Nikka, Yoichi e Miyagikyo 1986: la storia del whisky | Rolling Stone Italia
40 years and counting

L’incredibile storia di Nikka, e di un whisky che non tornerà più

Un giapponese in Scozia, una moglie scozzese, un'azienda che vendeva succo di mela e una telenovela del mattino: come Nikka è arrivata a due whisky di quarant'anni mai visti prima

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Foto press

Otto single cask di Nikka tra i quali un Miyagikyo e uno Yoichi distillati nel 1986, i più vecchi mai imbottigliati dalle due distillerie. A chi segue il mondo dei distillati solo di sfuggita la notizia può sembrare l’ennesima edizione limitata, una delle tante che ogni anno riempiono le newsletter delle enoteche. Per un collezionista di whisky giapponese, invece, ha l’effetto che avrebbe per un appassionato di vinili la scoperta di un master inedito dei Beatles in una cantina di Liverpool.

Per capire perché queste bottiglie siano così rare bisogna fare un passo indietro, anzi parecchi. È una storia di amore, judo, soap opere mattutine e solo mettendo in fila tutti questi passaggi si capisce come mai un whisky di quarant’anni, in Giappone, sia diventato una specie di reperto archeologico di cui vale la pena raccontare.

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Una storia d’amore che contiene le parole judo e Kobe
Masataka Taketsuru nasce nel 1894 a Takehara, nella prefettura di Hiroshima, in una famiglia che produce sake dal 1733. Avrebbe davanti un destino già scritto, fatto di riso fermentato, ma come un celiaco al contrario decide di volgersi in direzione dei cereali. Studia chimica della fermentazione a Osaka ed entra alla Settsu Shuzo, un’azienda di liquori che coltiva un’ambizione esotica: produrre il primo whisky giapponese. Nel 1918 l’azienda lo spedisce in Scozia a imparare il mestiere. Qui il nostro eroe si iscrive all’università come uditore e segue i corsi di chimica, e si dedica alla pratica da Longmorn, nello Speyside, che lo accetta come apprendista. Poi passa a Bo’ness, nelle Lowlands, dove scopre la colonna Coffey e il whisky di cereali. Infine arriva a Hazelburn, a Campbeltown, dove impara l’arte del blending. Tutto finisce in una serie di quaderni, i cosiddetti Taketsuru Notes, che diventeranno il primo manuale di produzione di whisky mai scritto in Giappone.

Con un colpo di scena talmente stereotipato, da far impallidire gli sceneggiatori di Boris, mentre insegna judo al fratello minore dei Cowan conosce la sorella, Jessie Roberta, detta Rita. L’8 gennaio 1920 i due si sposano.
Taketsuru sarebbe disposto a rimanere in Scozia, ma è Rita a convincerlo a tornare in Giappone per inseguire il suo progetto. I due sbarcano a Kobe nel novembre del 1920 e trovano ad aspettarli la prima delusione. La Settsu Shuzo, alle prese con problemi finanziari, ha abbandonato l’idea del whisky. Nel 1922 Taketsuru lascia l’azienda. Rita, intanto, insegna inglese e pianoforte e contribuisce a tenere in piedi i conti di casa.

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La presentazione Nikka alla Velier in Banchi, a Genova. Foto press

La svolta arriva nel 1923, quando Shinjiro Torii lo assume alla Kotobukiya, la futura Suntory, con un contratto di dieci anni. L’incarico è costruire Yamazaki, la prima distilleria di whisky del Giappone. Nel 1929, sotto la sua direzione, esce il Suntory Shirofuda, considerato il primo whisky giapponese autentico. La convivenza con Torii, però, dura poco più del contratto: i due hanno idee diverse su cosa debba essere il whisky giapponese. Nel 1934 Taketsuru se ne va per fare da solo.

