Per la maggior parte degli americani, Roald Dahl è un autore di libri per bambini — la mente immaginifica, imponente e in qualche modo folle dietro a opere amatissime come Matilde, La fabbrica di cioccolato, James e la pesca gigante e Il GGG. Chi conosce la sua produzione un po’ più a fondo potrebbe essere a conoscenza dei suoi racconti brevi per adulti, alcuni dei quali furono adattati per la serie antologica degli anni Sessanta Alfred Hitchcock presenta — o persino dei suoi lavori per adulti dal contenuto esplicito come Switch Bitch e Mio zio Oswald, che affrontano temi come colonialismo e violenza sessuale. E poi c’è la sua biografia: pilota da caccia per l’Inghilterra, spia a Washington D.C., sceneggiatore a Hollywood, inventore di tecnologie mediche salvavita, padre, marito e infine caregiver di una star del cinema.
Dahl è ricordato anche per i suoi pregiudizi: le edizioni dei suoi libri per l’infanzia sono state riviste per eliminare commenti grassofobici e misogini, e il film del 1971 Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato dovette essere modificato affinché il protagonista non sembrasse il proprietario di una piantagione schiavista. E poi c’è il suo virulento antisemitismo, che espresse e su cui insistette ancora nei primi anni Ottanta, senza mai volersi scusare. Eppure Dahl è ancora ovunque: in streaming, sia in versione live-action firmata Wes Anderson che in pellicole animate; al cinema, con Timothée Chalamet; e a Broadway, con John Lithgow.
Sono proprio questi molteplici livelli ad aver attirato lo scrittore Aaron Tracy, spingendolo a realizzare un podcast sulla vita e l’opera di Dahl, scavando nelle parti più problematiche della sua storia. The Secret World of Roald Dahl, prodotto da iHeart Studios e Imagine Entertainment, affronta la controversia senza rinunciare a celebrarne l’opera. «Non mi sarei interessato a Dahl se fosse stato una sola cosa — se fosse stato solo antisemita, o solo un mostro, o anche solo un autore per bambini», dice Tracy. «È il fatto che contenga moltitudini a renderlo così affascinante». Rolling Stone US ha incontrato Tracy per parlare del suo progetto.

Come sei arrivato a condurre questo podcast in dieci puntate su Roald Dahl?
Produco moltissimi podcast. Non avevo mai fatto un narrato non-fiction, e ne avevo una gran voglia. Molti dei podcast che realizzo sono fiction scritta, e occupano quella piccola nicchia curiosa di questo mondo. Mi piaceva l’idea di spostarmi verso quello che viene considerato il podcasting più mainstream. Mi sono imbattuto nella storia di Roald Dahl e non riuscivo a credere quanto poco ne sapessi. Ho due bambini piccoli, e da grande ho letto moltissimo Dahl. Ma mentre lo ricercavo e scoprivo l’antisemitismo e alcuni degli angoli più spinosi della sua personalità, volevo semplicemente saperne di più, così anche da capire se i suoi libri avrebbero potuto essere adatti ai miei figli, o no.
E a che conclusioni sei arrivato?
Penso che sia una questione molto complicata. Nella seconda metà del [podcast], coinvolgo persone come Roxane Gay e Claire Dederer per parlare di cosa dovremmo fare oggi di quest’opera, sapendo quello che sappiamo sull’antisemitismo inequivocabile di Dahl. Mi ha un po’ sorpreso: ognuno aveva una risposta diversa, una sensazione diversa su come comportarsi. Io penso che le sue storie siano fantastiche. Sarebbe un peccato perderle. Credo che si tratti di fornire un contesto. Sono felice di condividere le sue cose con i miei figli. Probabilmente sistemando qualcosa mentre leggo, in tempo reale — togliendo la grassofobia e cose del genere — ma anche, quando saranno in grado, avere con loro una conversazione su chi fosse davvero Dahl.
Nel podcast dedichi praticamente due episodi interi al tema arte versus artista.
Molti dei miei registi preferiti negli anni sono stati smascherati come mostri. Per qualche ragione, riesco ancora a guardare i loro film e a leggere i libri di romanzieri che si sono rivelati parimenti bestiali. Quindi mi sembrerebbe ipocrita privare i miei figli di Roald Dahl se sono ancora disposto a fruire di tutte quelle altre opere. Ma non è una cosa semplice. E quindi ero molto interessato ad ascoltare cosa ne pensassero persone molto più preparate di me sull’argomento. Roxane Gay ha detto: ci sono così tanti geni là fuori, perché dovremmo sprecare il nostro tempo con chi sappiamo aver fatto cose orribili nella vita reale? E quindi lei va avanti. Persone come Claire Dederer sono più vicine a dove mi trovo io: vogliono ancora fare i conti con l’opera e fornire un contesto.
Sei stato ospite al podcast cinematografico What Went Wrong a parlare della produzione di Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato, il film del 1971 con Gene Wilder tratto da Charlie e la fabbrica di cioccolato di Dahl. Com’è stato rivederlo?
