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Lisbona 36Hours, tra saudade, bifanas e pasticci di crema

La capitale del Portogallo ti terrebbe con sé per sempre, tra belvedere e luce dell'Atlantico. Ecco i nostri consigli per viverla
MAAT Lisbona

Foto: Francisco Nogueira

A Lisbona succede una cosa strana: pensi di andare in una capitale europea, e invece finisci dentro uno stato d’animo. La città non si offre mai tutta insieme, preferisce farti inciampare lentamente tra colline, azulejos, scale mobili che non funzionano e tram che sembrano sopravvissuti a una guerra poetica. Qui il tempo non è lineare, è un elastico. E nel giro di 48 ore ti ritrovi a pensare che forse vivere più piano non è un lusso, ma una scelta politica.

Il primo impatto qui è sempre un gioco di livelli. Baixa, Chiado, Príncipe Real: quartieri che sembrano dialogare più in verticale che in orizzontale. Tra un miradouro improvvisato e una discesa che mette alla prova le ginocchia, la capitale portoghese mostra il suo talento migliore: quello di farti sentire dentro una città viva, non musealizzata. Le facciate sono scrostate al punto giusto, i tram cigolano come animali domestici, e ogni bar sembra avere una storia imperdibile da offrire.

Foto cortesia

A pochi minuti da Príncipe Real, Praça das Flores è una deviazione necessaria. Discreta, raccolta, con un giardino che sembra disegnato per osservare le persone più che per farsi fotografare. Al Magnolia ci si ferma per un caffè che diventa un bicchiere di vino, per qualche tapas o per un Camembert al forno con il miele, possibilmente seduti all’unico tavolino interno vicino alla finestra illuminata da una delle luci più belle del mondo. Poco più in là, Marquise do Mobler è una sala da tè, un concept store, una tentazione continua: ogni oggetto è in vendita, ma la vera chicca è il patio interno, perfetto per un brunch che sembra una parentesi gentile dentro la giornata.

Sempre restando nel centro emotivo della città, lo shopping diventa racconto. A Vida Portuguesa – ci sono piu sedi sparse per questa suadente capitale – non è un negozio, è un archivio sentimentale del Portogallo. Ceramiche, coperte dell’Alentejo, saponi, bicchieri soffiati, rondini in ceramica: ogni oggetto porta con sé una storia, una provenienza, una memoria.

Poco distante, Embaixada è il colpo di scena. Un palazzo moresco ottocentesco che ospita uno dei concept store più interessanti della città. Scale monumentali, affreschi, ascensori d’epoca e, dentro, marchi portoghesi che parlano di sostenibilità, design e manifattura consapevole. Dalle scarpe di Hirundo, nate con lo spirito slow e prodotte in Portogallo, fino agli oggetti eco di Fair Bazaar.

Foto: Germano D’Acquisto

La sera è il momento di alzare lo sguardo. Eleven non è solo un ristorante, è una dichiarazione di stile. Affacciato sui giardini Amália Rodrigues, con vista sul Parque Eduardo VII, è uno di quei luoghi che ricordano perché l’alta cucina ha ancora senso quando dialoga con il territorio. Lo chef tedesco Joachim Koerper lavora di precisione e memoria: i menu raccontano una carriera, una stagione, una visione. Dal “20 years of Eleven” al “Lavagante Azul”, ogni piatto è calibrato, mai compiaciuto. Ma sono i signature — come My day in Singapore’s food market o il cassoulet di asparagi bianchi con caviale — a fissarsi nella testa come un refrain elegante. Qui la città si concede il lusso di essere internazionale senza perdere accento.

Un piatto dell’Elena di Lisbona. Foto: Germano D’Acquisto

Si dorme poco lontano, al ME Lisbon, nuovo baricentro creativo della città. Costruito ex novo tra Avenida da Liberdade e Marquês de Pombal, l’architettura di João Paciência e gli interni firmati Broadway Malyan fanno da cornice a una collezione d’arte contemporanea portoghese curata da Guta Moura Guedes. Jacaranda stilizzati, ceramiche scultoree, installazioni video: tutto dialoga con la luce lisboeta. Le camere guardano il parco, il castello, il Tago. E poi ci sono i ristoranti: Fismuler, rilassato e nordico, e Attiko Rooftop, dove la cucina pan-asiatica incontra uno skyline che vale il viaggio. L’hotel è pensato come un hub culturale, con eventi, musica, moda.

