Cibo e sesso, non per forza in questo ordine, sono alla base di ogni tentativo di vita felice. Ma soprattutto contengono in nuce i motivi di una potenziale tragedia incombente.
Di due temi così capitali ha deciso di occuparsi in maniera anonima, giusto per salvare il salvabile, Slutty Chef, che sì scrive dell’uno e dell’altro, ma non è un’influencer pur avendo uno dei profili instagram che rendono ancora sensato avere Instagram, e non è una giornalista nonostante la sua rubrica su British Vogue sia seguitissima.
Il punto è che non siamo più negli anni Novanta e tantomeno nei primi Duemila, dove ancora si credeva che si sarebbe cambiato il mondo. Invece il mondo è solo decaduto al punto che Il diavolo veste Prada 2 non ha nulla da spartire con Il diavolo veste Prada, nonostante Meryl Streep non sembri avere venti anni di più.
Slutty Chef, così come chiunque creda ancora possibile fare cose, dire cose e inevitabilmente sbagliarle, prova in sostanza a evitare di cadere nel precipizio, nonostante tutto sembri preannunciare una sola cosa, il precipizio. E con una sfuriata dello chef contro di lei degna di Full Metal Jacket si apre il suo Crostata alla crema (Mondadori, nella bella traduzione di Aurelia Di Meo) in originale più semplicemente Tart, che come suggerisce il sottotitolo italiano prova a raccontare le disavventure di una chef senza nome.

Foto: press
In realtà più che una chef si tratta di un tentativo di essere chef, che è poi tutto quello che sta alla base di chi oggi ha tra i dieci e cinquant’anni, ossia il tentativo di essere qualcuno, ma non per importanza, sia chiaro, ma giusto per portarsi a casa quella combo detta altrimenti pranzo con la cena.
Crostata alla crema non è un romanzo, non è un memoir e non è tanto meno la storia di un successo. È un tentativo e basta, un po’ come molte serie sono un tentativo di fare un film lungo e molti film lunghi sono tentativi di fare una serie, ma con sempre una regola che s’impone, anzi due, anzi tre: non fare sesso con i colleghi, non tagliarsi un dito, non dare fuoco alla cucina. L’ultima regola è quella più facile da seguire, forse. Per il resto si naviga a vista.
Ora, va detto che nonostante gli strilli di tromba e di copertina che Mondadori offre nella firma di Lena Dunham, la regina dell’ironia come forma di mediocrità e della mediocrità come forma di accettazione della vita e delle sue disgrazie e nella firma di Dolly Alderton, giornalista e scrittrice affermata e mancata interprete di Beverly Hills 90210, Crostata alla crema è un testo terribilmente prevedibile, in fondo poco intenso e ancor meno sfrontato (non ce ne voglia Lena Dunham). Resta giusto un po’ sensuale, ma in quella forma umidiccia e sudaticcia da GenZ però a quarant’anni e non a venti, e qui non stupisce effettivamente il favore che gli concede Dunham. Tuttavia, come capita anche nelle peggiori cucine, è davvero difficile smettere di leggere il libro della cheffe ignota. Un po’ perché si vuol pur sempre sapere come va a finire, tanto più se la protagonista è un catalogo di fragilità e disperazione da cui nessuno può sentirsi escluso, e un po’ perché qualche qualità in fondo le sta esprimendo, con una fatica da matti e un lavoro da muli.
Qualità che in fondo tutti noi sappiamo di avere, poi è tutto da vedere sui matti e sui muli, ma in fondo perché non seguire le peripezie della poveretta un po’ come fosse un reality e un po’ perché, meglio a lei che a noi? E poi c’è un aspetto determinante da non sottovalutare, oggi giorno immersi come ognuno di noi è in mille stupide distrazioni digitali, ma anche va detto analogiche, perché le vecchie care rotture di coglioni non si sono certo piegate alle nuove tecnologie. Ecco che Slutty Chef offre una possibile via di fuga, non è Guerra e pace e non è Samuel Beckett (che da anni ci ripromettiamo, ma non ce la facciamo mai e mai ce la faremo di leggere per bene e con cura), ma ha la giusta intensità, come un rumore bianco che in mezzo a tutto questo frastuono di mormorii offre una pausa felice e solida da Trump e da Garlasco, da Barbara D’Urso in versione conte di Montecristo e dalla verità di Fabrizio Corona sulla vita, sulla morte e sulla giurisprudenza.
Ma non è solo questo, è la capacità dell’autrice di cogliere un disagio grande come Antonino Cannavacciuolo e restituirgli una forma dentro cui navigare, dentro cui giocare e tutto sommato anche commuoversi, perché stare in cucina è come lottare in mezzo alla foresta, tra chef che il più delle volte sono sempre i soliti maschi. Nessuno di questi pericoli però adombrano la protagonista che in realtà è felice di stare in cucina, anche se forse è stata la peggiore idea che abbia mai avuto. I ritmi si sa, sono impossibili, ma sembrano anche scaturire più che dall’esigenza di chi è ospite in sala, da una performatività che dia pienamente senso a un’ossessione. E nulla più di un’ossessione è pericolosa se non trova una strada, una via di sfogo.
In sala è Londra, è tutto un Russell Square, Mayfare, Notting Hill, in cucina è lotta senza quartiere, se fuori è uno sfoggiarsi di Colin Firth in cucina è una roba che nemmeno Rutger Hauer e le cose che ha visto lui. O diversamente, se in sala sembra di stare in un film con Hugh Grant, in cucina sembra di stare nella sua vita.
La lotta è tutta tra dentro e fuori, tra una famiglia accudente (e per fortuna) e un mondo che appare gentile ed è invece miserabile, quando non viceversa. La colpa regna sovrana come una nuvola solerte che non abbandona mai la protagonista seguendola dall’adolescenza, dalla prima volta che ha fatto sesso e l’accompagna ancora oggi fino all’ultima volta che lo ha fatto, come una condanna. Un’impossibilità a liberarsi da se stessa per essere magari quello che vuole e crede di essere, ovvero una versione migliore di sé.
Crostata alla crema si legge tutto in una volta come si guardano le serie, dieci ore filate con gli occhi sbarrati, ma offre in cambio oltre che occhi più riposati, il senso di una battaglia che è valsa la pena di essere stata combattuta: «Il turno è quasi finito. Trovo qualche rimasuglio di energia e il mio corpo cambia ritmo, riprendo a muovermi velocemente. Immergo una spugna nell’acqua piena di bollicine azzurre, poi la strizzo per bagnare l’acciaio appiccicoso del bancone. Sto cancellando questa giornata di merda». Non stiamo – a dirla tutta – dalle parti di Anthony Bourdain, manca un’idea di epica e una convinzione del male e del bene così profondamente letteraria, ma di certo Slutty Chef se la gioca alla pari con Tony D’Amato – l’allenatore di Ogni maledetta domenica – e con i suoi maledetti centimetri da conquistare uno alla volta, ogni volta, ogni giorno, anche e sopratutto nei giorni di merda.
Crostata alla crema è come sono le cose, belle, seducenti e pronte a far sognare, ma anche terribilmente reali e faticose, eppure fattibili tanto che ogni giorno si cucina come se fosse il primo, con la stessa paura e con la stessa illusione, perché: «Finché il sesso esiste, non posso essere troppo triste, perché il sesso è gusto, tatto, olfatto, vista e gioia». Non si può essere sempre felici, ma in fondo nemmeno tristi. Si sta nella lotta tra un branzino in padella e un altro nel letto.