Willy Wonka, sia il film che il libro La fabbrica di cioccolato, sono essenzialmente la critica di Dahl al capitalismo americano. Il che li rende senza tempo. Le cose più apertamente bigotte — come la rappresentazione [razzista] degli Oompa Loompa o la grassofobia nella descrizione di alcuni bambini — sono naturalmente orribili. Ma quel film e quel libro sono un buon esempio di come tocchi a noi, se vogliamo confrontarci con l’opera, tenere entrambe le cose in testa. Quest’uomo sapeva creare figure di un bigottismo straordinario, e al tempo stesso scrivere una critica feroce al materialismo americano.
Cosa pensi degli adattamenti più recenti?
I film di Wes Anderson sono fantastici. È un connubio riuscitissimo tra due artisti molto originali. Anderson ha ovviamente una sua estetica e un suo tono molto precisi, ma si sente come il partner spirituale di Dahl in molti sensi. In particolare, La meravigliosa storia di Henry Sugar è stato il migliore. Il modo in cui Anderson presenta Dahl, facendolo interpretare da Ralph Fiennes… è davvero fedele al testo. Penso che Dahl avrebbe adorato il risultato. Eppure, pur nella sua fedeltà, non toglie niente a tutto il divertimento andersoniano che amiamo. Mi piace quella storia perché sembra quasi — se non proprio una scusa da parte di Dahl — quello che Dahl avrebbe voluto che fosse la sua vita. Un uomo che parte come uno stronzo totale e poi, attraverso il potere della concentrazione intensa e del lavoro intenso — la meditazione — ne esce dall’altra parte, anni dopo, come un uomo migliore. Più generoso, più altruista. E credo davvero che fosse ciò che Dahl desiderasse per la propria vita: che la devozione al lavoro lo rendesse una persona migliore.
Wes Anderson è un abbinamento perfetto. Per essere americano, è così britannico.
Esatto, è il più british degli americani. E sai, l’altro perfetto collaboratore spirituale di Dahl è Alfred Hitchcock. Hanno realizzato insieme una serie di episodi per Alfred Hitchcock Presents. Hitchcock era britannico, ma condivideva lo stesso dark humour, lo stesso tono macabro, i colpi di scena finali di Dahl. Erano una coppia perfetta. Ma penso che Wes Anderson sia per molti versi ancora più perfetto.
Cosa hai pensato di Tales of the Unexpected, la serie antologica della BBC che Dahl curò negli anni Settanta, rispetto al lavoro che fece con Alfred Hitchcock?
Mi è sembrata semplicemente un’estensione della serie di Hitchcock, il che ha senso, perché Dahl aveva vissuto molte esperienze infelici a Hollywood, ma con Alfred si era trovato benissimo. Ha perfettamente senso, quindi, che trent’anni o quarant’anni dopo avesse deciso di tornare a quella fonte.
Non sapevo quanto fosse radicata la sua storia a Hollywood. Come furono quelle esperienze?
Aveva 26 anni e aveva scritto un pezzo di propaganda intitolato The Gremlins, che in fondo parlava semplicemente della cooperazione anglo-americana, ma che venne pubblicato e finì nelle mani di Eleanor Roosevelt. Lei chiamò Dahl alla Casa Bianca perché voleva incontrare l’autore. Ed Eleanor, o qualcuno nella sua cerchia, passò poi la storia a Walt Disney. Walt se ne innamorò e portò Dahl a Hollywood, organizzandogli un sontuoso party di benvenuto con star del calibro di Charlie Chaplin e tantissimi altri personaggi famosi, tutti travestiti da gremlin. Continuo a immaginare cosa deve essere stato per un Dahl ventiseienne, senza nemmeno un titolo a suo nome, trovarsi di fronte a tutto questo — deve essere stato uno shock clamoroso. Poi le cose cominciarono a peggiorare. Dahl non era ancora pronto a scendere a compromessi. Voleva la sua visione o niente. E non è così che si fanno i film, quindi Disney alla fine abbandonò il progetto.
Dahl faticò ancora a lungo. Rifiutò di arrendersi. Penso che ci fosse una concreta possibilità che diventasse uno di quei grandi romanzieri che si sono persi a Hollywood, come F. Scott Fitzgerald, o Faulkner, Aldous Huxley, e tanti altri. Dahl alla fine scrisse una sceneggiatura intitolata Death, Where is Thy Sting-a-ling-ling?, che Robert Altman avrebbe dovuto dirigere. Il film andò in produzione con Gregory Peck come protagonista. Poi il capo dello studio vide i giornalieri e bloccò tutto. Un altro fallimento. Ma poi Dahl fu salvato da un’offerta straordinaria, cucita su misura per lui: il quinto film di James Bond [Agente 007 – Si vive solo due volte]. James Bond era una creazione di Ian Fleming, che era stato compagno di Dahl negli Irregolars [il gruppo di spie britanniche di cui Dahl faceva parte a Washington], e Dahl era stato lui stesso una spia per l’MI6. Non si poteva trovare una situazione più adatta. Lo scrisse, e fu un successo. Era al sicuro.
Una delle cose più sorprendenti di cui parli nel podcast è il lato d’inventore di Roald Dahl.
