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Maurizio De Giovanni: «’Distanziamento’ è una parola orribile, il contrario della società»

Durante il lockdown De Giovanni è andato a fare la spesa e una signora in fila gli ha detto “Senta, lei dovrebbe scrivere di quel che sta accadendo”. Così è nato il suo nuovo romanzo, ambientato durante la pandemia

Maurizio De Giovanni. Foto via MystFest

Il 6 agosto uscirà il suo nuovo libro, che si intitola Il concerto dei destini fragili (Solferino editore). Tre storie che, però, Maurizio De Giovanni non avrebbe voluto raccontare. Tre vicende umane che si intrecciano, legate “da questa malattia di cui ci ammaliamo tutti. Nessuno escluso. Si ammalano perfino quelli che restano sani, di paura e di mancanza di futuro”. Chiaramente la causa scatenante è il COVID-19 e la pandemia che ha generato, con tutti gli annessi e i connessi. Ma se dei positivi e dei deceduti conosciamo tutto o quasi, non sappiamo ancora quale effetto avrà sul resto della popolazione, su chi l’ha scampata pur avendo subito danni economici e psicologici difficilmente calcolabili.

E infatti, lo scrittore napoletano avrebbe preferito rimanere in disparte, immerso nelle storie nere delle sue crime fiction, solo che un giorno, appena uscito dal lockdown, mentre faceva la spesa ha incontrato una donna che lo ha fatto riflettere: “Senta, lei dovrebbe scrivere di quel che sta accadendo”. A nulla sono valse le sue giustificazioni: “Io scrivo gialli, ho bisogno di una vittima” perché immediatamente lo ha inchiodato alle responsabilità: “Allora accenda il telegiornale e ne troverà finché vuole”. È così che è nato un romanzo sorprende, che commuove per la sua intensità letteraria e umana. Perché le vite di questi personaggi sono le nostre e questa storia parla di noi.

Nell’intervista, realizzata nell’ambito del Mystfest di Cattolica, il Festival Internazionale del Giallo e del Mistero dove De Giovanni è giurato del premio letterario, lo scrittore ci ha poi confessato qualcosa di totalmente inatteso, ma in grado di esaltare i lettori più appassionati: “Il commissario Ricciardi e l’ispettore Lojacono – due dei suoi personaggi più famosi – potrebbero incontrarsi in una indagine”.  

Il concerto dei destini fragili è un libro con un tema stranamente attuale per uno scrittore di noir. Cosa l’ha spinta a cimentarsi su un presente così sdrucciolevole? 
Non volevo scriverne, infatti. Io lavoro su lievi alterazioni della realtà, possibili e immaginabili. E questa pandemia ha creato un contesto assolutamente diverso, non omologabile a nessun altro nella storia recente. Perciò non mi andava di cimentarmi, prima di tutto per non rievocarne i sentimenti di paura, di devastazione, di distanziamento. Questa parola, distanziamento, è diventata un obbligo di legge o poi un’indicazioni di opportunità, ma è una definizione orribile. È il contrario della società. Un giorno andai a fare la spesa, vincendo la lotta interna in famiglia per chi poteva uscire, e una signora in fila al supermercato mi disse: “Senta, lei dovrebbe scrivere di quel che sta accadendo”. Le risposi: “Scrivo libri gialli”. E lei mi incalzò: “E quindi? La paura ce l’abbiamo, il pensiero di come andrà a finire anche”. Provai ulteriormente a svicolare: “Ma a me serve una vittima”. E così fu lapidaria: “Accenda il telegiornale e ne troverà quante vuole”. In pratica l’ho scritto su incarico di questa signora, perché mi ha aperto gli occhi. Se noi abbiamo l’obbligo di raccontare la realtà, lo abbiamo anche di raccontare questo tipo di realtà.  

In che modo è strutturato? 
Dalle storie presenti all’interno di questa Storia. L’impatto che il virus ha avuto su tre personaggi, un giovane dottore che si ritrova in terapia intensiva, un avvocato ricco che non potendo lavorare e fare gli aperitivi si ritrova la socialità desertificata, e una cameriera slava che viene privata dell’unico mezzo di sostentamento per lei e la figlia. Tre personaggi così diversi, su cui la malattia impatta in maniera indiretta. Anche del medico ho voluto descrivere come si sente, più che su ciò che fa in ospedale. E naturalmente, alla fine, tutte e tre le storie confluiscono in una unica storia. 

