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‘Nuotando nell’aria’, autobiografia anomala delle canzoni dei Marlene Kuntz

Scritto per i 20 anni di 'Ho ucciso paranoia', il libro di Cristiano Godano racconta in prima persona le origini e i primi tre dischi della band. In questo estratto, la vera storia di 'Lamento dello sbronzo'

Il passaggio che state per leggere è estratto da Nuotando nell’aria. Dietro 35 canzoni dei Marlene Kuntz, il libro di Cristiano Godano pubblicato da La nave di Teseo e disponibile da oggi. La canzone di riferimento del testo che segue è Lamento dello sbronzo, tratta dall’album Ho ucciso Paranoia.

Ebbene: quella sera eravamo al Nuvolari. Chissà a vedere quale concerto. E poi ci trovammo a sbevacchiare al bancone del bar. E il lui della canzone era lì. Era lì la più parte delle sere per la verità. E non fu la prima volta che mi accorsi della sua presenza. E non si può nemmeno dire che quella volta me ne accorsi in modo speciale, perché ogni volta che lo vedevo provavo la stessa sensazione di sempre, in un mix di compassione e empatia ineliminabili. Ma quella sera qualcosa di diverso e più insinuante mi rimase in testa, e mi portai a casa una specie di ossessione che mi ordinò di scriverne.

Era una persona che potevi incontrare anche durante il giorno: direi sulla quarantina, si aggirava come un fantasma per le vie del centro, e se mi ci imbattevo notavo una profonda mestizia abbassargli le palpebre, costringendolo a tenere gli occhi bassi al cospetto della vita che gli fioriva intorno. Leggermente ingobbito, assumeva una palese timidezza vergognosa come una seconda pelle, che oltre a cucirglisi addosso lo ammantava di sé circonfondendolo di una luce malata. Era penoso vederlo aggredito da questi sentimenti di sconfitta, palesi sullo scavo delle sue guance e negli abiti indossati, che desiderava portare con sobria compostezza ma che emanavano sconsolata trasandatezza.

Se il giorno lo si vedeva schiacciato dal peso del mondo, le sere che lo vidi al Nuvolari se ne arrivò sempre con la baldanza posticcia dell’ubriacatura. La timidezza restava sullo sfondo, come una campitura di colore bianco-rosa livido, e chiazze di vitalità creavano il trompe l’oeil della sua rinascita. Si aggirava parlottando con il gruppo di persone che frequentava (alcuni del suo stesso stampo) e la sua prossemica guadagnava punti in sicurezza di sé, garantendogli il necessario ardimento per fronteggiare il suo interlocutore. Il piglio si faceva quasi esuberante, e se si sentiva minacciato (da chissà quale fantasma in cui trasformava chi gli stava di fronte) borbottava la sua predisposizione alla battaglia (quella che avrebbe perso con chiunque).

Nel mio immaginario, notare questo cambiamento notturno mi creava un senso di commiserazione, e d’altronde il suo occhio faticava a tenere viva per molto tempo l’illusione che lui fosse l’uomo vigoroso che sperava di essere: luci fioche, testimonianza spietata della sua atavica malinconia, si alternavano intermittenti a quelle più accese che gli facevano brillare le pupille a sprazzi, e in quelle la sua mestizia agonizzava per gli sguardi dei più empatici fra coloro che se ne sapevano accorgere. Io ero fra quelli.

E una certa notte, la notte di cui sto parlando, decisi di portarmi a casa il ricordo di questo mio sentimento partecipato per dargli voce tramite un mio testo, e fornirgli una inservibile occasione di riscatto.
Quasi tutte le parole che ho scritto per Lamento dello sbronzo si sforzano di immaginare la voce nascosta che lo tormentava dentro in quelle notti di apparizioni pubbliche: una voce inesprimibile, incapace di far venire fuori la sua vera umanità, al di là dello scherno, al di là dell’indifferenza, al di là del ripudio.

Eppure, dentro se stesso egli urlava, il suo interlocutore aveva di fronte un essere umano, il doppio vero e autentico del lui ubriaco che le apparenze mostravano.

Quando mi rivedrai così ricco di fiducia? Non la senti per me la campana che festeggia? Viva la cecità che il buon senso ti procura: vale la sordità che ti fa battere il cuore.
Questo lui pensava dentro di sé quella notte in cui per qualche breve istante scambiammo alcune battute. E mi sentii addosso quella specie di soffocato grido accusatorio, impossibilitato a fare alcunché. Forse avrei potuto imbastire un discorso, dargli conforto. O presumere di dargliene. Ma i suoi amici lo portarono via, e io mi portai a casa l’immagine del suo viso così come ve l’ho descritto.
Non l’ho mai più visto. Non so che fine abbia fatto.

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