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William Burroughs e lo Spirito del Male

È uscita per Il Saggiatore una biografia quasi ossessiva dello scrittore visionario che rifiutava l'America dell'upper class, da annoverare tra i padri del punk come stile di vita

Aveva ucciso la moglie giocando a Guglielmo Tell in un bar di Città del Messico: lui a rota d’eroina, lei d’amfetamina, intorno un gruppo di nottambuli ubriachi. William Seward Burroughs II conosceva bene le armi ed era un ottimo tiratore. Per tutta la vita, dopo quella notte fatale del settembre 1951, sarebbe stato convinto che a suggerirgli il folle gioco e poi a deviare la mira era stato lo Spirito del Male, quello che combatteva già da sempre e che avrebbe continuato a tormentarlo fino a che non ne fu liberato da uno sciamano con un esorcismo degno del best seller di William Peter Blatty.

Però in quella stessa tragica notte nacque anche uno scrittore, uno dei più ostici e di difficile lettura eppure quello che più di ogni altro avrebbe influenzato le avanguardie artistiche del tardo Novecento. Burroughs aveva già 36 anni e ha sempre dichiarato che senza l’uccisione involontaria della moglie, Joan Vollmer, non avrebbe mai scritto. Era un ragazzo ricco, aveva studiato nelle migliori scuole, si era laureto ad Harvard. Il nonno aveva inventato la prima calcolatrice meccanica della storia, lo zio Ivy Lee era stato il guru delle “relazioni industriali” negli Usa: tanto feroce da meritarsi un soprannome eloquente entrato nella cultura popolare, una volta o l’altra tutti lo hanno incontrato in qualche libro, film o canzone: “Poison Ivy”.

Burroughs odiava tutto questo: l’America, l’upper class, la famiglia aristocratica. Avrebbe passato trent’anni girando da una camera d’albergo a poco prezzo all’altra in mezzo mondo, a Città del Messico, a Tangeri, a Parigi, a Londra. Una figura alta, a modo suo elegante ma anonima, l’ “uomo invisibile” avvolto nel suo eterno impermeabile. Osservava, dissezionava con lo sguardo freddo e un po’ crudele la fauna umana che viveva o sopravviveva ai margini, drogati, giovani uomini che sbarcavano il lunario con la prostituzione, piccoli delinquenti, artisti maledetti, per poi riportarne, spesso a distanza di decenni, in versione allucinata e grottesca nei suoi libri.

Gli piacevano i ragazzini e le droghe, ma non quelle psichedeliche tanto alla moda nei ’60. La controcultura hippie la capiva poco e la amava ancora meno: l’incontro tra lui e il santone lisergico Timothy Leary fu un disastro. “Lee”, come lo chiamavano tutti, non poteva accettarne l’ingenuità, la superficialità, l’incauto ottimismo. La sua visione era tutta diversa, più notturna e impietosa. La sua estetica guardava alle avanguardie europee della prima metà del secolo, le sue sperimentazioni letterarie riprendono esplicitamente quelle di Tristan Tzara e T. S. Eliot. Frequentava pittori come l’amico e gemello artistico Bryon Gysyn o Francis Bacon.

A Burroughs la controcultura dei favolosi anni ’60 deve in realtà poco, il debito dei movimenti artistici di fine secolo, a partire dai ’70, invece, è immenso. Se per Punk s’intende non uno stile musicale ma un’estetica complessiva, una rivoluzione artistica a tutto campo molto più longeva dei Pistols o dei Clash, il suo padre fondatore e nume tutelare è stato lui, non Lou Reed o Iggy Pop o Patti Smith, che del resto riconoscevano il debito. La casa dove si era rinchiuso dopo il ritorno nella poco amata New York nel ’74, non a caso detta “il Bunker”, era meta di pellegrinaggi continui da parte di tutti i nomi della scena punk e new wave.

Se Jack Kerouac, scrittore americanissimo, ha forgiato e plasmato il modo di vivere di un paio di generazioni di giovani almeno, Bill Burroughs ha fornito alle menti più creative di fine secolo lenti sino a quel momento sconosciute per guardare, interpretare e raccontare il mondo. Non solo agli scrittori ma anche agli artisti visivi, a partire dai cineasti più coraggiosi e intraprendenti, come Cronenberg o Van Sant, e a legioni di musicisti: dagli Steely Dan ai Soft Machine solo le band che hanno preso il nome dai suoi libri si aggirano intorno alla decina e le citazioni sparse sono innumerevoli.

Dello scrittore scomparso nel 1997, a 83 anni, è nelle librerie da qualche settimana una monumentale biografia edita dal Saggiatore, 812 pagine fittissime tradotte da Fabio Pedone. La ha scritta l’inglese Barry Miles, che a sua volta è stato un protagonista della scena culturale ma anche politica della swinging London nei ’60, amico poi biografo di Paul Mc Cartney, convivente di Allen Ginsberg. Miles fa parte di quel gruppo di giornalisti e studiosi, come Victor Bockris e Jon Savage, che dopo aver vissuto in prima persona l’effervescenza di quell’epoca si sono incaricati di scriverne le storie. Ha all’attivo numerosi libri molti dei quali, tra cui la fondamentale ed enciclopedica storia della controcultura londinese dal 1945 a oggi London Calling, tradotti anche in italiano.

Tra libri, documentari e film su di lui, di Burroughs sembrava si sapesse già tutto. Miles ha dimostrato che non era vero. Ha scavato più a fondo di chiunque altro, ne ha seguito le tracce quasi giorno per giorno dalle fattorie del Messico alla giungla dove si addentrava alla ricerca dello Yage, pianta allucinogena ai tempi sconosciuta, dai bar di Tangeri a quelli di Parigi, dall’adesione a Scientology al Bunker sulla Bowery, da un amante giovanissimo all’altro, da un divezzamento dalla dipendenza da oppiacei alla successiva e puntuale ricaduta.

La quantità di particolari raccolta da Barry Miles è impressionante: tanto minuziosa da rasentare l’ossessione. Scommessa azzardata ma vincente. Miles trasporta chi lo legge nell’atmosfera incandescente, distruttiva e vitalissima, dell’ultima grande fase creativa del Novecento ma gli permette anche di incontrare Burroughs nella sua realtà e individualità, separato dal “gruppo di famiglia” beat. Però non si può dire che gli restituisca il posto che si merita: quello l’ “uomo invisibile” se lo è conquistato da solo, con la sua vita maledetta, con i suoi libri visionari, con l’intreccio strettissimo tra le due dimensioni. Nessuno lo ha mai messo in discussione.

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