'Un cazzo ebreo' è il libro più esplosivo del 2021 | Rolling Stone Italia
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‘Un cazzo ebreo’ è il libro più esplosivo del 2021

Audace, ironico e sovversivo, l'esordio della scrittrice tedesca Katharina Volckmer parla di isolamento e del potere della riparazione, tra sogni di sesso con Hitler e il desiderio di superare l’Olocausto amando un ebreo

Katharina Volckmer, l'autrice di 'Un cazzo ebreo'

Foto press

Un cazzo ebreo è probabilmente il libro sul quale si dibatterà di più nel 2021. Non solo per quel titolo così provocatorio, ma ancor di più per i contenuti dissacranti che (apparentemente) irridono il periodo storico più traumatico che il mondo occidentale abbia conosciuto. In realtà, finalmente. ci permette di farci i conti – senza sconti – grazie a un ininterrotto flusso di coscienza che, mischiando sogni sessuali con il Führer a un senso claustrofobico di isolamento per una società oppressiva, è in grado di metterci con le spalle al muro di fronte alle nostre sicurezze.

Il romanzo di Katharina Volckmer esce in Italia con La Nave di Teseo il 7 gennaio e già dall’incipit è tutto un programma: “So che potrebbe non essere il momento migliore per sollevare l’argomento, dottor Seligman, ma mi è appena venuto in mente che una volta ho sognato di essere Hitler”. Prosegue così una confessione irriverente e dissacrante in cui la protagonista passa da sogni di sesso con il dittatore nazista al senso di isolamento provocato dall’ambiente che la circonda.

In un elegante studio medico di Londra, una giovane donna è distesa sul lettino. Scorge a malapena i capelli radi e le mani raffinate del suo medico, il dottor Seligman, mani a cui ha affidato la scelta più radicale e rivoluzionaria della sua vita. Inizia così un libro davvero sovversivo e audace: una corrente di pensieri che la protagonista, nata e cresciuta in Germania e trasferitasi a Londra, fa sbandare vorticosamente tra inconfessabili fantasie sessuali con protagonista Hitler, idiosincrasie folli e liberatorie, la memoria di una madre autoritaria e di un padre volatile, la vergogna di un’eredità irrimediabile, il senso di isolamento in una società che ci vuole per forza normali, privi di contraddizioni, felici, e il racconto di un amore non convenzionale, mai sufficiente, eppure totale.

Con ironia e schiettezza la protagonista irresistibile di Un cazzo ebreo mette a nudo il nucleo più disarmato della propria vita interiore, si interroga sul potere della riparazione e ci mostra come possiamo rimediare ai fatti della storia con le nostre più intime scelte personali.

In particolare, la narratrice senza nome esprime disprezzo per “quello strano silenzio tedesco” che persiste sull’Olocausto, così come il disgusto per il suo corpo femminile e la necessità di dover sempre “recitare la parte di una donna”. Questi due filoni si intersecano mentre è alle prese con la fine di una relazione amorosa, chiedendosi se il suo futuro porterà a qualche cambiamento e se, prima o poi, potrà far pace con il passato. “Quando ero più giovane ho sempre pensato che l’unico modo per superare veramente l’Olocausto sarebbe stato amare un ebreo”, dice al silenzioso dottor Seligman. “È una confessione” ha dichiarato l’autrice e il dottore è “il confessore perfetto”, anche perché è ebreo.

Katharina Volckmer è nata in Germania nel 1987. Attualmente vive a Londra, dove lavora per un’agenzia letteraria e questo è il suo esordio che promette scintille. Con una semplicità disarmante, dovuta anche all’alto grado di intimità che si crea fra i due personaggi, questo libro riesce a sollecitare un dibattito ancora irrisolto. Soprattutto in Germania, dove non a caso ha riscontrato non poche difficoltà a trovare un editore disposto a distribuirlo: “Immagino che ogni paese abbia i suoi silenzi, ma nel mio questo l’ho sempre trovato piuttosto scomodo. Dicono che è troppo radicale, che è volgare – ha spiegato Volckmer – e si sono semplicemente sentiti profondamente a disagio. Penso che fossero preoccupati dello scandalo che avrebbe suscitato”. Non mancherà di farlo anche in Italia, visto che contestualmente il narratore esprime disprezzo nei confronti del suo paese “per il fallito fascismo” che, in fondo, è un po’ anche quello che è accaduto da noi e, inoltre, mette in evidenza come nel frattempo la cultura ebraica contemporanea rimanga emarginata, mentre si registra un crescente aumento dei movimenti estremisti di destra che hanno come base l’antisemitismo e il razzismo.

L’autrice, intervistata dal Guardian, ha spiegato di essersi ispirata allo scrittore austriaco Thomas Bernhard, che sotto l’ironia nascondeva una forte critica della sua identità nazionale e al Lamento di Portnoy di Philip Roth, strutturato in un ininterrotto lungo monologo. “Il libro più audace che abbia letto negli ultimi anni”, si legge sul The Times Literary Supplement e gli ha fatto eco il The Paris Review: “Sensuale, esilarante e sovversivo. Il desiderio, in questo romanzo, assume molte forme: il desiderio di essere ascoltati, il desiderio di essere diversi, il desiderio di un passato e di un futuro alternativi”, mentre è stato scelto come libro dell’anno 2020 da molte testate e supplementi culturali internazionali ed è in corso di traduzione in 20 paesi. Vedremo come verrà accolto in Italia, paese che in materia di conti con il proprio passato ha ancora molto su cui lavorare.