Il secondo giorno si cambia asse e si va verso Ovest, seguendo il fiume. Belém è un capitolo a parte, più monumentale, più consapevole del proprio ruolo storico. Il Mosteiro dos Jerónimos non è solo il monumento più visitato della città, è un manifesto identitario. Stile manuelino allo stato puro, colonne che sembrano corde, decorazioni che celebrano l’epopea marinara portoghese. Qui tutto parla di viaggi, conquiste, ritorni. Vasco de Gama riposa sotto queste volte, e il messaggio è chiarissimo: Lisbona è nata guardando lontano. A pochi passi, il pellegrinaggio più democratico della città: Pastéis de Belém. Sì, sono dolci. Sì, c’è la fila. Sì, ne vale la pena. Il segreto — custodito ancora oggi in una “stanza segreta” — non è solo nella ricetta, ma nel gesto ripetuto, identico dal 1837. Morso dopo morso, capisci che la saudade può anche sapere di crema calda e sfoglia croccante.

Un po’ più distante, il passato dialoga con il futuro. Il MAAT – Museum of Art, Architecture and Technology è uno degli interventi culturali più riusciti degli ultimi anni. Il nuovo edificio, firmato Amanda Levete Architects, si connette alla storica Central Tejo in un gioco di continuità e contrasti. Dentro, mostre che intrecciano arte, architettura e tecnologia come strumenti critici per leggere il presente. Fino al 16 febbraio, la personale di Cerith Wyn Evans, Forms in Space… through Light (in Time), trasforma il museo in un organismo sensibile fatto di luce, tempo e percezione.

Foto cortesia di EDP Foundation

Una tappa fondamentale è poi al CAM – Centro de Arte Moderna della Fondazione Gulbenkian. Riprogettato da Kengo Kuma, il museo diventa una soglia continua tra interno ed esterno, ispirata al concetto giapponese di engawa (una veranda di legno che si estende oltre il confine della stanza “di pertinenza”). Più luce, più trasparenza, più relazione con il giardino. L’installazione monumentale di Leonor Antunes, in dialogo con opere della collezione selezionate dall’artista stessa, è un esercizio di misura e intensità. Il CAM oggi è uno spazio aperto, sostenibile, allineato con una visione culturale che guarda avanti.

Per mangiare al volo, street food puro da As Bifanas do Afonso, dove un solo panino — carne di maiale, vino bianco, aglio, alloro — diventa una religione. Poi si raggiunge il luogo che più di tutti racconta la Lisbona che cambia senza perdere memoria: LX Factory. Sotto il ponte 25 Aprile, ex polo industriale ottocentesco diventato fabbrica di creatività. Murales, ristoranti, atelier, coworking e una delle librerie più belle del mondo: Ler Devagar. Entrarci è un invito alla lentezza, letterale e simbolica. Libri ovunque, installazioni sospese, una bicicletta volante, un bambino che rincorre la luna. E, al piano di sopra, il laboratorio di un inventore italiano che sembra uscito da un romanzo di Saramago.

La sera, si sale di tono: Galeto per la cucina lisboeta senza filtri, oppure, se vuoi cenare dentro un film, Palácio do Grilo: un teatro barocco vivente dove anche il risotto allo zafferano sembra parte della scenografia surrealista.

La notte a Lisbona ha due anime. Quella intima del fado, da ascoltare a Mesa de Frades, in una ex cappella dove i cantanti arrivano, cantano, chiacchierano e se ne vanno come a casa di amici. O quella quasi mistica del Reservatório da Patriarcal, dove la musica risuona sottoterra, puro, senza distrazioni. E poi c’è il presente che pulsa: Outra Cena, club industriale dove i cellulari sono vietati. Si balla, punto. Vivere il momento come atto radicale.

Quando si torna verso il centro, con il fiume che scorre lento, Lisbona fa l’ultima cosa che sa fare meglio: resta con te. Non come un ricordo preciso, ma come una sensazione persistente. Un equilibrio fragile tra passato e presente. Una città che non si impone mai, ma che, senza chiedere permesso, ti entra dentro. Per sempre.

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