Rachel Aviv, 'Il dolore che resta' la prefazione | Rolling Stone Italia
l'estratto

Quello che le madri leggono nei figli

Pubblichiamo la prefazione a 'Il dolore che resta', il nuovo libro di Rachel Aviv in Italia con Iperborea: il diario di una madre che sognava di scrivere e le storie di Hannah Upp e Alice Munro

madre-figli

Foto: Bethany Beck su Unsplash

Rachel Aviv è tra le firme più apprezzate del New Yorker, dove racconta casi di medicina, scuola e giustizia; nel 2022 ha vinto il National Magazine Award. In Italia Iperborea ha già pubblicato Stranieri a noi stessi, e il 4 novembre porta in libreria, nella traduzione di Elisa Banfi, Il dolore che resta. Storie di madri e figlie: una raccolta di pezzi usciti sul New Yorker e poi riscritti, che segue legami che si nascondono, si perdono e si cercano. Da Hannah Upp, che sparisce senza lasciare traccia, ad Alice Munro e alle sue figlie. Il punto di partenza è la stessa Aviv, figlia di una donna che sognava di fare la scrittrice e oggi madre a sua volta. Pubblichiamo la prefazione del libro, per gentile concessione dell’editore.

Rachel-aviv-iperborea

Foto press

«Voglio scrivere una storia», annotava mia madre sul suo diario, nel 1980. «Magari che parli di un’artista o di una persona che aspira a trovare il senso della vita – aspira a fare qualcosa della propria vita.» Aveva ventinove anni ed era diventata mamma da poco. I suoi modelli erano Ann Beattie e Edna O’Brien, i cui racconti, spesso sul deside¬rio inappagato, venivano pubblicati regolarmente dal New Yorker. «Credo di avere la loro stessa facilità con il linguag¬gio e di essere altrettanto attenta col dialogo, però la mia scrittura è ancora molto impacciata e limitata su di me», sosteneva. «So scrivere solo della casalinga suburbana… e, in sostanza, dei miei problemi.» Ambiva a scrivere un libro che esplorasse «l’intimità, le gelosie e l’amore che le donne nutrono l’una per l’altra e per gli uomini. Voglio scrivere una Madame Bovary, ma temo che al massimo mi riuscirebbe un ffvergreen», un bestseller melodrammatico di quell’epoca.

Cercava di costringersi a scrivere tutti i giorni, nelle tre ore in cui mia sorella Sari, che era neonata, faceva il sonnellino. (Io non c’ero ancora.) Ma finiva per mangiare cereali, pagare le bollette, leggere il giornale, compra¬re l’insetticida, piegare il bucato e, spessissimo, dormire.

«Magnifico», commentava. «La storia della mia vita: mi addormento.» Aveva molte idee per bozzetti autobiografici, ma non sapeva come «saltargli addosso, bloccarne uno a terra e cominciare ad andare al fulcro dell’intensità». I suoi diari sono pieni di autoaccuse. «Così vorresti fare la scrittrice, ragazzina?» si diceva. «Basta che metti il culo sulla sedia davanti alla macchina da scrivere e scrivi.»

Inviava talmente tanti racconti al New Yorker da preoccuparsi che gli editor la trovassero «pazza, con questo sbrodolamento incessante di posta». Quando la rivista le mandò un rifiuto in cui c’era un commento personale, fece i salti di gioia e baciò mio padre. Si riaccendeva ogni volta che le restituivano un manoscritto con una graffetta diver¬sa da quella con cui l’aveva mandato, segno che forse era stato sfilato dalla pila delle schifezze e letto da un redat¬tore. «Continuo a sognare il postino, perché è quello che porta i miei manoscritti», annotò sul diario.
Di sera, sotto le coperte, leggeva a mio padre quello che aveva scritto. «Troppi aggettivi e avverbi», decretava lui immancabilmente. Quando frequentò un corso di scrittura all’Università del Michigan, sulla prima pagina del primo compito che dovette consegnare aggiunse una precisazione: «È un racconto, questo? Cioè, ha un inizio, uno svolgimento e una fine? Io li vedo, ma il mio “critico domestico” no.» Si riferiva a mio padre. Un altro dei suoi racconti parlava dello squilibrio di potere che, alla lunga, rese insostenibile il loro matrimonio. In cima alla prima pagina si leggeva: «Marito e moglie discutono sul linguag¬gio della lettera che stanno scrivendo insieme.» La moglie vuole usare le espressioni «ringraziamo» e «il meno possibile»; il marito insiste per dire «siamo riconoscenti» e «al minimo». La moglie si sente così sminuita che straccia la lettera.