Come ha vissuto lei questo periodo, in più in una città solitamente caotica come Napoli? 
Vivo in collina e la vedo a 360 gradi. Di solito è molto rumorosa, ma era stata inghiottita da una sospensione impressionante. Come se fosse stata abbandonata all’improvviso. C’erano ancora i manifesti dei teatri e dei cinema, i tavolini impilati all’esterno dei bar, però era come se in una notte fosse stata abbandonata. Era inquietante. Il corpo della città non sembrava ne vivo ne morto, semplicemente in coma. Io appartengo alla ristretta lista che poteva non avere paura del futuro, quindi ho vissuto il lockdown come una sospensione, con il timore per le persone care, ma ero ragionevolmente certo che la vita sarebbe ripresa. Mi immedesimavo, però, in tutti coloro i quali ogni giorno si allontanavano dalla ripresa di una vita normale. 

Chissà quante storie nelle storie, oltre a quelle da lei descritte, saranno d’ispirazione. 
Una in particolare mi ha colpito molto. A Napoli un imprenditore, il primo giorno in cui è stato possibile tornare liberi, si è impiccato nella sua fabbrica. È stato in famiglia fino all’ultimo, senza far trasparire niente, ha aiutato a sue spese gli operai e quando è riuscito per andare in azienda ha salutato tutti come se niente fosse e l’ha fatta finita. Pensiamo alla sedimentazione della disperazione di quell’uomo, giorno per giorno, con questa determinazione incredibile per non compiere il gesto a casa. Da quando lo ha deciso a quando lo ha fatto che inferno sarà stato? Questo è l’aspetto che mi fa riflettere: il baratro su cui progressivamente si sono andate affacciando molte persone a causa dell’incremento di disperazione che hanno accumulato giorno dopo giorno. 

Il lockdown sotto questa chiave di lettura appare come un detonatore. 
Noi all’inizio lo valutavamo come un momento statico, ma in realtà è stata una situazione psicologicamente dinamica. Il primo giorno è molto diverso dall’ultimo. Sembra una banalità dirlo, però le conseguenze dimostrano che non lo è. Andremmo divisi con l’accetta in due grandi gruppi, tra chi aveva la convinzione di poter rientrare nel proprio mondo e chi no. 

I suoi libri sono spesso stati trasposti in serie tv o in spettacoli teatrali. Come il suo collega Donato Carrisi, non sente la necessità di provare a mettersi dietro la macchina da presa? 
Donato è un amico e gli voglio molto bene. Ha quel tipo di inclinazione, io no. Invento storie e basta. La forma può essere la più varia, ma sono modalità di condivisione della stessa cosa. Sono fortunato, ci sono tre fiction in corso per Rai1 e altri tre progetti in divenire, solo che per me la parte più divertente è quando mi alzo e in pigiama senza farmi la barba o lavarmi neppure la faccia e con gli occhi cisposi mi metto davanti al computer perché mi scappa di raccontare qualcosa. Il bello è che è un lavoro indipendente, rispetto al cinema, la tv o il teatro, che sono sempre condivisi con altri. Sul romanzo puoi contare solo su te stesso ed è molto inebriante. 

Ha mai pensato a come potrebbero interagire il commissario Ricciardi e l’ispettore Lojacono, se dovessero incontrarsi?
Ammetto di meditare spesso a incontri tra mondi diversi, perché li ho tutti nella testa e a volte si incrociano. Ho provato a pensare tra me e me a una indagine che porti a guardare i verbali di una inchiesta di tanto tempo prima. Raccontare a capitoli alterni le ricerche di Ricciardi e Lojacono in due tempi così diversi ma sulla stessa materia, come potrebbe essere un oggetto perduto, sarebbe divertente. È una delle idee che ho in mente. 

Fa parte del gruppo che conduce il laboratorio di scrittura con i ragazzi reclusi nell’Istituto Penale Minorile di Nisida, che cosa le lascia questa esperienza? 
Con grande franchezza e dolore sono molte più le cose che loro danno a noi, rispetto al contrario. Per la maggior parte sono giovani che vivono condizioni difficilissime e una volta finita la pena rischiano di ricaderci. È rarissimo che riescano a cambiare, quasi mai succede. Portarli a raccontare storie, che sono le loro storie, posso garantire che è tutt’altro che leggero. Ma questi ragazzi diventano ambasciatori di un universo. 

Immagino sia una soddisfazione, da napoletano, essere stato chiamato a presiedere il Comitato tecnico scientifico per la tutela della lingua napoletana.
Erano 20 anni che attendevamo i fondi per sostenere l’enorme patrimonio della lingua napoletana, che è chiaramente letteraria. Giambattista Basile con Lo cunto de li cunti non è secondo a Chaucer o a Boccaccio. Credo di essere stato nominato per via della mia evidenza pubblica, comunque lo affronto come ruolo di servizio consapevole che è un onere pesantissimo, però mi rende molto felice. Per prima cosa, abbiamo scelto di destinare due assegni di ricerca universitari a chi già lavorava al primo dizionario storico della lingua napoletana. Quindi due stipendi a due ragazzi, che in questo modo non saranno costretti ad andarsene da Napoli. 

