Perché scrivere in un bar dal nome inquietante “Lo zio d’America”? Perché stare ore a battere i tasti del computer all’interno del bar di un supermercato, senza finestre e con musica dance anni Novanta, con un cartello alle spalle del bancone che recita: «Raddoppia la sete, il secondo giro lo paghi la metà»? Perché si è depressi, tristi e accaldati e nulla è meglio di una botta di aria condizionata. Ma anche perché Tommaso Labranca seppe trasformare il kitsch in una forma possibile – alla peggio – di rifugio, se non addirittura di salvezza.
Difficile che il presente infinito dentro cui abitiamo sia in grado di cogliere anche un solo bagliore di contemporaneità. Al massimo da attuali a noi stessi quali siamo, possiamo avventurarci tra le reti televisive di provincia là dove gli orologi sembrano essersi fermati e andare alla deriva – ancora ben oltre il tempo massimo – abbracciando quegli anni Novanta il cui unico pregio è aver chiuso il terribile e sopravvalutato Novecento. Tra dibattiti calcistici, televendite improbabili e danze tanto ingenue quanto angoscianti nel loro mettere in mostra quello che resta dei nostri vicini di casa e forse anche di noi stessi, ecco che possiamo ritrovare quello che l’umanità è in grado di offrire, lontana da ogni forma di artificio tecnologico che le permette solitamente di concedersi sguardi seducenti e vividi.
Oppure ci si può dedicare ai discorsi raccolti tra la corriera e la stazione, sui treni e nei caffè dove ancora qualcuno ha l’ardire di parlare. Si tratterà ogni volta di amenità, di conti da pagare, di tasse da detestare. Una sequela senza discontinuità di tristezze quotidiane, impicci di poco conto trasformati in scogli pressoché insuperabili: una visita medica, un diverbio con un vigile urbano, la lavastoviglie che sì lava, ma lascia i segni del calcare sui bicchieri. Un impasto di noia che diviene un tempo lunghissimo e che tocca la vita di chiunque e che spesso arriva a presiederla diventando determinante per il raggiungimento quella felicità che ancora molti pensano d’inseguire impunemente.
Tutto questo, dal bar alla televisione fino alla lavastoviglie, tutto questo dolore è stato al centro dell’opera di uno dei più grandi scrittori italiani contemporanei, così grande da non stare nemmeno a Roma, ma in quella provincia di Milano che ormai con Milano e con il suo sogno stupido non c’entra più nulla. Nato dunque a Milano, ma morto a Pantigliate, Tommaso Labranca ha colorato le pagine con le parole, le ha disegnate e ha tramutato il gusto per l’orrido e per il kitsch, per il trash e per il camp in un impasto originalissimo dove la bettola sfida il ristorante stellato vincendo a mani basse. Là dove il falso tiene testa al vero fino a stanarne l’inganno.
Più citato che letto come è giusto che sia, Labranca non cercava lettori, ma interlocutori fedeli, seguaci che cogliessero la velocità della sua lingua capace di regalare frasi efficaci e ossessive, eppure tanto facili quanto ambigue, tanto colorate quanto funerarie e nette.
Dipende tutto da chi le pronuncia quelle frasi e dove, e poi da chi le riceve e dove. Labranca non si legge, lo si mette in atto, come una performance. O si accetta di cambiare forma, oppure non resta che una sequela di banalità sulla pagina, perché Labranca non dipende da sé stesso, ma da chi lo legge. Il suo tempo sta tutto nella ricezione, là dove non solo l’opera non gli appartiene più, ma nemmeno la sua stessa vita, consumata nella carta producendo immagini per conto d’altri, per quei pochi lettori che non decretarono il suo fallimento, ma solo la nostra decadenza.
Avremmo potuto salvarci? Non si può dire, ma forse avremmo potuto leggere Labranca con più attenzione, spostando ogni prurigine e ogni bassa curiosità dalla sua persona alle sue pagine. Tutte formule facili, ma solo all’apparenza. Tutte possibilità inesplorate e quindi assolutamente inesistenti. Facile è anche il titolo che ne raccoglie l’opera, quasi un tentativo d’imitazione il che è al tempo stesso una sconfitta, ma anche una buona intenzione.
