Luciano Bianciardi, cent’anni dopo | Rolling Stone Italia
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Luciano Bianciardi, cent’anni dopo

Ha saputo raccontare l'industria culturale del nostro Paese come pochi e visse di contraddizioni con le quali lottò lungo tutto l'arco della sua carriera. Per ripercorrere la sua opera e celebrarla nel centenario della nascita, abbiamo provato a mettere in ordine i suoi romanzi, dal peggiore (si fa per dire) al migliore

Ricorre oggi il centenario della nascita di Luciano Bianciardi, uno scrittore che ha saputo raccontare come pochi l’industria culturale del nostro paese, mettendo in evidenza le contraddizioni e le difficoltà di chi decide di lavorarci, o almeno ci prova.

Nato a Grosseto il 14 dicembre del 1922, visse egli stesso di contraddizioni con le quali lottò per tutta la sua carriera. Come ricorda Francesco Piccolo nella prefazione alla Trilogia della rabbia (Feltrinelli), volume che raccoglie Il lavoro culturale, L’integrazione e La vita agra, dopo il successo di quest’ultimo romanzo si trovò ad aver scritto un libro contro la borghesia e a essere invitato come una star a tutti gli appuntamenti mondani. «Anziché mandarmi via da Milano a calci nel culo come meritavo, mi invitano a casa loro» scrisse in una lettera all’amico Mario Terrosi.

Indro Montanelli gli offrì trecentomila lire per due pezzi al mese sul Corriere della Sera. Era una cifra che Bianciardi, da traduttore freelance (ma allora non si diceva così) non sarebbe riuscito a mettere insieme nemmeno lavorando giorno e notte. Eppure rifiutò, proseguendo in quello che chiamava “il mio diuturno battonaggio”: la traduzione, tra i tanti, di autori già classici come Joseph Conrad, Robert Louis Stevenson, Jack London e Aldous Huxley, o di altri che lo sarebbero diventati, come Saul Bellow, William Faulkner, John Steinbeck, Gore Vidal e Norman Mailer. E in più, le collaborazioni con svariate testate, dal Giorno al Guerin Sportivo.

«Mi pare che la vita, purtroppo, sia fatta di esami e di processi, che son poi la stessa cosa, due facce della stessa società autoritaria e repressiva che ci siamo costruiti intorno non so per quale follia» scrisse alla figlia Luciana nel luglio del 1970, poco più di un anno prima della prematura scomparsa. La lettera partì da Rapallo, la cittadina del Levante ligure in cui Bianciardi si era autoesiliato, pur costretto a un continuo andirivieni con Milano, dove consegnava e ritirava i testi che gli davano da vivere.

Per ripercorrere la sua opera e celebrarla nel centenario della nascita, abbiamo pensato di mettere in ordine i suoi romanzi dal peggiore al migliore, proprio come facciamo con le band e i loro album.

L’integrazione (1960)

Due fratelli intellettuali si trasferiscono da Grosseto a Milano, la cui industria culturale è al centro di una satira aspra e consapevole, frutto dell’esperienza come redattore alla Feltrinelli, da cui Bianciardi era stato licenziato per scarso rendimento. Tra riunioni inutili, discussioni senza senso e violente stilettate dirette ai nuovi concittadini: «Guardali in faccia: stirati, con gli occhi della febbre, dimentichi di tutto tranne che dei soldi che ci vogliono ogni giorno. Sgobbano, corrono come allucinati dalla mattina alla sera, per comprarsi ciò che credono di desiderare; in realtà quello che al padrone piace che si desideri». Un rapporto, quello tra Bianciardi e Milano, a dir poco conflittuale, di cui i Baustelle hanno cantato il lato più bohémien nella loro Un romantico a Milano (2005), dedicata proprio agli anni trascorsi dallo scrittore nel capoluogo lombardo.

La battaglia soda (1964)

Dopo la Trilogia della rabbia, lo scrittore esce dalla contemporaneità ed entra nella propria visione del Risorgimento. L’Italia del 1860 è una metafora di quella contemporanea. Bianciardi, ha scritto Dario Olivero su Robinson, racconta l’epurazione dei volontari garibaldini dal nascente esercito ma ha in mente gli azionisti usciti di scena dopo la Resistenza nella Seconda guerra mondiale, descrive i gattopardi meridionali adeguatisi ai nuovi padroni con in mente i fascisti amnistiati e partecipi della vita repubblicana dopo il 1946. Il titolo La battaglia soda, nel senso di “battaglia dura” ma anche di “battaglione compatto”, è una citazione che omaggia Niccolò Machiavelli e il suo trattato Dell’arte della guerra.

Aprire il fuoco (1969)

Mescolando passato e presente, personaggi storici e contemporanei, realtà e finzione, Bianciardi rivisita le Cinque Giornate di Milano trasportandole nel 1959 e raccontando l’amara quotidianità di un esule che attende invano l’inizio della rivoluzione. Testamento spirituale dello scrittore, denso com’è di riferimenti storici, letterari e personali, sarà anche il suo ultimo romanzo.

Il lavoro culturale (1957)

In una città non precisata in cui si riconosce la natia Grosseto, un intellettuale racconta la propria vita di appartenente a una generazione «decisa a rompere con le tradizioni e a rifare tutto daccapo», tra cineclub, circoli culturali, biblioteche e dibattiti. Un romanzo di formazione che prende spunto dalla vita dello stesso Bianciardi per lanciarsi nell’analisi di ciò che funziona e soprattutto non funziona nell’opera di chi ha scelto di lavorare nel mondo della cultura. Bianciardi individua e prende in giro tutti i tic linguistici che disarmeranno l’efficacia del linguaggio intellettuale, tanto da far dire a Francesco Piccolo che in questo libro sono già presenti «i prodromi del disastro della sinistra, della sua impotenza e della sua pochezza».

La vita agra (1962)

Luciano lascia la provincia e la propria famiglia per trasferirsi a Milano. Qui progetta di far saltare in aria la sede dell’azienda responsabile della morte di decine di minatori che non lavoravano in condizione di sicurezza. Si troverà a vivere in bilico fra la voglia di far esplodere il sistema e il desiderio di esserne riconosciuto. Ancora autobiografia, ancora il tentativo di incidere nella società rimanendo fedeli a se stessi. «Ma mio padre non voleva mettere nessuna bomba» ha spiegato la figlia Luciana. «La bomba era quel libro là, che diceva che il miracolo economico era una fregatura». Dal romanzo è stato tratto l’omonimo film girato due anni più tardi da Carlo Lizzani, con Ugo Tognazzi nei panni del protagonista.