Ricordo la sua indignazione per gli articoli di Vittorio Feltri su Napoli e il Sud. Non mi sembra di aver notato lo stesso trattamento da parte di intellettuali o giornali meridionali verso il Nord o la sua Bergamo colpita dal virus. 
È già sufficientemente ignobile quello che ha detto se davvero ci crede, se poi non ci crede e lo ha fatto apposta è ancora peggio. Mi auguro che sia frutto di una distorta mentalità, più che di una artata maniera di rimanere sulla breccia nonostante il passare del tempo. Il nostro è un paese che ha tantissime problematiche e un atteggiamento divisivo è proprio quello di cui non abbiamo bisogno. Nel meridione c’è stato un grande sentimento affettivo per come è andata al Nord e di attenzione agli errori macroscopici nella sanità, per esempio nella gestione delle Rsa. Distogliere da questo cercando un nemico può andare bene nel calcio, come fa Mourinho, ma non esiste nella realtà dei fatti. Credo sia gravissimo anche soffiare su un sentimento anti-settentrionale, perché fa soltanto comodo a tre giornali e a un partito politico. 

Non accettò neppure l’uscita del direttore di Libero, quando in un editoriale scrisse: “Montalbano? Un terrone che ci ha rotto i c***i almeno quanto suo fratello Zingaretti”. 
Ho letto cose incredibili, anche il giorno dopo la morte di Camilleri. È il maggior scrittore italiano degli ultimi 50 anni. Ha avvicinato alla lettura moltissime persone che non leggevano più. E poi è stato un narratore fantastico, ha inventato una lingua. Ha portato un luogo remoto, la sua terra, all’evidenza di milioni di italiani e all’estero essendo tradotto ovunque. Leggere poi che ha realizzato “molti romanzi e nessuna opera” è qualcosa che mi fa ribrezzo. 

Da grande tifoso del Napoli, quanto le pesa lo scudetto di Maurizio Sarri con la Juve? 
Lui stesso non può negare, almeno a se stesso, che a Napoli avrebbe avuto un sapore diverso. Basta vedere la freddezza e la nonchalance con cui lo stesso popolo juventino ha reagito a questa vittoria. In generale è triste per il calcio italiano, che non ne esce bene. Non esiste infatti un campionato tra i maggiori in Europa dove sia presente una egemonia tale di una sola squadra. Direi quasi “bulgara”, ma neanche in Bulgaria c’è una situazione del genere, forse solo in Moldavia. È abbastanza grave e non più accettabile. Antonio Conte con l’Inter è arrivato secondo a un punto mentre i bianconeri nelle ultime 4-5 partite erano già in vacanza. Essere testimone di questo è abbastanza avvilente. 

In tutto ciò, il suo Napoli dopo grandissime difficoltà chiude con un bilancio positivo. 
Ha vinto un trofeo, la Coppa Italia, quindi c’è un motivo per ricordare questa stagione. Per come si era messa è finita più che bene. Il Napoli non era attrezzato per obiettivi come la salvezza, per cui ero seriamente preoccupato. Hanno fatto degli aggiustamenti a gennaio e a quel punto ha giocato il suo campionato. Purtroppo, non ha alle spalle un gruppo finanziario tale da poter fare investimenti come l’Inter, il Milan e tantomeno la Juve. Vale tanto quanto la Fiorentina, il Bologna o la Lazio. Sono squadre che possono andare bene e male. Con quello che abbiamo, noi facciamo i miracoli! 

Maradona rimane il migliore di tutti i tempi, anche rispetto a Pelè, nonostante Messi e Ronaldo? 
Sì, primo perché Pelè non ha mai giocato in Europa, quindi non si è messo alla prova fino in fondo. Non ho dubbi che individualmente fosse grandissimo, però Maradona aveva la qualità di moltiplicare la forza dei giocatori che gli ruotavano intorno. Come un lievito. Un vero capitano. L’Argentina dell’86 era una squadretta, così come il Napoli che vinse due scudetti e anche il terzo se non ci fosse stato qualcosa di molto strano, più due Coppe Italia e la Coppa Uefa. Non aveva campioni a parte Careca. Gli altri erano buoni giocatori. In questo Maradona è meglio di tutti gli altri, anche di Messi e Ronaldo che sono straordinari, ma vincono da soli senza migliorare la squadra che hanno attorno. 

Dica la verità, cosa prova a vedere il decadimento dell’uomo Maradona? 
Una profonda malinconia, come per un vecchio amico andato in rovina. Credo però sia corretto separare i giudizi. Nella vita privata ognuno fa quel che vuole. Per noi Maradona è stato Maradona finché ha avuto la maglia azzurra. Così come Sarri da allenatore del Napoli più bello mai visto in campo e Higuain con il record assoluto di gol segnati, eguagliato in questi giorni ma non superato. Dobbiamo considerarli per quello che ci hanno dato, il resto sono affari loro.