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Prostitute e cospirazioni: i libri del mese

"Dolcissima abitudine" di Alberto Schiavone e "November Road" di Lou Berney sono i libri di gennaio, e poi il ritorno di Bolaño e Palahniuk, una nuova prospettiva sul liberismo e il trionfo del nordic noir

Tratto dall'immagine di copertina di "Dolcissima abitudine"

Dolcissima abitudine – Alberto Schiavone (Guanda)

Rosa è ancora in gran forma perché non ha mai smesso di fare palestra, e poi la plastica dà sempre una mano. Rosa non prende l’auto perché ha paura di tanta forza in mano a un solo uomo, e in treno si fa sempre i fatti suoi. Rosa in realtà si chiama Piera ed è nata nel 1942 a Torino, dove per 50 anni ha svolto brillantemente la carriera da puttana. Attorno alle vicende della donna – ispirata a una personaggio realmente esistito – e alla città che ospita la sua vita e le sue marchette ruota Dolcissima abitudine, il nuovo romanzo di Alberto Schiavone, il secondo pubblicato per Guanda dopo Ogni spazio felice.

Per la prima volta lo scrittore 38enne, che oggi vive a Milano e che in passato è stato libraio a Bologna – esperienza che ha ispirato il suo primo successo La libreria dell’armadillo -, si confronta con la città in cui è nato, e con le sue compassate evoluzioni storiche. La Torino fervida del Dopoguerra e i terroni che cominciano a dare fastidio, l’America di chi non può andare in America. La Torino delle Fiat 124 Sport, quella dove le cose succedono prima che altrove. Quell’altrove è l’Italia che chiude la case chiuse e rinchiude, ancora, i pazzi. Poi quella di Silvio e delle stragi di mafia.

Lo sfondo non è mai solo tale, ma protagonista delle pagine quanto la sua dolente eroina in calze a rete. Seguiamo la storia di Rosa fu Piera dalla fine, dal funerale del suo ultimo amatore che la spedisce in pensione. Conosciamo alcuni dei suoi mille e più clienti, calciatori che vogliono rimanere anonimi, cavalieri del lavoro e ragazzini timidi e infoiati. Entriamo nella sua sfera privata e finiamo per apprezzare la sua etica del lavoro. Veniamo a sapere, infine, che Rosa, figlia d’arte che si è costruita un impero aprendo le gambe, ha avuto a sua volta un figlio, ed è tempo di conoscerlo.

Ci sono libri necessari, e libri che fanno di tutto per non esserlo. Dolcissima abitudine fa parte di questa seconda stirpe, narrando la storia di una donna che ha passato mezzo secolo a guardare dallo spioncino prima di aprire e quella di una città che fa altrettanta fatica a spalancare la sua porta. Ma è un libro affettuoso, nonostante la prosa essenziale e sabauda di Schiavone, e ti rimane attaccato dentro.


November Road – Lou Berney (HarperCollins)

Due fuggiaschi legati dal bisogno reciproco e forse qualcosa di più. Sulle loro tracce una cospirazione che uccide chiunque sia entrato in contatto. E sullo sfondo il crimine del secolo, quello di JFK. Le premesse di questo romanzo, come vedete, sono ottime. E diciamoci la verità: quando un romanzo ha in cover una citazione di Stephen King che assicura che il lettore ha tra le mani un libro eccezionale, più un’altra di Don Winslow che etichetta il romanzo come perfetto, gran parte della fatica di vendere il suddetto romanzo è probabilmente fatta.

Ma November Road sembra effettivamente quel genere di opera di fiction generata da uno stato di grazia, quello che dà l’illusione che al suo autore, Lou Berney, tutto sia venuto facile. Non è naturalmente così, e infatti il mestiere della scrittura è individuabile nella trama, compatta e senza passi falsi, e nei dialoghi, che sembrano richiamare la brillantezza del cinema che fu – in particolare per quanto riguarda il gioco delle parti tra un uomo e una donna che ricorda il migliore Elmore Leonard.

Berney ha il coraggio di basare il romanzo su un assunto: a uccidere JFK è stato un boss della mafia. E il suo affiliato che, inconsapevole, ha consegnato a Dallas l’auto che servirà per la fuga degli assassini è
Frank Guidry, il protagonista. Da questo patto con il lettore segue tutto il resto, ma è il primo e ultimo rischio che Berney si prende, in senso buono. November Road poteva essere un mix forzato di romanzo storico, thriller, storia on the road e love story tra perdenti (il personaggio migliore del romanzo è Charlotte, la ragazza con due figlie che scopre la propria forza via via che il viaggio accanto a Frank si fa più pericoloso). Invece è un’alchimia prodigiosa e merita tutto l’hype che la circonda.