Sceglie Yoichi, una cittadina sulla costa dell’Hokkaido, l’isola più a Nord del Paese. Il posto è scomodo e lontano da tutto, ma ha un clima freddo e umido, acqua pulita e torba a portata di mano. Con alcuni investitori fonda la Dai Nippon Kaju, che significa più o meno “Grande Succo del Giappone”. Il nome è meno bizzarro di quanto sembri. Il whisky impiega anni a maturare e nel frattempo bisogna pagare le bollette, così l’azienda vende succo di mela, che si può incassare appena prodotto. Seguono gelatine, salsa di mele e vino di mele. Gli alambicchi, riscaldati direttamente a carbone, entrano in funzione nel 1936. Il primo whisky esce nel 1940.

Nel 1952 l’azienda prende il nome che conosciamo, ricavato dalle prime sillabe di Nippon e Kaju. Taketsuru spiegherà che “Nikka” si poteva leggere in un solo verso, occupava poco spazio sulle insegne al neon e si adattava facilmente a qualunque formato. Il marketing degli anni Cinquanta in tutta la sua concretezza. Rita muore nel 1961, Masataka nel 1979. Riposano insieme a Yoichi, dove la strada principale porta ancora il nome di lei.

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Nikka Artist Series. Foto press

Magazzini pieni, magazzini vuoti
Per decenni il whisky giapponese resta a consumo domestico, ignorato dal resto del mondo. Il primo scossone arriva nel 2001. Un single cask di Yoichi 10 anni vince il “Best of the Best” di Whisky Magazine, battendo concorrenti scozzesi e americani. La notizia circola tra gli addetti ai lavori, e due anni dopo Hollywood fa il resto. In Lost in Translation, Bill Murray interpreta un attore stanco e annoiato, volato a Tokyo per girare uno spot di whisky, e il film di Sofia Coppola trasforma quelle bottiglie in un oggetto di culto.

Il problema è che il whisky del 2003 era stato distillato negli anni in cui nessuno lo voleva. Le vendite di Nikka avevano toccato il massimo nel 1989. Poi l’economia giapponese era crollata, il whisky era passato di moda e per tutti gli anni Novanta le distillerie avevano prodotto sempre meno. Nei magazzini riposavano poche botti, e quando il mondo comincia a bussare alla porta, le scorte di whisky invecchiato si rivelano molto più sottili di quanto servirebbe.

E a peggiorare il disastro c’era stata una concausa che nessun europeo avrebbe mai potuto immaginare: Il 29 settembre 2014 la NHK manda in onda la prima puntata di Massan, un asadora, cioè una di quelle telenovele del mattino da un quarto d’ora a episodio, sei giorni su sette, seguite da milioni di persone tra la colazione e il treno per l’ufficio. La serie racconta, romanzandola, proprio la storia di Masataka e Rit. Nel ruolo di lei recita l’attrice americana Charlotte Kate Fox, prima protagonista non giapponese nella storia del formato. Fino al 28 marzo 2015 vanno in onda 150 episodi.

Il pubblico, in larga parte femminile, si innamora della storia e si mette a comprare le loro bottiglie di whisky per capirne di più. Nel 2014 le vendite del whisky prodotto in Giappone da Nikka crescono del 124% rispetto all’anno precedente, e la stessa capogruppo Asahi attribuisce parte del merito alla serie. L’azienda è costretta a razionare le spedizioni dei prodotti più richiesti per non restare a secco. La distilleria di Yoichi, set principale della storia, nel 2015 arriva a circa 900mila visitatori, più del triplo rispetto al 2012.

Le bottiglie più rare del Giappone
Non si può avere la moglie (di Taketsuru) ubriaca e le botti piene. Quando il mondo si è accorto del Giappone le distillerie si sono ritrovate con magazzini troppo vuoti per soddisfare la domanda. Oggi, per mettere le mani su certi imbottigliamenti, bisogna avere pazienza, fortuna e, possibilmente, una carta di credito che non faccia troppe domande.

Quando la leggendaria serie ARTIST di Maison du Whisky, uno dei principali importatori e distributori francesi di distillati, che ogni anno seleziona alcune botti scovate durante le degustazioni e le imbottiglia come single cask a tiratura limitata, ha annunciato che per l’edizione 2026 avrebbe per la prima volta abbandonato la Scozia selezionando per la prima volta in un’unica collezione le due distillerie di Nikka, Yoichi e Miyagikyo, in onore del doppio anniversario (70 anni per la Maison e 25 di collaborazione con la casa fondata da Masataka Taketsuru) ai collezionisti sono brillati gli occhi.