I miei genitori si separarono con l’affidamento congiun¬to quando io avevo quattro anni. Per mantenersi, mia madre trovò lavoro come insegnante di inglese in una scuola superiore pubblica in Michigan. Ormai riusciva a scrivere solo durante le vacanze. Incoraggiava anche me a farlo e già in prima tenevo un diario e le leggevo ad alta voce le parti che mi piacevano. Quando ero a casa di papà, con¬tavo i secondi che sarebbero passati per poterla rivedere e pregavo Dio che non le succedesse nulla: lei era fragile e non lo nascondeva e io pensavo che senza me al suo fianco potesse semplicemente morire. («Non preoccuparti, non sono matta», dicevo al mio diario.) Mia madre mi suggeriva di pensare al diario come un modo per comunicare con lei da lontano. «Secondo la mamma starò meglio se faccio finta che il diario sia una persona a cui posso racconta¬re tutti i miei pensieri, come una specie di altra mamma», scrissi a un certo punto. (Ha conservato quasi tutti i miei diari, come anche i suoi. Di recente, quando le ho mandato un messaggio per chiederle se potevo leggere i suoi, mi ha risposto senza esitazione: «Certo, non ho niente da nascon¬dere, credo.»)

A dieci anni andai a un campo estivo nel Maine, mentre mia madre soggiornava in un piccolo cottage sulla costa. L’aveva preso in affitto per un mese. «Speravo di potermene stare sola, a scrivere», mi ha raccontato poco tempo fa. Ma dopo tre giorni le telefonai per dirle che stavo pen¬sando di buttarmi nel lago e affogarmi. Si fece sette ore di macchina per venire a prendermi. Poche volte, che io ri¬cordi, ho provato una gioia più pura di quando mi svegliai in quel cottage, la mattina dopo, e capii dove mi trovavo.

«Al mattino scrivevamo», ha raccontato in un’email.

«Tutte e due.» Sul suo Mac Classic, stava trasformando in un racconto le pagine di diario dell’ultimo anno, in cui parlava di come si era presa cura di un amico che stava morendo di AIDS. Io sedevo per terra accanto a lei e lavoravo a quello che definivo un romanzo, intitolato Mama Have I Loved. (Jacob Have I Loved, la storia di una ragazza indomita ma sottovalutata, era uno dei miei libri preferiti all’epoca.) Il pri¬mo capitolo cominciava con un tentativo quasi isterico di far capire quanto fosse stupendo il rapporto tra la giovane eroi¬na e sua madre: «Ti voglio così tanto bene, mamma, ma pro¬prio tanto, e corsi da lei per darle un abbraccio fortissimo e passarle tutto l’amore che provavo. Stringendola, feci entrare dentro di me anche tutta la sua tenerezza per me.» Quello stesso giorno, dopo l’ennesimo abbraccio – si abbracciavano più forte che potevano «senza svenire per la mancanza di ossigeno» – la madre della protagonista muore nel sonno per un attacco di cuore. Non è difficile capire che la mia pri¬ma impresa letteraria, di cui mia madre era immensamente orgogliosa, altro non era che una prova generale dell’evento che più temevo e forse, in segreto, desideravo: la fine di quel¬la fusione soverchiante ed estenuante.

