«Violenza speculativa»: come l'IA ci abitua all'orrore | Rolling Stone Italia
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La realtà è diventata una fiction, e la violenza è la protagonista

Dal resort di Gaza nei video della Casa Bianca ai rendering che fanno esistere il futuro: in un saggio di Donatella Della Ratta, 'Violenza speculativa', l'IA fabbrica realtà e ci abitua all'orrore

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Foto: Jason Leung su Unsplash

Viviamo nell’epoca delle immagini e questo avviene dalla fine del Novecento, ma solo negli ultimi anni si assiste sempre più a una forma di stupore continuo e obbligato che lascia senza parole, anzi senza bisogno alcuno di usare delle parole. L’accelerazione definitiva sembra averla data l’intelligenza artificiale, che ormai è in grado di produrre una sorta di realtà parallela a uso e consumo di una società composta totalmente da cosplayer. Mai si sarebbe immaginato che il passare dai militanti ai cosplayer potesse essere così rapido. Un passaggio che si è evidenziato in maniera evidente con la seconda presidenza Trump, che ben pochi problemi si è fatta a far circolare video fake e che anzi in occasione della distruzione di Gaza ha scelto di definire la propria stessa ideologia politica attraverso video in cui Gaza viene trasformata in un enorme resort intestato al medesimo Donald Trump.

Attorno a questa deriva, che in verità è ormai totalmente assurta a normalità, ragiona con l’urgenza necessaria la filosofa e performer Donatella Della Ratta in Violenza speculativa (Einaudi). Al di là degli incubi che sembrano attraversare intellettuali e creativi in disarmo, terrorizzati dalla messa in discussione della propria (presunta) proprietà intellettuale per l’uso dell’intelligenza artificiale nelle opere d’ingegno, andrebbe invece posta più e seria attenzione, come giustamente fa nel suo saggio Della Ratta, all’uso dell’AI all’interno della propaganda politica che a oggi, considerato il livello dialettico inesistente, occupa pressoché totalmente il fare politica.

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Foto press

L’effetto principale di quanto sta avvenendo è quello di tramutare uno sterminio, una guerra, una tragedia in una farsa, ma una ritenuta quanto meno verosimile e come tale non solo credibile – che sia credibile o meno conta poco – ma accettabile. I video propugnati al mondo dall’amministrazione Trump attraverso il moltiplicarsi dell’azione dei social stanno letteralmente trasformando la realtà in una fiction, un’avventura con all’interno eroi e nemici, buoni e cattivi. Una banalizzazione che viene accettata nel momento in cui la semplificazione rappresenta l’unica possibilità per affrontare temi che richiederebbero meno sentimentalismo e più distacco, più lucidità e molto meno dilettantismo. Là dove l’emotività tende a muovere il consenso politico, ecco che si affacciano nel panorama internazionale e nazionale figuri dubbi come Roberto Vanacci, dilettanti allo sbaraglio, ma anche per questo capacissimi a muovere il consenso tra la parte attiva, ormai ridotta al lumicino, dell’elettorato.

Il moltiplicarsi di conflitti armati sulla mappa globale viene così sempre più gestito con una propaganda levigatrice che sta riportando la guerra al centro del discorso politico come elemento risolutivo anche al di là delle ragioni e anche oltre le migliori intenzioni come nel caso dei politici più ispiratamente europeisti. In tal senso la Striscia di Gaza rischia di diventare il laboratorio di un massacro consentito e accettato, il primo passaggio per una nuova forma di controllo che trasforma le armi in una prosecuzione della politica, ma senza mai dichiarare alcuna guerra, come fatto del resto proprio da Vladimir Putin che anzi condanna fermamente ogni dichiarazione di una potenziale guerra in corso.

Quello che sta avvenendo è così la definitiva trasformazione o forse bisognerebbe dire elaborazione della tecnica da strumento a mistica, una religione totalizzante che sembra essersi impossessata dell’intero Occidente al punto da divenire l’elemento in grado di negare – attraverso il suo uso deregolamentato, perché privo di ogni limite e legislazione – le conquiste libertarie che definiscono (in teoria) l’epoca moderna: «I rendering non si limitano a mostrare un progetto ne avviano l’esistenza, inscrivendo la credenza all’interno della costruzione e della misurazione, agendo come garanzie visive del fatto che la struttura immaginata verrà effettivamente al mondo».

La mistica della tecnologia porta così con sé credenze e non più prove. Quelle che infatti si mostrano come presunte prove, come fatti accertati sono in realtà sempre più semplicemente falsificazioni a cui si è costretti a credere in ogni caso e al di là di ogni dubbio. La costrizione è divenuta un fatto acquisito della volontà, un misto di rassicurazione in un tempo sempre più instabile, come avverte puntualmente Della Ratta: «Il reale cessa di essere qualcosa da scoprire, verificare o interpretare, diventando un’istanza da affermare e imporre attraverso il potere. L’IA accelera drasticamente questo processo, fornendo strumenti nuovi e accessibili per la fabbricazione, la visualizzazione e la circolazione di realtà irrealistiche che mirano a diventare reali».

L’orrore di cui viene sempre più invasa la realtà si avvale così di un doppio scambio che comprende la sua stessa falsificazione, con la drammatica conseguenza di accelerare rabbia e orrore attraverso un’apparenza di futuro felice.

Non si tratta così solo della subalternità dell’umano rispetto all’azione dell’artificiale, ma anche la negazione dei suoi stessi spazi di percezione che vengono così ingannati e che lo portano ad avvallare le peggiori tragedie. La guerra non ha più bisogno di mascheramenti, ma vive e prospera all’interno di una sfacciata propaganda che non solo la nega, ma ne rifiuta anche le motivazioni geopolitiche.

Una vita in vacanza, questo sembra volere offrire la politica propagandistica di Donald Trump, della sua amministrazione e dei suoi sodali sempre più a capo delle democrazie occidentali. Intanto nel mondo reale, a cui abbiamo sempre meno accesso, prende forma un inferno che è preferibile non conoscere, non vedere e a cui è meglio non partecipare. La distanza tra ciò che è percepito dalle opinioni pubbliche e ciò che realmente avviene nelle strade del mondo rischia di diventare sempre più irriducibile per eccesso di paura e per mancanza di resistenza. Quello che fino a pochi anni fa appariva come un mondo indigesto, pericoloso e terribile, ma da difendere, oggi rischia già di apparire come un luogo perso e distante dentro al quale non ha più senso stare e partecipare. Abituarsi all’orrore come prima possibilità di salvezza non è altro che l’accettazione di un fallimento universale, quello dell’umano verso se stesso e la propria coscienza.