La pista di ghiaccio – Roberto Bolaño (Adelphi)

Che Bolaño fosse fan del romanzo di genere, è noto. Con La pista di ghiaccio, pubblicato originariamente nel 1993 e ora riproposto in Italia da Adelphi, lo scrittore cileno addirittura anticipa il meccanismo delle confessioni incrociate nella trama del noir, pratica di recente resa hot da Nic Pizzolatto nella prima (e la terza in corso) stagione di True Detective. Qui c’è un cadavere e ci sono tre voci, legate ognuna a tre tormentate storie d’amore: un messicano in esilio, innamorato di una clandestina che vive in un campeggio; il gestore di questo campeggio, innamorato di una campionessa di pattinaggio; e un ciccione, funzionario socialista, innamorato della stessa pattinatrice. La polifonia delle voci, che poi Bolaño porterà a perfezione nella seconda parte dei Detective selvaggi, qui contribuisce alla complessità dell’intreccio e alla visionarietà del risultato: un romanzo non convenzionale, come quell’eroe del suo autore, che però non perde mai per un secondo la gioia di farsi leggere.

Annabelle – Lina Bengtsdotter (DeA Planeta)

Il “nordic noir” sarà anche inflazionato, ma forse lo è più per i critici letterari che per i lettori. Annabelle è un romanzo d’esordio che ha fatto sfracelli in Svezia, dove è stato eletto tra i migliori dell’anno: ora è in corso di pubblicazione in mezzo mondo. La trama è delle più classiche: una ragazza scomparsa, la famiglia incredula, un paesino tranquillo, la massa convessa della foresta e quella concava del lago, un’agente di polizia costretta a confrontarsi con il passato. Il respiro ampio della narrazione e il finale col twist. I segreti di Gullspång. C’è qualcosa di caldo e rassicurante in questo paradigma nordico. Forse bisognerebbe smettere di parlare di romanzo e iniziare a parlare di pura proprietà intellettuale: Annabelle è una serie tv pronta e impacchettata, e noi non vediamo l’ora di vederla, quando (il “se” è superfluo) la produrranno. Ma intanto godiamoci la versione scritta di questa solida, efficace storiona.

La verità, vi prego, sul neoliberismo – Alberto Mingardi (Marsilio)

Il poco che c’è, il tanto che manca, recita il sottotitolo di questo libro, non un esile pamphlet, ma una approfondita e documentata riflessione sull’economia di mercato oggi, in tempi di globalizzazione combattuta a suon di dazi e caramelle dai balconi. La prospettiva è tutt’altro che barricadera, perché Mingardi, uno degli analisti economici italiani più apprezzati e ascoltati all’estero nonostante la giovane età, è Direttore Generale del think thank liberista Istituto Bruno Leoni. Ma si sa, sono tempi strani: la presunta sinistra battaglia per il merito e il libero mercato, la presunta destra mette i dazi e elargisce i sussidi. E così, da potenziale “nemico del popolo”, uno come Mingardi diventa agilmente faro nella nebbia.

Il libro di Talbott – Chuck Palahniuk (Mondadori)

Mister Fight Club torna dopo quattro anni di silenzio e un po’ di ruggine accumulata. Torna per raccontare una nuova storia di complotti, molto adatta all’America di oggi (e pure a quella di ieri). Il Paese è sull’orlo di una Terza guerra mondiale. Le nuove generazioni tagliate fuori da tutto reclamano spazio, le élite e il popolo sono pronti allo scontro finale. Un libro racconta tutte le verità e indica la strada. Fino all’Adjustment Day, che rimette le cose al loro posto. Non senza traumi.

Vicini di casa – Thomas Berger (Sur)

In un sobborgo americano assonnato un uomo di mezza età vive la sua vita come tante assieme alla moglie, in attesa che la figlia torni dal college per le vacanze. Una giovane coppia si trasferisce accanto a loro e ne sconvolge le esistenze con la sua forza dirompente e i suoi atteggiamenti equivoci. In un crescendo di black humour, i due si inchiodano nella testa del protagonista e in quella del lettore, fino a smuoverne ogni paranoia. Un gioiello di un grande scrittore che risale al 1980, da cui è tratto un film con John Belushi e Dan Aykroyd, che finalmente arriva in Italia.

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