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Ridisegnare il mondo partendo dagli oggetti

È la proposta dell'antropologo Andrea Staid, che nel suo ultimo libro 'Dare forme al mondo' mette sottosopra la concezione collettiva dei "migliori amici dell'uomo"
oggetti

Foto: Rabie Madaci su Unsplash

In qualche angolo della casa, nelle cantine, negli zaini che usiamo solo qualche volta all’anno e persino, a volte, nelle tasche di giacche e pantaloni, loro sono lì, pronti a colpirci.

Sono lì e quando ci capita di incontrarli, toccarli o vederli restiamo spesso senza difese, colpiti nella mente da qualche ricordo vicino o lontano, dalla memoria di una sensazione nostalgica che ci investe per un momento. Sto parlando chiaramente degli oggetti, delle cose che perdiamo, chiudiamo, dimentichiamo, lasciamo da qualche parte e restano lì in attesa di essere ritrovati.

Ma ancora, perché non riusciamo a staccarci da quella vecchia maglietta o da un disco che ascoltavamo da giovani e che è rimasto vent’anni in qualche ripiano dimenticato di casa? Cosa provoca ritrovare il diario dove abbiamo scritto pensieri di tanto tempo fa? Perché persino quando cambiamo computer o telefono sembra penetrarci una punta di amaro per l’abbandono del precedente? In una sola frase, che cosa sono gli oggetti per noi?

La modernità dell’economia in cui viviamo vorrebbe dirci, anzi, venderci l’oggetto principalmente come bene di consumo. Quindi sì, con un valore magari simbolico, ma forse più per uno status che a livello emotivo, in una prospettiva passiva, inerte e subordinata all’azione del consumatore. In effetti, però, la nostra esperienza dice il contrario.

Nutriamo per gli oggetti che ci circondano sentimenti intensi ed essi, a loro volta, definiscono effettivamente ciò che siamo. E se il mercato ci illude che merci e metodi di produzione siano in sostanza materia morta e sterile, le merci stesse non sono mai esenti da una carica simbolica, raccontando una storia diversa.

A partire da questo rapporto viscerale che intercorriamo con gli oggetti, l’antropologo Andrea Staid muove i passi dell’argomento del suo saggio più recente, Dare forme al mondo (Utet), incentrato su un ripensamento del design e della produzione in termini di maggior equità e attenzione ecologica. Ed è proprio l’antropologia una delle discipline fondamentali per riscrivere questo rapporto tra soggetto e oggetto in quanto, rileva Staid, «per l’antropologia gli oggetti si trasformano in preziosi tasselli per comprendere le differenze e le affinità tra le popolazioni […]. Attraverso gli oggetti quotidiani essa esplora il significato profondo delle relazioni umane, dei comportamenti e delle pratiche sociali, inserendoli in una cornice rituale».

Foto Utet

Se il ruolo dell’antropologo di altri tempi è stato purtroppo profondamente legato e contaminato da una prospettiva coloniale, quello di oggi, dice l’autore, deve invece contribuire proprio allo sviluppo di un’ottica contraria che riesca a strappare gli oggetti e la loro progettazione al racconto dell’industria per restituirli al loro ruolo emotivo, incantato e dunque culturale.

Questo cambiamento secondo Staid interessa necessariamente anche e soprattutto il design e la sua storia. L’idea che esso sia nato in Europa in relazione alla rivoluzione industriale e che per questo motivo sia fondamentalmente eurocentrico e costituito attorno a un’idea hi-tech di tecnologia ha portato l’economia globale del prodotto a rimuovere e marginalizzare antiche sapienze del fare che, in una felice definizione dell’autore, rendevano l’uomo più faber e meno oeconomicus; più legato cioè alla dimensione pratica che a quella del profitto. Proprio queste esperienze artigianali di costruzione di ambienti e di oggetti sono state da sempre in grado di raccontare le vicende della storia dei popoli e di narrare il loro rapporto con l’ambiente.

Così, al centro del discorso intorno alla progettazione è necessario rimettere simili saperi, soprattutto nel momento in cui uno dei massimi problemi della contemporaneità, relazionato al tema della crisi ecologica, è proprio la sostenibilità della produzione, dei materiali impiegati e dell’obsolescenza delle merci. Il tema ecologico, perciò, rientra a pieno negli interessi del progettista – tanto quanto in quelli dell’utente – che, suggerisce l’autore, deve ripensare in maniera radicale il suo ruolo, ricostituendolo a partire dalle coordinate di decolonizzazione e anti-antropocentrismo.