La selezione presentata a Whisky Live Paris 2026 conta otto bottiglie, quattro per distilleria. Il criterio è mettere a confronto due anime della stessa casa: la forza e l’intensità da una parte, la precisione e la finezza dall’altra. Tutti gli imbottigliamenti sono del 2026, a gradazione piena.

Yoichi è appunto la distilleria aperta da Taketsuru nel 1934 sulla costa dell’Hokkaido. Freddo, vento e salsedine sono parte del paesaggio, mentre gli alambicchi vengono ancora riscaldati direttamente a carbone, su fiamma viva. Fra gli appassionati è considerato uno dei whisky giapponesi più vicini al carattere scozzese. Miyagikyo invece arriva nel 1969, quando Taketsuru cerca un contrappeso alla sua prima creatura. Lo trova nella prefettura di Miyagi, in una valle verde dove confluiscono i fiumi Nikkawa e Hirose. Qui gli alambicchi dal collo a cigno sono riscaldati indirettamente a vapore. La distillazione a temperature più basse favorisce un profilo delicato, morbido, floreale e fruttato.

Anche le etichette hanno una storia da raccontare. La Maison ha coinvolto Yoshiki Hase, fotografo giapponese più volte premiato, con la sua serie DESSIN. Hase costruisce a mano strutture geometriche effimere in mezzo alla natura: teli e sfere sospesi fra gli alberi o sulla riva del mare. Poi le fotografa con lunghe esposizioni, lasciando che il vento e il passare dei minuti entrino nell’immagine. Le etichette di Miyagikyo giocano sul verde, quelle di Yoichi sul blu. Tra i soggetti ci sono la pagoda dei forni di essiccazione, gli alambicchi, la costa di Yoichi e la casa di Rita.

Per Miyagikyo si parte da un 2015 di oltre dieci anni, maturato in un puncheon ricarbonizzato, che punta su miele d’acacia, frutta esotica e spezie. Il 2010 ha passato quindici anni in una botte ex Porto, note di con cacao e pan di zenzero. Il 2000 ha 25 anni ed è maturato in uno sherry butt. È il Miyagikyo più spiazzante del gruppo, torbato e medicinale come ci si aspetterebbe da Yoichi.

Sul fronte Yoichi, il 2015 ha dieci anni di quercia americana nuova e una torba oleosa e salmastra che ricorda Islay. Il 2005 ha trascorso vent’anni in Mizunara nuova, il rovere giapponese più ambito, e alterna torba, cioccolato fondente e agrumi. Il 1991, infine, ha alle spalle 35 anni di Pedro Ximénez, lo sherry dolce e scurissimo da cui ha preso un colore mogano quasi nero.

Infine due incredibili bottiglie di 40 anni ognuna. Il Miyagikyo 1986 ha trascorso quattro decenni in un puncheon di rovere americano nuovo. Gradazione del 59,9%, 174 bottiglie, prezzo di 9mila 900 euro. Il profilo è ricco e ossidativo, con note medicinali, tostate e di lievitati, e conserva una freschezza sorprendente. Lo Yoichi 1986 ha passato lo stesso tempo in un hogshead, una botte da circa 250 litri. Gradazione del 59,1%, appena 40 bottiglie, prezzo di 18mila 900 euro. Il profilo è torbato, iodato, affumicato, fruttato e medicinale. Nel bicchiere vuoto rimane un odore di terra bagnata dopo un temporale estivo.

I due imbottigliamenti del 1986 sono presentati come i più vecchi mai realizzati dalle rispettive distillerie. Sono stati distillati tre anni prima che Nikka raggiungesse il massimo delle vendite, poco prima che il Giappone smettesse di bere whisky, e da allora hanno dormito per il tempo equivalente a circa 1 milione 400mila puntate di Massan o di più di 200mila visioni consecutive di Lost in Translation. Un’attesa lunga, che chi avrà la fortuna di assaggiarli difficilmente avrà voglia di rimpiangere.