trovarsi di fronte a una persona banale. La t-shirt che apre il libro, scelta anche per la copertina dell’edizione italiana. è una semplice maglietta rossa della Coca-Cola, con disegnato un paio di ciabatte infradito. «Bella, vero?» dice lui. «L’estate, la Coca-Cola…». Un oggetto pop come una t-shirt ci rende tutti simili. Murakami beve la Coca-Cola, come il presidente degli Stati Uniti e ciascuno di noi.

Haruki Murakami nel 2002

Nel libro ci sono ovviamente diverse storie interessanti, come quella legata a una maglietta gialla con scritto “Tony” Takitani House, e una piccola lettera D inscritta in un cerchietto. Murakami l’ha comprata in un negozio dell’usato mentre faceva un giro in macchina sull’isola di Maui, l’ha pagata un dollaro e poi si è domandato chi fosse questo Tony Takitani. Si è lasciato andare alla fantasia e ha scritto un racconto che poi è diventato un film diretto da Jun Ichikawa, premio speciale della giuria al Festival di Locarno del 2004. Il dollaro meglio investito della sua vita, dice. Nella parte dedicata alle magliette delle università, Murakami ricorda che quando ha ricevuto la laurea honoris causa a Princeton era seduto accanto a Quincy Jones e hanno parlato tutto il tempo di jazz. Racconta anche che acquista le magliette con il logo di tutte le università che visita ma non le indossa mai, perché secondo lui (e non ha tutti i torti) solo chi ha studiato in quelle università ha diritto a farlo.

C’è anche un capitolo dedicato alle magliette dei negozi di dischi, in cui l’autore ribadisce il suo amore per il jazz, «ma se non trovo niente di interessante nel reparto jazz, mi va bene anche la musica classica, o il rock». In realtà però poi racconta di avere speso 850 dollari per vedere Bruce Springsteen a Broadway, e conferma la sua ben nota passione per i Beach Boys con una maglietta acquistata in occasione di un concerto alle Hawaii dove la band era in formazione decisamente ridotta (con i soli Mike Love e Bruce Johnston) e un’altra del tour di Smile messo in piedi da Brian Wilson in occasione dell’uscita del lost album del gruppo californiano. Parlando di una t-shirt dei Ramones dice che dopo un po’ gli vengono a noia (i Ramones) perché, qualunque canzone si senta, il ritmo è sempre lo stesso. E comunque non mette mai quella maglietta per uscire: «Quando si sono superati i settanta, c’è un limite» (Murakami è nato nel 1949). Sempre a proposito delle magliette musicali, osserva anche che oggi farebbe un figurone con una maglietta di Barry Manilow o dei Carpenters, perché fino a qualche anno fa erano considerate un po’ di cattivo gusto ma ormai le cose sono cambiate: sono magliette che si possono mettere dopo averle fatte invecchiare un po’. E via con il rammarico per non avere acquistato una t-shirt del tour giapponese di Bob Marley, che vide esibirsi nel 1979 alla Kōsei Nenkin Kaikan di Tokyo.

Nel libro, tradotto da Antonietta Pastore (da tempo “voce” italiana di Murakami), lo scrittore giapponese dimostra per l’ennesima volta anche la sua notevole cultura pop, come quando parla della sua t-shirt della Bear Surfboards e spiega che si tratta di un negozio immaginario, apparso nel film Un mercoledì da leoni. Quanti fra quelli che indossano quelle magliette, molto diffuse anche in Italia, ne sono al corrente? In generale spiega che non gli piace acquistare nelle boutique alla moda e preferisce comprare nei negozi dell’usato, ed è capace di passare mezza giornata tra i vestiti di una vendita di beneficienza. Questo tipo di ricerca fa parte del divertimento. Collezionare t-shirt (o dischi), dice, è un gioco. E questo gioco ha bisogno di regole. Se basta spendere denaro per procurarsi qualcosa, e probabilmente Murakami è uno che può spendere (vedi il concerto di Springsteen a Broadway), allora non ne vale la pena. Ecco allora la regola dei 50 dollari per un disco. Di più non spende. Per le t-shirt probabilmente il limite è ancora più basso. Non dice quante ne ha esattamente, ma deve averne a centinaia, dato che parla di interi scatoloni pieni. «È una specie di dipendenza o malattia» conclude, ma «in confronto a dipendenze o a malattie di altro genere, non è molto dannosa…». Proprio come quella per i dischi o i libri che riempiono le nostre case, oggetti pop che fanno parte delle nostre storie quotidiane.