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‘Tranny’, una vita da punk (transgender)

Il diario personale di Laura Jane Grace degli Against Me!: "Nessun Manifesto, parlo solo della mia vita"

Laura Jane Grace in un'esibizione con gli Against Me!

Foto di Jules Ameel / Red Bull Sound Select / Content Pool

“Una temeraria”, “Ennesima carne da cannone per ragazzini frustrati”, “White Crosses ha dato una prospettiva nuova a un genere destinato a diventare di una noia mortale”, “Che cavolo bisogna fare per farsi notare”. È bastato dire che mi apprestavo a recensire Tranny, la discussa biografia di Laura Jane Grace (Tsunami Edizioni, 272 pp.), a quattro nomi della scena musicale italiana per ottenere commenti simili. Pur mantenendone l’anonimato, è lampante come il nome possa venire considerato uno degli ultimi spartiacque del pensiero comune sul punk. Del resto, il segreto del successo, nel mondo della musica, è da sempre stato legato al mistero. Certo, a rigor di logica, tutti siam propensi a credere (o volere credere) che il successo di un dato genere, piuttosto che un altro, o di un artista, invece che un altro, sia unicamente imputabile ai suoi meriti sul campo. Una ridicola leggenda sfatabile in un nano secondo, pronunciando una sola parola: emo.

Pensateci, se il 90% dei gruppi potrebbero essere scambiati tra loro nei nomi e nei contenuti, senza influire sul risultato finale, qualcuno ancora si salva. Non anni fa, non altrove, magari a Washington nel 1987 (chi ha detto Fugazi?) ma proprio oggi, nel 2019. Se infatti da un lato potremmo sommare tutte quelle band fatte con lo stampino: magliette nere, tatuaggi sempre in bella mostra, parrucchieri con pochissima fantasia e sguardo cupo; dall’altro potremmo mettere almeno una valida alternativa: gli Against Me! da Gainesville, Florida. Perché, pur senza entrare nel battibecco dei gusti personali, a ciascuno i suoi e così sia, è la prima impressione a essere senza dubbio alcuno dirompente. In un ambiente limitato e limitante come solo quello di un sottogenere sa essere, loro rispondono con una chiarezza, una ricchezza e una strafottenza che sa mostrare i propri denti. Denti aguzzi, in una trama basata per lo più su poche idee e tanti cantanti bellocci, chitarristi bruttini con l’aria da intellettuale, batteristi sovrappeso e una minoranza etnica a caso a suonar generalmente il basso (Tomo Miličević nei 30 Seconds To Mars, Pete Wentz nei Fall Out Boy o Scott Oord nei primi From First To Last).

Come si evince dal libro scritto a quattro mai con Dan Ozzi, senza tanti giri di parole, il punto di forza degli Against ruota da sempre attorno al cantante, chitarrista e attivista Tom Gabel. Le sue miscellanee vanno da Hüsker Dü a Descendents, passando per Joe Strummer e una variante dei Replacements nell’era pop-punk, per poi irrorarle di blues, jug e folk – dai quali ha carpito anche lo spiccato sense of humor in grado di sdrammatizzare anche le invettive più sagaci e pungenti. Un’impressione che potrebbe fare storcere il naso a molti, o gridare allo scandalo, o pensare che Rolling Stone non sa più scrivere neanche di punk, ma riscontrabile fin dalla prima nota di quello che è il primo vagito di Tom Gabel: Pints of Guinness Make You Strong, contenuta nel debutto Reinventing Axl Rose. Già, arguto fin dal titolo. Sentire per credere. Voi direte: stessa roba, soltanto cucinata in un altro modo. Un po’ come Cracco che prova a smerciarvi le patatine della San Carlo con un uovo sodo. Lo pensavano pure alla No Idea Records, come dimostra la prima modesta tiratura di 1100 copie. Che vendettero però in un lampo e furono costretti a ristampare e ristampare e ristampare ancora una volta, fino ad arrivare a 200 mila copie, ovvero l’album più venduto della stessa etichetta. Vi assicuriamo perciò che non è così, non del tutto almeno. E qui viene il bello di Tranny – Confessioni di una Punk Anarchica Venduta.