Di tutto quello che ho scoperto su Roald Dahl, questa è la cosa più romantica, più eroica. Tutto iniziò con una tragedia. Suo figlio Theo aveva appena tre mesi quando la sua tata lo portò a passeggio nell’Upper East Side di Manhattan e un taxi travolse il passeggino: Theo fu scaraventato in aria. Venne portato d’urgenza in ospedale e dovette subire operazione dopo operazione; per molti anni fu tra l’ospedale e casa, e sviluppò un’idrocefalia — in sostanza acqua nel cervello. All’epoca non esisteva nessuna valvola capace di drenarla senza provocare infezioni. Penso sempre a cosa farei io, Dio non voglia, in una situazione del genere. Probabilmente spererei che i medici trovino una soluzione. Ma non Dahl. Dahl decise di trovarne una da solo. Chiamò un costruttore di giocattoli che conosceva e un neurochirurgo che conosceva, li mise insieme in una stanza, e cominciarono a lanciare idee finché non arrivarono a piccole modifiche alla valvola capaci di drenare il liquido cerebrale senza causare infezioni. E ci riuscirono. Dahl decise che fosse fondamentale non guadagnarci nulla, affinché potesse essere distribuita ampiamente. E lo fu, in tutto il mondo. Più di tremila bambini finirono per usare quella valvola. Non aveva nessuna formazione medica. Non era un neuroscienziato. Era uno scrittore.
Dahl era tante cose. Il nuovo spettacolo di Broadway, Giant, approfondisce il suo antisemitismo, ambientandosi dopo la pubblicazione della famigerata recensione del 1983 in cui commentava l’invasione israeliana del Libano, e di una successiva intervista in cui ribadì le sue posizioni anti-sioniste e antisemite. Cosa ne hai pensato?
L’ho adorato. Sono un grande fan di quel tipo di narrazione. Si svolge tutto in un pomeriggio, e ho trovato che rendesse magnificamente il senso di Dahl come persona. Esplora temi molto delicati — l’antisemitismo, ovviamente, ma anche cosa debbano agli spettatori gli artisti, e a chi spetti il diritto di esprimersi su temi politici.
Com’è stata la ricezione del podcast tra gli ascoltatori? Che tipo di feedback hai ricevuto?
È stato straordinario. Ho parlato con Mark Henry Phillips, il fantastico editor e sound designer della serie, ed era sbalordito dal successo che ha avuto. Quando gliel’ho presentato per la prima volta, mi ha detto: le uniche serie limitate che funzionano sono true crime. Mi stai sostanzialmente presentando l’idea di te, che non hai mai condotto un programma, che parli semplicemente al microfono di un unico argomento, senza quasi nessuna clip audio, per dieci episodi. Una cosa del genere non dovrebbe funzionare. E invece siamo rimasti tutti stupiti.
Dev’essere stata una proposta ardua, fare una serie di questa lunghezza senza molti audio originali. Ha influenzato la decisione di lavorare con ElevenLabs, l’azienda di intelligenza artificiale vocale, per ricreare la voce di Dahl?
Non volevo usare l’intelligenza artificiale. Forse stiamo facendo distinzioni sottili, ma non è esattamente IA — è Mark che recita. Per tutta la serie usiamo molte clip autentiche di Roald Dahl. Ma per alcune cose che Dahl ha detto e di cui non esistono registrazioni — come i diari — Mark leggeva la scrittura di Dahl, e poi, usando ElevenLabs, riusciva a modificare la sua voce per sembrare un anziano signore britannico dell’epoca di Dahl. Avrei ovviamente preferito usare la voce reale di Dahl in tutte le clip che siamo riusciti a trovare. Ma quando non era possibile, mi è sembrato un modo interessante per farlo. Aveva l’effetto di far rivivere l’opera di Dahl molto più di quanto avrei fatto io semplicemente leggendola.
Giant è straordinario, ma per il momento bisogna essere a New York e avere un biglietto per vederlo. Esistono altre trasposizioni drammatiche della sua vita in TV o al cinema?
Non è sorprendente che non ci siano quasi nulla? Se vai su IMDb e cerchi Roald Dahl come personaggio, vengono fuori pochissime cose. Sono sempre stato affascinato dal fatto che esistano così pochi grandi film sugli scrittori. Il ladro di orchidee è ottimo, Shakespeare in Love, Heartburn, ma il pensiero comune è che gli scrittori vivano troppo in modo interiore. Le loro vite non sarebbero abbastanza drammatiche, la posta in gioco non sarebbe abbastanza alta. Qualche anno fa uscì un film in cui Hugh Bonneville interpretava Dahl, sulla morte di Olivia, sua figlia. E ci fu un film per la televisione in cui Dirk Bogarde interpretava Dahl, molti anni fa, con Glenda Jackson nei panni di Patricia Neal, incentrato sugli ictus di Patricia Neal e su come Dahl la riabilitò. Ma non sono sicuro di quanta visibilità abbia avuto quello con Hugh Bonneville. Penso che ce lo meriteremmo.










