Maccio Capatonda racconta “storie vere ma false” | Rolling Stone Italia
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Maccio Capatonda racconta “storie vere ma false”

L'ultimo progetto di Maccio Capatonda, "Podcast Micidiali", è una raccolta di storie deliranti presentate come se fossero vere. Abbiamo parlato con lui del podcast e di com'è oggi il mondo della comicità in Italia

Stefania D'Alessandro/Getty Images

L’urlatore olimpico, un uomo che assomiglia a chiunque, il serial killer casuale, la madonna che piange contratti di lavoro: queste sono solo alcune delle storie contenute in Podcast Micidiali, il nuovo progetto di Maccio Capatonda appena uscito in esclusiva su Audible.

Undici episodi in stile mockumentary che, attraverso false testimonianze e ricostruzioni parodistiche, raccontano vicende assurde e deliranti. L’importanza delle voci e delle parte sonora è sempre stata importata nel lavoro di Capatonda, ma è interessante notare come la mancanza di immagini amplifica certe caratteristiche della sua comicità. Dopo aver ascoltato tutte le puntate, quindi, l’ho intervistare per capire come è nato Podcast Micidiali e come si è trovato ad utilizzare questo nuovo media.

Puoi raccontarmi un po’ la genesi di questo podcast? Come è nata l’idea e la struttura?
Maccio Capatonda: L’idea risale a due anni fa, quando mi ha chiamato Audible e mi ha chiesto un’idea per un podcast. Io mi sono scervellato, ho frugato un po’ l’immaginazione, e alla fine ho tirato fuori questi finti documentari sonori. Cercando quindi di fare dei mockumentary sonori. Questo perché ho cercato di attingere a storie che hanno la parvenza di essere realmente accadute, che potessero interessare l’ascoltatore, e tenerlo incollato all’ascolto per 20 minuti. A me interessava proprio la parvenza di realtà…infatti il primo titolo era Storie vere ma false

Il risultato sono stati appunto questi documentari in cui c’è la mia voce narrante, e poi arricchiti dalle testimonianze di questi personaggi che hanno vissuto queste storie. Ci sono anche momenti in cui facciamo finta di ascoltare file audio dell’epoca…

Lo stile del mockumentary è particolare…perché le parodie possono seguire vari filoni e assumere toni molto differenti. A quali documentari ti sei ispirato? 
Ho immaginato un po’ lo stile di Lucarelli nel racconto…unito un po’ a quello di Federico Buffa. Mi interessava ricalcare quello stile appassionato, in cui il conduttore è calato al 100% nella storia. Poi però ho cercato di prendere spunti da tutto il mondo del documentario…

Come avete selezionato gli episodi che fanno parte di questa prima stagione?
Abbiamo cercato innanzitutto storie che avessero un vissuto sonoro importante. Tipo quella dell’Urlatore Olimpico ci ha permesso di giocare molto con l’audio, così come la puntata sul Musical del Meteo. Molti episodi funzionerebbero anche in video, ma sono nati con questo scopo. Per quanto riguarda invece i temi, sono nati degli spunti fra di noi fra eventi straordinari o possibili, peculiari, che poi abbiamo cercato di raccontare. Non è stato facile perché magari uno spunto può essere buono ma poi deve reggere un episodio di 20 minuti…

Lo so che è una domanda banale, che ti avranno fatto milioni di volte, ma come ti vengono queste idee? Perché solitamente il mockumentary si esaurisce tutto nella parodia del tono, magari rendendolo aulico un tema trash, mentre tu in ogni tuo lavoro riesci sempre a raggiungere questo effetto giocato sull’assurdo…
Lo spunto nasce—ed è nato—così: prima ti concentri sullo spunto mutuato dall’assurdo e dallo straordinario, ma poi cerchi di aggrapparlo ad un contesto più o meno realistico. A volte lo spunto nasce da un meccanismo di satira su un determinato tema: nell’episodio sulla “Madonna che piange i contratti di lavoro”, ad esempio, c’è questa statua che invece di colare sangue, come da prassi, piange contratti di lavoro per i disoccupati di un piccolo paesino di provincia. 

Come ti sei trovato a giocare solo con la voce e i suoni? 
Mi sono trovato molto bene, perché anche nei miei video l’aspetto sonoro è sempre molto importante. Gioco spesso con le voci, con lo speaker, con le musiche: mi piace perché mi dà la capacità di rendere varia la narrazione. È un mondo molto bello quello dell’audio, poi, perché permette all’ascoltatore di fare un salto immaginativo diverso, perché ti mandano le immagini. Poi oggettivamente ti permette di fare cose che in video non avresti potuto fare per motivi di budget. 

Quello del podcast comico è un po’ un mondo nuovo che si sta ampliando in Italia, tu eri un fruitore di questi prodotti? 
Non ero un fruitore abituale di podcast, ma sto imparando a conoscerlo. Credo che la possibilità di fruire di contenuti e storie anche in contesti in cui non sarebbe possibile altrimenti sia una grande cosa. Volendo ti puoi fare anche una cultura mentre passeggi o fai la spesa. 

Ti piacerebbe continuare a sperimentare in questo mondo?
Io sono aperto a tutti i media possibili. Il podcast è interessante anche perché facilita il lavoro comico, anche a livello di strutture. Certo poi tutte quelle facilitazioni le devi compensare il fase di scrittura, che è forse più complessa, ma è un mondo da moltissime possibilità. Mi piacerebbe ad esempio fare una serie fiction su questi temi, quello che una volta sarebbe stato un radiodramma. Tutta la mia poetica in realtà si può esprimere anche solo alivello di audio…

Tempo fa in un’intervista dicesti che non esistono più i talent scout nel mondo della comicità. Non credi che tutti questi nuovi media, più accessibili, possano riempire il vuoto e consentire ai giovani talenti di emergere?
Sì assolutamente. Il fatto che non ci siano talent scout da un lato è una pecca—perché io facevo le mie cose da giovane, però le facevo per la Gialappa’s e loro erano una guida—mentre adesso ognuno è artefice singolo del proprio successo, senza maestri. Certo hai la possibilità di accedere a basso costo a tantissimo materiale per imparare, ma si è persa un po’ la “scuola”, la presenza di esempi vicini con cui interagire.