“Superficialmente può sembrare che quasi tutte le canzoni parlino dell’essere transgender, ma credo che temi più profondi come depressione, isolamento, dipendenza, il non sentirsi bene con se stessi, siano decisamente più universali e che tutti possano relazionarcisi in qualche modo”. A dirlo, in un tomo scisso tra il racconto e la forma diario, è Tom Gabel, o meglio Laura Jane Grace. Già, perché Thomas dopo essersi sposato con la designer Heather Hannoura e aver sofferto di disforia di genere dopo la nascita di una figlia, ha deciso di cambiar sesso. Problemi? Per quanto il sottoscritto creda fermamente che la maggior parte di voi risponderà di no, è fuori discussione che il punk in tutte le sue declinazioni è sempre stato un affare di nerbo. Nel senso di muscoli, possibilmente fallici. Dal primo album dei Ramones del ’76 a raduni di skinhead crucchi nei dintorni di Bolzano: non c’è alternativa. Facce da teppisti, giubbotti in pelle, pose da duri e grinta da ragazzi di borgata che come buona alternativa alle risse da pub han trovato il punk rock. Se non fai o non sei quello che le persone esattamente si aspettano è un attimo a esser criticato. E’ come se ci fosse un’onda di fascismo a sinistra. Vale per il punk e per tutti i sottogeneri. L’emo(zione) c’è, se ci deve essere, ma non ammette contraddizioni: l’aspetto suffering, ad esempio, l’amore per il dolore e le sfighe personali, è sempre rivolto a chi? A vagonate di emo-girls fatte in serie che assai probabilmente considerano Gerard Way, Matt Skiba, Jared Leto e Shawn Milke allo stesso modo in cui milioni di altre coetanee considerano Fedez: dei gran fighi con una manciata di canzoni che, alla fine della fiera, schifo non fanno. I maschi, invece, vanno ovunque c’è della figa. Gente che di una scena queercore sa poco e nulla, e comunque non userebbero mai i propri risparmi per un concerto o un disco dei Limp Wrist, dei The Dicks o dei Gay for Johnny Depp. Ecco, se solo la storia della band renderebbe Tranny una lettura trascinante, il racconto che Laura Jane Grace fa della sua disforia di genere all’interno della scena emo-pop-whatever punk lo rende unico.

In buona sostanza, un conto è l’ambiguità di un ombretto nero o di un fondotinta bianco, un conto è l’equivocità di un Brian Molko, ben altro due interventi di vaginoplastica e altrettanti mastoplastica additiva per ottenere una seconda scarsa di seno. Soprattutto se non sei Ricky Martin e dalla tua vita sessuale non otterrai mai un feedback mediatico tale da riuscire a campare (volendo) anche solo di quello. Così come, per par condicio, anche se sei un artista d’avanguardia come Genesis P-Orridge, definendoti “pandrogino” ti prendi quatto pagine sui supplementi di Repubblica. E’ tutt’altra storia, se fai punk. Non stupisce quindi leggere che gli Against Me! abbiano avuto, in vent’anni di vita, ben dieci cambi di formazione e quattro d’etichetta (tra cui la Fat Wreck Chords di Fat Mike dei NOFX) con una turnazione di cinque batteristi e altrettanti bassisti e che solo oggi sembrano trovare pace in Atom Willard (già Offspring e Social Distortion) e Inge Johansson (già Refused e The International Noise Conspiracy). Ecco, nonostante l’interesse di due musicisti di questo calibro dovrebbe indicare a tutti il reale potenziale dietro questo progetto, non deve essere per nulla facile, nonostante Laura Jane spieghi di continuo che “No, non c’è nessuna intenzione di creare un Manifesto che parli a nome delle persone transgender e delle loro esperienze. È molto più semplice: parlo della mia vita”.

Avrebbe potuto usare mille altre parole, più difficili da interpretare e/o fuorvianti, ma ha deciso di essere chiara e precisa. Del resto, perché abbassarsi a essere solo l’ennesimo fenomeno da baraccone che racconta di quando da piccolo giocava con le Barbie o sognava di diventare Madonna se invece giocava a baseball dietro al base NATO di Napoli (dove lavorava suo padre) e si è fatto le ossa con Smells Like Teen Spirits come innumerevoli aspiranti rockers. La sua produzione artistica, iniziata nel lontano 1998 con due musicassette oramai diventate oggetto di culto, ha fatto sciogliere alcuni dei tipi più tosti in circolazione, che finiscono per promuoverla con fermezza. Si va da Joan Jett alle penne di Pitchfork, da Dave Grohl che li volle come gruppo spalla, a Bruce Springsteen in persona. Non si riesce a tenere un livello così alto solo grazie a un po’ di talento, qualche amico giornalista o una sorella predisposta a darla via. Lo si mantiene considerando il punk come un affare serio. Fatto di sbronze, droghe, vita di strada, colpi di testa, incidenti in auto e cadaveri nascosti (letteralmente) dentro l’armadio ma anche come “un modo catartico per liberarsi dal bigottismo: i compagni stronzi a scuola che mi picchiavano e mi chiamavano frocio, una Chiesa e un Dio che mi avevano rifiutato e avevano dannato la mia anima, insegnanti che volevano cancellare la mia individualità”.

Non capita solo a Laura Jane Grace, ci mancherebbe: perché ci sono così pochi metallari in giro non vestiti da metallari che non parlano solo di Valhalla, cripte e Odino? Oppure, perché ci sono così pochi cantautori senza barbetta o indie senza cappellino d’ordinanza? Meglio il situazionismo. Sguazzare nei luoghi comuni che fanno contenti tutti: discografici che devono vendere un prodotto, i grafici che devono impacchettarlo, i fan che lo devono osannare e i genitori che lo devono vietare. Un modo di fare, questo, che trovo terribile per almeno due aspetti. Il primo è che il successo, così facendo, continuerà ad abbracciare sempre la solita gente. Il secondo, e ancora più terribile, è che così facendo si continuerà ad osannare il 90% di pecoroni alla ricerca del successo altrui, troncando qualsiasi impulso personale sul nascere e cercando di rovinare il viaggio su questa Terra a chi, con una vita già piuttosto complessa, invece di nascondersi e omologarsi, si è chiesto “Ma cosa mi va di fare della mia vita?” e hanno provato a farlo. Proprio come Laura Jane Grace.

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