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Salvare il rumore come gesto politico

Riuscite a immaginare un concerto senza il vociare del pubblico? Con il libro 'Ascoltare il rumore', Damon Krukowski spiega quanto il rumore sia importante per capire ogni tipo di segnale, per inserirlo in un contesto e giudicarlo criticamente. Senza di esso, diventiamo controllabili

Damon Krukowski, ex batterista dei Galaxie 500 e autore di 'Ascoltare il rumore'

Foto press

Damon Krukowski ha fatto la storia del rock alternativo della fine degli anni ’80 come batterista dei Galaxie500, una delle band più rappresentative di quel sound post-punk dismesso, nostalgico e laconico che anticipò il sentimento di sconfitta degli anni’90 tipico del grunge e dell’emo. Ascoltatevi i loro tre dischi, Today, On Fire e This Is Our Music per capire quanto abbiano seminato in quella breve parentesi. Dopo la fine dei Galaxie500, Krukowski ha continuato la sua carriera da musicista accompagnandola a quella di critico e analista musicale. Ha da poco pubblicato, per Big Sur, Ascoltare il rumore, la riscoperta dell’analogico nell’era della musica digitale, un saggio appassionato e lucido, ma non nostalgico, che ripercorre la storia del rumore nella musica contemporanea. Un saggio che, con altri due capisaldi del tema, Silenzio di John Cage e Alla ricerca del suono perfetto di Greg Miller, forma un trittico che ogni musicista (e appassionato) dovrebbe affrontare ad un certo punto del percorso, come sviluppo e ampliamento della propria concezione di musica e ascolto.

Il libro di Krukowski è un omaggio al rumore, nel suo termine più ampio possibile. Per capire di cosa parla dobbiamo prima intendere i concetti contrapposti di segnale e rumore. Ad un concerto, il suono che arriva dal palco è il segnale. Il vociare del pubblico, l’ambiente, lo shaker del barman sono invece rumore. Ma se, durante il concerto, il tuo vicino si avvicina per parlarti all’orecchio, la sua voce diventa il segnale, il concerto il rumore. Il segnale è ciò su cui focalizziamo l’attenzione, il rumore è il contesto da cui emerge il segnale stesso. Il dualismo segnale/rumore però non si ferma solamente alla musica, ma – e qui il libro di Krukowski diventa davvero interessante e contemporaneo – si può applicare a vari livelli della comunicazione e comprensione dei nostri tempi come, ad esempio, il mondo dei social. I feed delle nostro homepage sono segnale mentre tutto ciò che avviene nei social – ma non ci appare – è rumore.

Riuscite ad immaginare un concerto senza il rumore del pubblico e dell’ambiente? Cosa rimarrebbe se, del concerto, potessimo sentire solo il puro segnale musicale? Entreremmo in un mondo freddo, asettico in cui mancherebbe il contesto, il pathos, l’emozione. Un luogo senza spazio e senza tempo, privo di condivisione, solipsistico. Il rumore è ricco di informazioni da non perdere, arricchisce il segnale, ha un valore e comunica posizione, prossimità, profondità. Per questo è fondamentale per comprendere il segnale stesso. E cosa succede quando si esclude il rumore dai social? Si entra nella filter bubble, una riproduzione fittizia della vita in cui ci viene mostrato solo quello che abbiamo dimostrato di voler vedere in una versione edulcorata dell’universo. Una bolla che, per quanto idealmente possa sembrare funzionale e funzionante, ha creato mostri come le fake news e il populismo, disseminando odio, razzismo, violenza. Con la raccolta dei nostri big data, i social network come Facebook possono escluderci quello che loro pensano sia rumore a favore di un segnale il più pulito possibile. E questo non è un qualche strano regalo della Silicon Valley, è marketing: più siamo riconoscibili e prevedibili, più sarà semplice venderci qualcosa. Questo, di per sé, è un sistema di controllo coatto dove l’utente diventa passivo in modo da essere raggiunto in maniera più efficace ed efficiente dalle pubblicità. Senza rumore, diventiamo prede bidimensionali senza via di fuga. Senza rumore, non cresciamo, non creiamo e non mettiamo in discussione le nostre posizioni: in sintesi, rimosso il rumore, diventiamo controllabili. Come scrive Krukowki, senza il nostro giudizio attivo che separa il segnale dal rumore, perdiamo le nostre coordinate sociali su Facebook.

Questo è il grande punto su cui si focalizza la parte finale del saggio di Krukowski. L’importanza silenziosa del rumore è qualcosa di politico. È qualcosa che dobbiamo proteggere e reclamare. Se i social stanno diventando bolle sovraniste dedite al razzismo e alla violenza, noi dobbiamo pretendere la conoscenza di tutto quel rumore che ci viene privato. Il rumore è l’ultima nostra libertà, perché quando ascoltiamo il rumore potremmo anche sentire meglio gli altri.

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