Ma, accanto a una prospettiva multiculturale che sottolinei il ruolo delle culture indigene e del loro modo di produrre (e smaltire) oggetti in maniera integrata all’ambiente in cui si svolge la loro vita, segnando il ruolo dell’architettura e del design non come involucri ma come componenti di un ecosistema, Staid si avventura fascinosamente a indagare il mondo animale, a cui dedica un intero capitolo del libro.

Il regno degli animali infatti si caratterizza per abilità e tecniche uniche dalle potenzialità apparentemente inspiegabili, frutto di una possibile forma di intelligenza collettiva o di un sapere ancestrale tramandato attraverso i geni: «Ragni, insetti e uccelli, grazie a specializzazioni morfologiche, con zampe articolate, apparati boccali sofisticati e becchi mobili sono in grado di realizzare costruzioni complesse spesso paragonabili a vere e proprie opere d’arte».

Inizia così un viaggio nel comportamento animale che svela al lettore i segreti di specie in grado di produrre o proteggere tane e nidi attraverso la manipolazione dei materiali, come gli uccelli tessitori, la vespa cartolaia (in grado di produrre una sorta, appunto, di carta per i nidi) o il castoro canadese, re delle dighe; accanto ad essi l’antropologo racconta anche di quegli animali la cui intelligenza risiede nella capacità di usare strumenti di vario tipo (tra i tanti il fringuello delle Galapagos che usa le spine dei cactus come un chirurgo per estrarre le larve dagli alberi, o il nibbio bruno, in grado di innescare incendi per cacciare le proprie prede).

È da questo tipo di capacità che, per Staid, deve lasciarsi ispirare il design del futuro per uscire dal paradigma industriale e diventare realmente sostenibile. Il concetto di sostenibilità a oggi è stato largamente ricompreso dall’economia capitalista e dall’apparato produttivo; molto di ciò che passa sotto questa etichetta fa in realtà riferimento a una sostituzione di materiali non in grado di incidere effettivamente sulla problematica del sistema produttivo. La radice del tema ecologico infatti non sta solamente nel come vengono progettati gli oggetti, ma anche nella quantità e dunque nel loro smaltimento.

L’idea di uno sviluppo senza fine in un mondo dalle risorse, invece, finite è un modello tutt’oggi esistente nella produzione e le contromisure adottate – spesso utili a niente più che a una forma di greenwashing – non hanno generato risultati efficaci. Come sottolinea anche Matteo de Giuli, giornalista climatico, in un suo recente articolo, rifacendosi a sua volta agli studi di Andreas Malm e Wim Carton, il paradigma su cui si è impostato il rapporto tra industria e crisi climatica è stato quello di accettare un inevitabile superamento delle soglie di sicurezza da mitigare poi con l’intervento futuro di nuove tecnologie in grado di far fronte ai danni del presente. Questa postura, tuttavia, non fa altro che insistere paradossalmente sull’intensificazione dello sfruttamento di risorse che andrebbero invece salvaguardate, sacrificate a un miraggio opaco e avveniristico di un futuro salvifico iper-tecnologizzato – emblematico è il caso dei crediti del carbonio in base ai quali invece che ridurre le emissioni di gas serra le politiche hanno permesso alle industrie di compensare gli eccessi con progetti localizzati tendenzialmente nel Sud del mondo, trasformando anche l’inquinamento in opportunità di guadagno.

In quest’ottica la prospettiva fornita da Staid chiama all’appello un’idea radicale di sviluppo sostenibile, ispirata al concetto di multinaturalismo e alle filosofie di pensatori come Bruno Latour e Serge Latouche. L’antropologo invoca la possibilità per i designer di sperimentare nuovi approcci e strategie per rimodellare un rapporto di equilibrio con la natura, di provarsi al di fuori dell’industria senza la paura di ricercare innovazioni fuori dall’industria. Ed è proprio in questo cambio di mentalità che per l’autore alberga la possibilità reale di anticipare i cambiamenti e ricostruire una visione del futuro e di come abitarlo. assando dall’essere dominatori a essere custodi di una realtà tanto complessa quanto fragile.

Se gli oggetti di ieri raccontano ogni momento e con la loro presenza ciò che siamo stati, quelli del futuro definiranno il nostro mondo e il modo che avremo di viverci dentro. Meglio farceli amici, per davvero.

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