Negli anni dopo il divorzio, mia madre cominciò a sperimentare con uno stile un po’ diverso. Era attratta dalle autrici confessionali come Anne Sexton e Sharon Olds, con una scrittura tanto intima da diventare disturbante, libera dalle limitazioni imposte dal decoro. (Mia madre rischiò perfino di farsi licenziare per aver spiegato in classe la poesia di Sharon Olds «Il pene del Papa».) Ai tempi delle superiori, anch’io provai a «osare» come si faceva negli anni Settanta: avevo la sensazione che fosse assolutamente necessario, dal punto di vista intellettuale, mettere a nudo le sottocorrenti sessuali della vita. L’ultimo anno, per inglese, scrissi un tema su come avevo scoperto dove mia madre teneva il vibratore. Al mio ragazzo era piaciuto molto («Sarebbe da pubblicare sul New Yorker!» mi aveva detto), perciò rimasi perplessa quando l’insegnante, che era in ottimi rapporti con mia madre, me lo restituì senza neppure un commento. Poi decisi di riprenderlo per trasformarlo nel saggio per la domanda di ammissione all’università e chiesi a mia madre di rivederlo. Si arrabbiò così tanto che lo buttò nella spazzatura. Io ero ancora piuttosto perplessa. Se lei scriveva della sua vita sessuale, perché non potevo farlo anch’io?

Nel giro di qualche anno, però, cominciai a pensare che scrivere di me e della mia famiglia fosse umiliante. Quan¬do usavo un tono misurato e obiettivo mi sembrava quasi di allontanarmi dal calore corporeo di mia madre. Eppu¬re le mandavo ancora tutto quello che scrivevo, o quasi. Quando dopo la laurea lavoravo al Village Voice, a volte scrivevo diverse chiuse per le recensioni dei libri e gliele sottoponevo, numerate, chiedendole di scegliere quella che le piaceva di più. Lei, che alla fine aveva insegnato alle su¬periori per quarant’anni, mi dava risposte da professores¬sa di inglese: «Brava, si vede che ci hai lavorato molto» o «Qui starebbe meglio una virgola».

Quando cominciai a scrivere pezzi più lunghi, tuttavia, mi sembrò che stesse perdendo di vista l’obiettivo. I suoi commenti assunsero tratti di quello che si potrebbe chia¬mare «delirio di riferimento», un’espressione della psichia¬tria con cui si designa la falsa convinzione che elementi neutri abbiano un significato mirato e personale. Quando scrissi della malattia mentale, nei suoi commenti parlò di quando si era presa cura di un’amica che voleva suicidarsi. Quando scrissi di matrimonio, mi parlò dei litigi tra lei e mio padre. Dopo che pubblicai un articolo su Alice Munro e gli abusi sessuali subiti da sua figlia più piccola, a mia madre non sembrò possibile che stessi scrivendo solo della famiglia Munro. Era certa di non essere riuscita a proteg¬germi da abusi simili.

Si potrebbe dire che essere madre è una specie di delirio di riferimento cronico. Nei primi anni è giusto interpretare ogni gesto e ogni suono come un segnale. Ma quando i figli crescono, la madre resta in uno stato di allerta interpretativa, pronta a cogliere segni che non sono più indirizzati a lei.

Secondo la scrittrice australiana Elizabeth Jolley, il «forte sentimento d’amore che il genitore riversa sul figlio non sembra una parte del figlio che possa essere restituita al genitore». Dieci anni fa, prima di avere i miei figli, un maschio e una femmina, avrei potuto riconoscermi in quella citazione e accoglierla con un senso di incurante superiorità. Adesso la trovo sconvolgente. Ma forse il suo senso è troppo letterale. I figli trovano il modo di restituire. In Maternità, Sheila Heti scrive: «Mia madre ha dedicato la vita a risolvere i problemi della vita di una madre», e anche: «Lavoriamo per dare senso alla vita di nostra madre in modi che non riusciamo a capire.» Il fatto che io stia vivendo la vita a cui mia madre aspirava è talmente ovvio che ho sempre preferito evitare di prenderne consapevolezza. (La sua descrizione di ciò che desiderava – «andare al fulcro dell’intensità» – mi è rimasta in mente come fosse una descrizione sgradevole della mia personalità.) Tornando sui miei articoli, mi turba un po’ constatare quanti riguardano figlie che si nascondono dalle madri o madri che negano aspetti di se stesse che le figlie vedono, o madri e figlie che rischiano di perdere se stesse per mettersi l’una al servizio dell’altra. Credevo di aver scritto dalla prospettiva delle figlie, ma ho dovuto rendermi conto che molti dei miei pezzi riguardavano invece anche le madri, in attesa di messaggi che pensavano di dover decifrare.