Dal pop al popolo (Mondadori) a cura di Claudio Giunta è un tascabile decisamente fuori forma, un tomo di seicentocinquanta pagine tutte da citare all’occasione, con una preziosa cronologia a cura di Luca Rossi che puntella quella che fu una vita eroica e folle, nevrotica e depressa. Una vita come quella di molti, si direbbe a Pantigliate, ma vissuta come nessun altro per energia, intelligenza e testardaggine. Tommaso Labranca fu l’erede non riconosciuto della congiunzione tra Arbasino e Gadda, fu capace di cogliere l’esausto nel consumo e il trash nell’eleganza. L’ironia non era il punto di arrivo, ma il risultato di un’estrusione dolorosa fatta di cultura e immaturità, imbarazzo ed estrema solitudine anche se spesso più avvertita che reale, perché nessuno soffre più di solitudine di chi non vuole vedere nessuno e a nessuno aprire la porta.

‘Dal pop al popolo’, foto stampa
Come indica nella brillante e utile prefazione Giunta, Labranca fu tra i primi a cogliere la trasformazione degli oggetti in oggetti sempre e solo di culto, un animismo dettato da consumo e desiderio che trasforma ogni inanimato in un animato e spesso viceversa. Colse il ridicolo in quella trasformazione che vide ogni strumento divenire totem, bastone di comando. Le sue pagine sono sempre potenti e quindi faticose, è difficile tenerne il ritmo e seppure lontanissimo dalla scrittura di Thomas Bernhard, Labranca genera lo stesso affaticamento, il medesimo dolore e uguale ansia. Una pagina, due pagine, tre pagine, una risata e poi si rischia sempre di venire disarcionati da un’acutezza che punge anche chi si crede escluso, anche chi – pensa un po’ – legge Labranca!
Labranca non ama i suoi lettori e forse anche perché li conosce bene, sa dei loro vizi e delle loro mancanze: le vede e le racconta. E a loro, a noi, non resta che subire, un po’ contenti e un po’ sadicamente autolesionisti come chiunque voglia capire un po’ meglio sé stesso, non risolvendo ovviamente nulla. Resta così il sorriso, quello stare a bordo che ci rende un po’ salvi, almeno temporaneamente. Anche per questo il bellissimo Dal pop al popolo, tutto in brossura e tutto ciondolante, va preso in mano, letto e riletto, appuntato e sottolineato per poi strapparne e mangiarne le pagine fino a farne un corpo attraversato da pensieri e paure, da gioia e costante nostalgia per un volo bellissimo, ma obbligato verso nessuna destinazione.
Fare a pugni con le sue parole e farne appunti, farne sintesi e bignami, ridurre e infine espandere tutto nella propria testa come in un viaggio lisergico: «Si ricordi, dotto Calasso, che noi possiamo vivere senza di lei» (Estasi del pecoreccio), «L’attimo storico in cui sto digitando queste parole è segnato dall’attività frenetica di un emulo del visconte Cobram, il signor Walter Veltroni il quale, prese le distanze dalla cultuturalizzazione congenita, crede ciecamente nel potere dalla culturalizzazione istantanea» (Chaltron Escon), «All’ora di cena cerco sempre con un po’ di nostalgia quel contenitore in metallo che Calvino chiamava “pietanza” e che io ho sempre sentito chiamare “schiscetta”. Naturalmente non la trovo perché tutto è cambiato, i proletari che la usavano sono stati decimati e in assenza di domanda anche l’offerta cala» (La ricerca del Tesoro), e infine forse tra i più accecanti dei suoi testi: «L’uso del termine ZiaDesign per indicare un ambiente in cui il design non ha cittadinanza è convenzione pigra e anche errata, poiché il presunto ZiaDesign non comprende solo arredi ed elementi, ma una intera serie di prodotti, di abitudini, di parole, di luoghi, di opinioni, di certezze» (ZiaDesign). Dal pop al popolo è la migliore guida a noi stessi che potremmo mai immaginare.










