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‘P. La mia adolescenza trans’, l’autobiografia punk che prende a calci i puritani

Dopo il buon esordio 'Romanzo Esplicito', la nuova graphic novel di Fumettibrutti racconta la storia di un'adolescente alle prese con i cambiamenti del proprio corpo, la disforia e le discriminazioni

Edizioni Feltrinelli

“Ogni adolescenza coincide con la guerra”.
Era il 2001 quando Toffolo cantava storto questa verso: internet era per pochi, pochissimi, e Mtv spadroneggiava come guida musicale per il mainstream e le controculture corrispondenti. Io, nel 2001, non sapevo nulla dei Tre Allegri Ragazzi Morti ne tantomeno della vita; stavo finendo le scuole medie. Non avevo nemmeno idea dell’adolescenza che sarei andato a vivere da lì a breve.

Quasi vent’anni dopo ho ripensato a quel brano, ho tra le mani la seconda opera di Fumettibrutti, la disegnatrice più estrema del panorama italiano di cui vi ho già parlato in occasione dell’uscita del suo primo libro, Romanzo Esplicito. Tra le mani ho P. La mia adolescenza trans, e sì, ogni adolescenza coincide davvero con la guerra. Questa in particolare.

P. La mia adolescenza trans è un’autobiografia cruda e nuda, violenta e dolce, sporca e libera. A differenza del brano dei TARM, pensato come esperienza personale che diviene inno generazionale, Fumettibrutti insiste sul concetto di mia adolescenza, ponendo l’io a ruolo centrale del racconto. Perché questo non è un racconto universale, ma una storia personale, una possibilità tra le possibilità. L’adolescenza trans dell’autrice è un diario aperto che ci viene consegnato con una tranquillità che disarma e ci fa vacillare, come lettori, di fronte ad una mole di intimità così reale. È un tuffo in una vita altrui, o meglio, una secchiata di acqua ghiacciata che ci viene lanciata in faccia all’improvviso. È una rivoluzione in piazza mentre sei seduto a bar a gustarti il caffè. E questo a dimostrazione di quanto non siamo ancora abituati a certi livelli di onestà, tantomeno in rapporto ad argomenti come sessualità, corpo, universo transgender.

Una tavola di ‘P. La mia adolescenza trans’, di Josephine Yole Signorelli

Corpi bianchissimi su sfondo giallo acceso, il viola scuro del ricordo, il nero più nero che ci sia. Con queste palette di colori, Josephine Yole Signorelli ci porta nella sua storia più personale ed umana, quando Yole era P., quando disforia, bullismo (e transfobia), autolesionismo si mescolavano all’assunzione sfrenata di droghe, al sesso più esplicito, alla prepotenza della pubertà. Il tratto di Yole è sempre più violento, nel senso di vero, mentre sul piano narrativo vi è un passo ancora più deciso verso un realismo feroce, allargando la scena a personaggi della vita dell’autrice che diventano fondamentali per comprendere il suo percorso. Una scena su tutte: P., ancora biologicamente uomo, racconta alla madre siciliana ultracattolica di sentirsi donna. Struggente.

P. La mia adolescenza trans è un’overdose di estremi. È pop, ma con attitudine punk. Ti fa piangere, eccitandoti. Ti fa star male, ma bene, in un qualche ordine che sfiora la perversione. E ti fa stare in un mondo ampliato, una realtà più reale, prendendo a calci i limiti di una società puritana e patriarcale, sfondando le barriere del dicibile. Ti fa sentire sporco mentre ti pulisce. È difficile comprendere un percorso così personale come quello che P. ha compiuto per diventare Yole, per arrivare a Fumettibrutti, ma nella scrittura sgangherata e sanguinosa di questo libro, in un qualche modo magico, riusciamo a provarlo, a sentirne dolore, paura e, soprattutto, determinazione. Finita la prima lettura, sei costretto a rileggere da capo perché in testa hai mille domande da incendiare Google. E questo è il primo passo per iniziare a comprendere l’universo transgender in maniera adeguata.

Se, come scrivevo, Romanzo Esplicito è un acido abrasivo su occhi e morale, P. La mia adolescenza trans è un diario che brucia di tagli, sperma, ormoni. È un’esperienza totale, un’illuminazione che ti ribalta. Fumettibrutti continua a pisciare su tutto, bruciando acida sul politicamente corretto e sul buon gusto. E ha ragione lei, è così che bisogna fare. Eravamo di fronte ad un talento acerbo e aspro e un anno dopo ci troviamo di fronte ad una grande narratrice di controcultura.

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