La prima volta che ho riso leggendo Pastorale siciliana è stato quasi un riflesso. La seconda, invece, mi sono dovuto fermare a riflettere. Perché lo scrittore Ottavio Cappellani ha quella capacità, ormai rara, di trasformare una battuta in un dubbio. Quando nel campeggio del Carrubo qualcuno dice: «Le minchiate hanno bisogno di serietà», sembra solo una delle tante uscite fulminanti del romanzo, ma in realtà sta illuminando con un flash tutto quello che verrà dopo. La mafia, secondo Ernesto, nasce insieme al concetto di divino. E quasi nessun lettore, durante le presentazioni dei suoi libri, ha mai gradito sentirselo dire. Anche questa appare come una provocazione. Poi ci si accorge che Pastorale siciliana (Giulio Perrone Editore, uscito venerdì 3 luglio) funziona così: scardina le certezze con una battuta e ti porta altrove.
Il protagonista è uno scrittore in crisi rifugiato al Carrubo, un campeggio ricavato da un antico baglio nel Sud-Est della Sicilia dove convivono trappole per alieni, guru improvvisati, corsi di erboristeria alchemica, mantra dimagranti, complottisti vari, spiritualisti improbabili e persone convinte di aver finalmente trovato la teoria definitiva per spiegare il mondo. La tentazione sarebbe di riassumere la trama di un giallo – la bambina scomparsa, le indagini dei carabinieri, Claudia e le sue trappole per extraterrestri, Raffaella che “anatomizza” ogni dialogo in una lezione filosofica – ma sarebbe come fargli un torto. Perché il mistero di questa storia è soltanto il filo che tiene insieme un piano sequenza molto più grande.

La cover di ‘Pastorale siciliana’ (Giulio Perrone Editore)
Cappellani lascia parlare i suoi personaggi fino a quando non si rivelano da soli, non li giudica, non li assolve e soprattutto non li riduce mai a caricature. Ernesto pensa attraverso i libri, Raffaella attraverso le domande, Claudia attraverso i complotti. E così, pagina dopo pagina (sono 316 in totale) ognuno aggiunge un mattoncino a un “sistema” per provare a dare ordine al caos. Ed è qui che da romanzo si trasforma in una fotografia del presente. Il Carrubo assomiglia sempre meno a un campeggio e sempre più all’Occidente contemporaneo: un luogo dove le grandi narrazioni si sono sgretolate e sono state sostituite da migliaia di piccole narrazioni individuali. Ognuno, in buona sostanza, possiede la propria verità, il proprio metodo, il proprio corso, il proprio guru, in questo modo tutti insegnano qualcosa a qualcun altro, ma quasi nessuno sembra disposto a imparare davvero. L’autore, nonostante l’ironia, non prende in giro gli alieni, il new age, i complottisti o gli spiritualisti. Prende invece sul serio il bisogno umano di credere in qualcosa quando non esiste più un orizzonte condiviso. Le figure tratteggiate non sono eccentriche, sono persone che portano fino alle estreme conseguenze il proprio modo di interpretare la realtà.
Poi, in una sorta di turning point emotivo, il libro cambia voce e arrivano tre migranti costretti a sorvegliare una bambina rapita. Il dialogo si asciuga, il grottesco lascia spazio a una realtà che non ha più bisogno di essere deformata. Cappellani non cambia registro, cambia prospettiva. E il lettore capisce che un’apparente commedia estiva stava camminando, fin dall’inizio, sopra qualcosa di molto più oscuro. Per quanto riguarda i riferimenti letterari, verrebbe naturale citare Leonardo Sciascia rispetto a una Sicilia mentale più che geografica, Stefano Benni per il gusto del grottesco o Thomas Pynchon per l’accumulo di paranoie. Ma anche qui, quello che sembra inevitabile diventa riduttivo. Perché Cappellani usa la cultura non come repertorio di citazioni, bensì come materiale vivo del pensiero dei suoi personaggi: Teocrito convive con YouTube, Thoreau con il radiotelescopio di Noto, la filosofia con gli Ufo senza che il romanzo senta il bisogno di spiegarsi. Si limita a fidarsi dell’intelligenza del lettore.
E il finale rifiuta il colpo di scena. Dopo il rumore delle teorie, delle indagini e delle ossessioni restano il baglio, gli alberi, gli animali, la materia. È come se l’autore si (e ci) ricordasse che ogni sistema filosofico, prima o poi, deve fare i conti con un tetto che perde, una pompa da riparare, un giardino da curare (non a caso Cappellani in campagna ci vive da “eremita”, come aveva raccontato in questa intervista). Così «le minchiate hanno bisogno di serietà» risuona ancora nella mente. È una diagnosi. Del Carrubo, dei personaggi e, forse, di un Occidente che ha sostituito le grandi ideologie con un’infinità di piccole certezze individuali. Pastorale siciliana non offre soluzioni. Fa qualcosa di più affascinante: osserva il caos senza la presunzione di semplificarlo.










