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Sono solo stupide vignette

Il comico Saverio Raimondo commenta la vicenda della vignetta del giornale satirico Charlie Hebdo sul terremoto in Italia

Charlie Hebdo, la vignetta uscita il 31 agosto scorso sull'ultimo numero del giornale satirico

Charlie Hebdo, la vignetta uscita il 31 agosto scorso sull'ultimo numero del giornale satirico

E così, al termine di un’estate in cui tutti si sono detti censurati (persino un meteorologo…) e si è tornati a parlare di “libertà di satira” e “limiti della satira” a proposito di un paio di cosce ministeriali, ecco arrivare la vignetta di Charlie Hebdo sul terremoto in Italia a tenere vivo questo sterile dibattito – preparatevi all’ennesima intervista a Dario Fo sulla differenza fra satira e sfottò (su Repubblica o il Fatto, dipende se è un pretesto oppure no per parlare male di Renzi e bene del Movimento 5 Stelle) o al nerdissimo dibattito in Rete sulla “battute fascistoidi”; che si andranno ad aggiungere ai già moltissimi editoriali o status di queste ore riassumibili nel titolo “Come eravamo Charlie” (con Robert Redford e Barbra Streisand).
Premessa, non so se necessaria: non ho riso per la vignetta in causa, né tantomeno mi sono sentito offeso. Perché avrei dovuto? – e ciò vale sia per il ridere sia per l’indignarmi: in quel disegno non ho trovato né di che divertirmi, né di che offendermi (eppure, per dire, ho perso due persone amiche in questo terremoto). Nei confronti di quella vignetta ho provato solo una sana indifferenza. Sottolineo: sana.
In una società la cui libertà di parola è iper-stimolata, in cui persino Facebook di default ti chiede “A cosa stai pensando?”, riscoprire la non-opinione, l’indifferenza, il “non mi riguarda”, è piuttosto salubre.
Non sto qui a chiedermi se quella “sia satira o non sia satira” – credo siamo l’unico paese civilizzato in Occidente che abbia ancora bisogno di fare la biopsia alle vignette e alle battute prima di dire cosa siano; o meglio siamo forse gli unici al mondo a ritenere che stabilire se una cosa sia satira o meno faccia una qualche differenza. Né sto qui a disquisire se quella vignetta faccia ridere o no (ho il mio parere “tecnico” ma me lo tengo per me: non voglio scadere in inutili accademismi, ammesso che già non lo stia facendo…).

È una vignetta. Bella, brutta, divertente, non divertente, è satira, non è satira… Qualunque cosa sia, è solo una vignetta. Come erano solo vignette quelle su Maometto. Prima ancora che uccidere delle persone, quei terroristi che hanno compiuto la strage alla redazione di Charlie Hebdo il 7 gennaio 2015 avevano preso sul serio delle vignette, cioè avevano dato importanza a degli stupidi disegni – uso la parola stupidi non a caso, è così che Charlie Hebdo ha sempre definito la sua linea editoriale: “stupida e cattiva”.
Lungi da me paragonare le reazioni italiane (sguaiate e retoriche ma indolori) a quelle (criminali) dei terroristi islamici; ma di base, in fondo in fondo, c’è lo stesso approccio, lo stesso “nichilismo”: dare importanza a ciò che importanza non ha.
Perché quella vignetta è importante per voi? In cosa vi siete sentiti toccati o coinvolti? Perché le vostre vite si sono fermate per esprimere un’opinione non richiesta a riguardo? – io per esempio questo pezzo lo sto scrivendo perché mi è stato chiesto, mentre non ho sentito alcuna necessità personale d’intervenire sui social. Stiamo veramente tutti parlando da ore di uno stupido disegno? Il mondo, la storia dell’umanità, è pieno di vignette brutte, battute che non fanno ridere, scherzi di cattivo gusto, offese, mancanze di rispetto…

Tralasciando – ripeto – il giudizio di merito su quella vignetta; il problema tutto italiano è questo rapporto “istituzionale” che abbiamo con la satira. La consideriamo una cattedra, un magistero, un’autorità. Colpa dei mille corto-circuiti fra satira, giornalismo e potere politico; colpa “del liceo classico”, di un certo intellettualizzare retorico e pedante, della “convegnite” (coma la chiamavano Fruttero & Lucentini) che faceva già gridare a Nanni Moretti “No, il dibattito no!”; colpa della Corte di Cassazione che nel 2006 ha sentito il dovere di dare una definizione giuridica alla satira (sic!), come se quella sul dizionario non fosse già sufficiente. Insomma: abbiamo un problema cultural-posturale con la satira.
La satira – riuscita o meno, ma anche qui: cosa fa di una satira una “satira riuscita”? – è una cosa inutile e poco importante (non a caso è perseguitata dai tiranni, che sono notoriamente dei paranoici). Quindi, perché perderci tempo? Possiamo – dobbiamo? – smetterla di dibattere sulla natura della satira, sui suoi limiti, e bla bla bla. Chi fa satira, chi vuole farla e pensa di saperla fare, la faccia; a chi fa ridere rida, a chi non fa ridere non rida. Direi che potremmo risolverla qui.
Io capisco il narcisismo contemporaneo alimentato dai social che ci fa esprimere sempre su qualunque cosa, meglio se indignazione; ma allora siate ancora più narcisisti e sentitevi coinvolti (offesi, indignati…) per qualcosa che abbia un effettivo valore, un barlume di influenza oggettiva sul mondo esterno, che so, una campagna ministeriale sulla fertilità nazionale, per esempio.

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