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Quando Nada non voleva cantare

Con 'Materiale domestico. Un'autobiografia 2019-1969' Nada racconta 50 anni di musica e incontri. In questo estratto, la storia del primo contratto discografico, della "fabbrica di musica" di via Tiburtina e della fuga da Gabbro

Nada

Foto: Max Intrisano

Materiale domestico. Un’autobiografia 2019-1969, il nuovo libro di Nada Malanima, non è la solita autobiografia musicale. È la storia di una vita fatta di tante vite, di fughe e rivoluzioni interiori, di enormi successi commerciali ed esperimenti azzardati. Dietro ai successi di Ma che freddo fa e Amore disperato, infatti, c’è un’autrice inquieta, sempre alla ricerca di una strada diversa da percorrere, come dimostra l’ultimo album – prodotto da John Parish – È un momento difficile, tesoro.

‘Materiale domestico. Un’autobiografia 2019-1969’, ed. Atlantide

Scritto a ritroso, Materiale domestico. Un’autobiografia 2019-1969 racconta cinquanta anni di musica, passioni e incontri: il libro verrà presentato in anteprima a Book Pride Genova sabato 19 ottobre, mentre l’uscita è fissata per il 21 ottobre. L’8 novembre sarà pubblicato il doppio cd intitolato come l’autobiografia, raccolta di inediti e provini curata dalla cantante. Qui sotto potete leggere un estratto del libro, in anteprima esclusiva, in cui Nada racconta l’inizio della sua carriera.

Erano passati più di vent’anni da quando con mia madre piena di speranze, e io spaurita, poco più che bambina ero entrata nella fabbrica di musica in via Tiburtina. Era lì che dal mio paese ero arrivata nemmeno quattordicenne, firmando un contratto discografico di dieci anni, al tre per cento sul netto delle vendite, che per comprarmi una piccola macchina utilitaria avrei dovuto vendere un milione di copie. Con mio padre spaesato e mia madre eccitata mi ero ritrovata in una sala riempita da un grande tavolo rotondo accerchiato da tante sedie, e dopo averci fatto accomodare, il capo aveva cominciato a parlare, e io per niente interessata avevo iniziato come mio solito a mugolare tra me e me.

Iniziò col dire che cantavo bene, ed era loro intenzione farmi incidere dischi, ma al momento, vista la mia giovanissima età, non sapevano bene cosa farmi fare. Sarei dovuta rimanere lì in attesa, come un uovo da covare. Dopo qualche mese il pulcino era nato, mi dissero che era arrivato il momento di trasferirmi a Roma.

Mio padre a Gabbro aveva un piccolo appezzamento di terra, e molto preoccupato lo lasciò al fratello per mantenerlo coltivato nell’attesa di vedere come sarebbe andata a finire. Mia madre invece chiuse a chiave la casa, contenta di partire. Mia sorella si era sposata. E io, mentre il destino faceva il suo lavoro accompagnandomi nel mio tragitto, sentivo una tristezza che mi faceva stare male. Per la prima volta salii su un treno. Gabbro si allontanava sempre di più, con la mia adolescenza interrotta. Poi piano piano cominciai a orientarmi in quella grande città. Fu da lì che una sera di fine gennaio io, mia madre e mio padre salimmo su un altro treno, questa volta verso Sanremo.

Se fosse stato un film americano, si poteva dire che era nata una stella. In ogni posto in cui andavo, venivo riconosciuta e accerchiata da centinaia di persone. Ero al numero uno nelle classifiche di vendita in Europa, in tutto il Sudamerica, in Giappone, e tanti altri paesi. Avevo quindici anni, mi esibivo in mezzo mondo, ma dentro di me c’era sempre la ragazza che non voleva cantare. Ero troppo giovane per sapere esattamente quello che mi stava succedendo, sentivo però che qualcosa funzionava male, ma non capivo. Volevo scappare, non mi andava di cantare. Mi tenevano imprigionata in quel successo di cui a me non importava nulla, come non mi importava di denaro, macchine, vestiti, attico e superattico, contratti, niente, volevo solo andare via. Scoprire chi ero davvero e imparare.

Avevo sentito dire che a New York c’era l’Actors Studio, dove insegnavano a ballare e recitare come solo loro sapevano fare. Alla fabbrica non opposero resistenza, mi chiesero come ultima cosa di partecipare a un importante show televisivo, promettendomi che dopo sarei stata libera di andarmene. Accettai, e lì incontrai e persi la testa per l’uomo che sarebbe diventato il compagno della mia vita, e non partii più.

Fino a che un giorno del 1977 scappai davvero, fuggii da quella fabbrica per afferrare la mia libertà. Cercarono di riacchiapparmi con tante lusinghiere promesse, ma io scappai, scappai.
Non ne potevo più di stare giornate a registrare cose che non mi piacevano, a cantare storie di cantautori che avevano un successo che non capivo, sentire continuamente cassette e nastri di musica inutile, ed ero tanto tanto stanca che mi vedessero come non ero. Erano passati molti anni ormai, ma di me non avevano ancora capito niente, niente, e ogni giorno di più mi spingevano a odiare quello che facevo, no al punto da vergognarmi di fare la cantante.

Soffrivo tanto da non mangiare più, stavo diventando anoressica e il mio medico doveva nutrirmi con delle flebo, e pur non mangiando arrivavo alla fine dei concerti che dovevo precipitarmi nel retropalco per vomitare. Non ne potevo più. Me ne andai in cerca di qualcosa che non conoscevo, ma che sapevo non essere quello da cui stavo fuggendo. Girai senza posa tra varie case discografiche realizzando anche alcuni buoni dischi, ma non ero mai convinta fino in fondo, volevo che quello che facevo coincidesse con quello che ero e che sentivo di essere.

Ora, nella primavera del 1992, dopo tanti anni, tornavo in quella fabbrica, dopo le mille esperienze, i grandi successi e le sconfitte amare, gli amori nati e perduti, le molte amicizie dive tate ricordi. Questa volta mi ritrovavo lì per catturare la musica che stavo cercando, non avevo un sentiero tracciato e nemmeno una destinazione precisa. Sempre più cosciente che non mi avrebbero facilmente perdonato la mia voglia di libertà, mi preparavo ad affrontare un lungo periodo di sconvolgimenti, ma non potevo fare altrimenti, d’ora in avanti sarei stata io ad accompagnare il mio destino.

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